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Il Diario del Lavoro

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Home - Approfondimenti - Analisi - Un futuro che sa di antico

Un futuro che sa di antico

26 Giugno 2009
in Analisi

di Giulio Sapelli – Professore ordinario di Storia economica e di Economia politica presso l’Universita’ Statale di Milano

I. Nella crisi della globalizzazione
E’ giustamente tempo d’ interrogarsi sul fatto se il sindacato abbia o non un futuro. Ogni crisi economica porta con sé questo interrogativo a cui tenterò di dare una risposta articolata. Cominciamo dalle teorie.
Dinanzi alla crisi economica mondiale  non si può dire che le teorie prevalenti sulle relazioni industriali nel mondo siano state in grado di comprendere le tendenze che andavano delineandosi in questo settore. Chi ha a mente, infatti, lo ‘stato dell’ arte’ della discussione e delle previsioni ‘scientifiche’ che si formulavano immediatamente prima della crisi, ricorda che le teorie funzionalistiche prevalevano . Per esse l’ unificazione monetaria e i processi di liberalizzazione avrebbero portato con sè ( secondo un meccanico adeguamento, istituzionale e sociale insieme), un’ omogeneizzazione del comportamento degli attori individuali e soprattutto di quelli collettivi, organizzati nelle rappresentanze degli interessi, nonostante la crsi che si avvicinava e che non era percepita.
Questo dava risalto e pareva comprovare irreversibilmente la validità universalististica della cosiddetta concertazione neo corporativa.
Quelle teorie, come è noto, non comprendevano in sè la dura realtà dei meccanismi di deregolamentazione a livello generale e societario che costituisce, da un lato, la storia del sistema di relazioni industriali statunitense e, dall’ altro, la ben più recente rivoluzione neo liberale e neo liberista che si afferma nel capitalismo anglosassone, tanto a livello sociale quanto a livello aziendale .
L’ analisi comparata della letteratura evidenzia modelli ‘ di reazione’ assai diversi.
Sintetizzo alcune conclusioni che si traggono da tale analisi comparata .
La Francia vede, tra gli attori prevalenti nella delineazione del processo di ‘resistenza’ o di ‘ autoreferenzialità’, il governo e gli imprenditori che favoriscono un processo di regolazione del bargaining aziendale, con un impatto assai debole sul sistema nazionale dei processi europei, secondo la consolidata tradizione mercantilistica francese. Questo è un modello vincente, del resto, anche in Belgio, dove l’ accordo tra governo e sindacati per perseguire una forte centralizzazione del sistema continua a essere sottoposto a gravi crisi, che manifestano, ed è questo il discorso che ci interessa, uno straordinario meccanismo di vischiosità e di resistenza dinanzi alle pressione deregolamentatrici. Diverso il caso olandese , dove la ‘partnership’ prevalente è piuttosto tra governo e imprenditori impegnati in una transizione moderata verso un sistema assai più decentralizzato e flessibile di un tempo.
La Spagna vede un forte ruolo del governo che ( in ciò seguendo, del resto, l’ ispirazione dei precedenti esecutivi socialisti), opera per una istituzionalizzazione del sistema relazionale a ogni livello, mentre persegue una fortissima politica di flessibilizzazione del mercato del lavoro. La Spagna, da questo punto di vista, è forse il paese dove il processo di privatizzazione e di liberalizzazione ha avuto le conseguenze più rilevanti sul sistema di relazioni industriali. La ragione di ciò risiede nello sfaldamento del meccanismo corporativo franchista a cui non era succeduto uno stabile processo di relazionalità delle negoziazioni centrali e periferiche, come, del resto, a riprova della validità di questa tesi, succede in Portogallo.
Non è una sorpresa, in questa luce, osservare che l’ altro complesso di paesi in cui la pressione liberalizzatrice è assai forte è l’ area scandinava. Qui la crisi dei governi ‘pro labour’ è profondissima e ha aperto la via alla prevalenza, tra gli attori sociali che guidano il processo di cambiamento, agli imprenditori. Essi dirigono il sistema verso una profonda deregolazione e decentralizzazione, con un cambiamento, qui sì, potenzialmente veramente epocale delle relazioni esistenti. Ma anche tale trasformazione avviene, tuttavia, pur sempre attraverso una profonda istituzionalizzazione e una grande attenzione alla dinamica delle relazioni sociali , che si continua a voler controllare, anche se in forme molto più diverse e meno rigide di quanto non si tentasse di fare in passato.
Anche ciò comprova la mia tesi dell’ ‘autoreferenzialità’: il sistema scandinavo era in crisi da anni e la globalizzazione si è abbattuta come un maglio sui meccanismi di aggregazione sociale ‘pro labour’ che già da tempo erano ‘internamente’ in crisi. Ma essi hanno prodotto meccanismi di risposta reattiva e creativa alla crisi, quasi ‘un modello di resistenza à la Polanyi’, in una sorta di riedizione di azioni sociali che sono state studiate anche nell’ Italia dell’ inizio del XX secolo, quando, come in ogni dove, del resto,  si reagì all’ avvento del capitalismo di mercato in società sino ad allora post feudali e agricolo-commerciali . Ora il problema è naturalmente diverso e ritornerò in seguito su ciò. Ma è stupefacente rilevare che tale processo ha anche ora una epidemiologia amplissima e pervasiva, anche se con diverse morfologie , perchè diversi sono gli organismi sociali a cui il fenomeno si applica e in cui si manifesta.
Naturalmente questi modelli di ‘resistenza reattiva’ sono da comparare con il modello anglosassone transatlantico del Regno Unito, ( come al tempo della rivoluzione industriale! si noti bene!). Nel Regno Unito, dove l’ azione governativa ha imposto una profonda ‘de -collettivizzazione’ dei rapporti di lavoro e dei sistemi di relazioni industriali ponendosi alla testa del processo controverso ( come si vede ) di liberalizzazione dei sistemi di relazioni industriali.
L’ Italia provoca una sorta di stordimento agli osservatori stranieri e, spesso, anche a quelli nostrani.
Generalmente si  colloca il nostro paese nel novero di quelli che vedono la prevalenza tra gli attori che dirigono il processo di cambiamento nelle mani del ‘partenariato’ tra imprenditori e sindacati confederali, secondo il Patto del 1993 ( e secondo una logica che inizia ben prima, con il ‘Lodo Scotti ‘). Esso propugna una sorta di ‘istituzionalizzazione dall’ alto’ del processo di relazioni industriali,  ma con forte enfasi sulla contrattazione articolata  e  quindi  vuol essere pervasivo ‘in basso’, ossia a livello decentrato nel sistema delle relazioni sindacali e industriali. Un forte influsso dei processi ‘europei’, quindi, ma dall’ esito, tuttavia, sempre incerto, per la debolezza delle basi sociali di questo ‘patto neo corporativo’.
Se si esamina, poi, più minuziosamente la letteratura  e si riflette sulla realtà così come scorre sotto i nosti occhi, si intravede, a livello europeo, dove concentro ora la mia analisi, un quadro assai più mosso e complesso.
L’ Italia, affermiamolo chiaramente, condivide diversi destini, che riflettono, più di ogni altro ‘paese’, la sua profonda eterogeneità sociale e la sua spiccata de – istituzionalizzazione politica, economica e, naturalmente, statuale. Il sistema di reazioni industriali è una formidabile cartina di tornasole a questo proposito.
Vediamo.
Il processo di resistenza ‘autoreferenziale’ ha una caratteristica comune in tutti i paesi europei: convivono -così come accade significativamente nel diritto secondo un processo di acquis e di stratificazione- spezzoni di sistemi ‘antichi’ con spezzoni o segmenti di sistemi ‘nuovi’, in una sorta di ‘epifania europea delle relazioni industriali’ dai lineamenti ancora incerti e indefiniti.
Esiste, per esempio, un gruppo di paesi dove senza dubbio le pratiche e le teorie neo corporative ( e quindi rilevanti gradi di istituzionalizzazione ) hanno un gran peso, ma dove simultaneamente emergono con forza, sia la prevalenza degli imprenditori sugli altri attori, sia processi di decentralizzazione contrattuale (Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Belgio): ebbene, è indubbio che il Nord Italia condivide questo destino.
Vi sono d’ altro canto paesi  (  Regno Unito, Irlanda, Spagna) dove il sistema di regolazione è molto ‘lasco’, ossia debolmente gestito a livello corporato e dove la decentralizzazione è assai forte: il Mezzogiorno d’ Italia condivide questo destino
E che dire  di paesi come la Grecia, il Nord- non il Sud – del Portogallo e il Sud della Spagna, dove il sistema di relazioni industriali, nel coacervo di lavoro nero e di piccole e piccolissime imprese, è pressochè assente e dove la de regolazione, o meglio, la mai avvenuta regolazione, che si traduce di fatto nel dominio presochè incontrollato degli imprenditori, prevale nel sistema sociale? Ebbene, le aree più povere del Mezzogiorno e più de – istituzionalizzate, condividono questo destino.
L’ Italia è, in ogni caso, lontana da paesi come la Svezia, la Norvegia e la Finlandia, dove il processo di ‘resistenza’ del corporatismo precedente è sì molto forte, ma si stà sfaldando con la prevalenza dell’ azione sociale degli imprenditori, senza tuttavia, sino a ora, scalfire la membership sindacale e un sistema fortemente istituzionalizzato, come ho prima ricordato.
La pendolarità tra centralizzazione e neo corporativismo, da un lato e decentralizzazione e de regolazione, dall’ altro, è l’ elemento distintivo del cambiamento in corso, nonostante tutte le resistenze che si rendono manifeste.
I sistemi e i subsistemi sociali ( aziende e sindacati ) a questo cambiamento rispondono guardando più al passato che all’ avvenire.
Come un organismo vitale, del resto. Ma sono precipuamente gli organismi vitali che hanno in sè i germi  della decadenza.

II. TRA IMPRENDITORI E STATO


E’ essenziale sottolineare il fatto che gli anni novanta segnano il pieno disvelarsi,  epifanico dapprima e poi via via più chiaro, di un fenomeno sociale e politico che in tutta Europa inizia a manifestarsi  già nel decennio ottanta: l’ attività deregolamentatrice liberalizzante degli imprenditori. Anch’essa, del resto fa parte dela reazione attiva della società alla globalizzazione e alle macrorigidità imposte dall’ unificazione europea dei mercati.
Ma tale reazione si dipana in profondo contrasto con gli orientamenti dei sindacati dei lavoratori.
E tenta di porre sotto controllo, proprio per questa ragione l’ apparato statale, nei confronti del quale, tuttavia, attraverso in primis la mediazione della classe politica, si esercita anche la pressione dei sindacati dei lavoratori.
Il ‘neo -corporativismo’ che si tenta di ricostruire, o che alcuni autori tentano di descrivere con vecchie teorie ormai desuete, è quindi pieno di incognite.
Crouch l’ ha ben inteso, ma non ne ha tratto tutte le conclusioni, quando ha parlato di una difficile via di mezzo tra ‘laisez faire’ e ‘corporatism continuum’, che impone una ridefinizione dell’ ultimo polo dell’ alternativa che si dipana nell’ essere storico e nella sua divisione generale del lavoro sociale Per questo insigne studioso l’ alternativa possibile è nel mix tra macro e micro regolamentazione al fine di impedire la frammentazione, dove alla capacità di centralizzazione del sistema di relazione industriali è affidata, in ultima istanza, la stabilità del sistema. Quando la centralizzazione fallisce o è troppo costosa interviene la sussidiarietà, sempre in un contesto, tuttavia, di policy making che affida al governo nazionale l’ ultima parola, secondo le invalse praxi europee-comunitarie.
Crouch anticipa il rischio che da questo modello promana: la ricaduta in nuove forme di protezionismo. Ma non ci dice nulla sull’ esito possibile di tale protezionismo, nè sulla crescita, nè sul sistema di relazioni industriali. 
A mio parere la ragione del grande attivismo neo liberistico, anche nel campo delle relazioni industriali , che si manifesta tra gli imprenditori, trova la sua storica ragione  nel fatto che la liberalizzazione dei mercati ha posto su basi nuove e più ‘partecipate’, ossia più fondate  sulla mobilitazione identificante, l’ associazionismo imprenditoriale. Disponiamo di un corpus di teorie più o meno consolidate che,  su scala internazionale , spiegano, o tentano di spiegare,  la nascita e lo sviluppo dell’ associazionismo imprenditoriale Tutte queste teorie oscillano fondamentalmente tra due poli analitici.
Il primo è quello per cui la spinta ad associarsi viene dalla valutazione razionale che gli attori che si uniscono compiono in merito ai vantaggi che deriverebbero loro dall’ aggregarsi al fine di ottenere determinati benefici e servizi. Naturalmente questa ipotesi considera il quadro istituzionale in cui ciò avviene  o può avvenire: se esistono condizioni per le quali gli stessi benefici possono essere raggiunti anche senza associarsi ( è il caso, ad esempio, per quanto concerne i lavoratori dipendenti e i loro sindacati, delle legislazioni erga omnes, a fronte, invece , di quelle che definiscono le aree dei vantaggi raggiunti con l’ associazione come risorse destinate ai soli soci ), il pericolo dei free riders  sarà tanto forte da mettere in dubbio la tenuta e financo la nascita dell’ organizzazione medesima.
L’ altro polo analitico spiega l’ associarsi in primis come un processo  di crescita e, via via, di istituzionalizzazione di identità collettive, che trovano nell’ associazione uno strumento di riperpetuazione e di riproduzione sia delle identità sia della rappresentanza degli interessi. E’ infatti questo il punto cruciale: associarsi vuol dire essere rappresentati ed esserlo implica delegare una gamma più o meno ampia di risorse materiali e pschiche a dei rappresentanti degli interessi e delle identità medesime. Ebbene, far ciò è possibile soltanto attraverso l’ identificazione degli interessi di cui si pensa di essere portatori e interpreti. Questo implica  l’ autoriconoscimento di Sè e del proprio Sè:  in primo luogo vedersi, appunto, come portatore di quegli interessi e, in secondo luogo, intendersi come  attori sociali non passivi, che vogliono moralmente realizzarsi ( il Sè…) anche attraverso il raggiungimento di quegli interessi. Ma far questo è possibile soltanto intendendosi e costruendosi come persona morale, ossia riconoscendosi come portatore di una identità e quindi di una distintività che, proprio perchè si vuole sia riconosciuta, induce ad associarsi.
Per questi motivi teorici,  mi riconosco nel secondo di questi poli analitici, pur con tutte le prudenze e le disponibilità alla critica che sono sempre essenziali per il lavoro scientifico – sia come come atteggiamento cognitivo sia come orientamento morale – così come ho cercato di comprovare  attraverso il mio studio sull’ Intersind , ma soprattutto in  quello  sulla Federmeccanica. 
La mia tesi è che la liberalizzazione crescente e la cosiddetta ‘globalizzazione’ hanno fortemente incentivato  le pulsioni motivazionali e prepotentemente accresciuto il sistema di aspettative degli imprenditori, che rivendicano un  crescente ruolo nella delineazione dei sistemi di cittadinanza. Non è un caso, del resto, che anche nella riflessione intellettuale, questi sono gli anni della riscoperta del concetto di ‘società civile’.
Trovo conforto in questa mia ricerca teorica dai risultati raggiunti  da Peter Sheldon e da Louise Thornthwaite. Esso,  pur avendo per oggetto specifico di studio la situazione australiana, offre, per il suo impianto concettuale, risultati generali interpretativi di grandissimo interesse. Gli autori, infatti, assumono il comportamento dell’ associazionismo imprenditoriale nel frame logico delle pratiche della ‘strategic choice’ e dello ‘strategic decision making’, considerando il fittissimo tessuto di determinanti da cui scatuirisce  il comportamento associato. Si va dall’ influenza dei fattori macro economici e macro istituzionali e dalle strutture e dai processi dei sistemi di relazioni industriali alla strategia e alla tipologia di adesione alle organizzazioni sindacali dei lavoratori, sino a giungere alle strategie delle altre associazioni imprenditoriali con cui quelle oggetto dell’ analisi interagiscono. La mediazione che si realizza tra questo complesso di determinanti e la storicità del sistema di relazioni industriali, da un lato, e  gli obbiettivi che l’ organizzazione imprenditoriale si pone esplicitamente e su cui e tramite cui fonda la sua membership  e la sua leadership, dall’ altro, dà  vita alla strategia associativa . Quest’ ultima appare per quello che essa è storicamente: un processo relazionale e volontario che si adatta plasticamente alle condizioni dell’ esistente proprio perchè si pone degli obbiettivi condivisi nella sua azione sociale. Azione che supera più di quanto troppo spesso appare a prima vista,  divisioni interne e debolezze organizzative che non pongono in discussione il perseguimento degli obbiettivi di più lungo periodo.
Siamo lontanissimi, insomma, da quel modello di ‘corporatism’ che agli inizi degli anni novanta era ancora stato proposto ( a proposito della nottola di Minerva…) a tanti scolari della moda dello spirito del tempo, sulla scorta di un complesso lavoro di Arend Lijphart della prima metà del decennio ottanta . IN esso si volevano stabilire delle relazioni di dipendenza tra tale ‘corporatism’ e le democrazie ‘consensuali’ o ‘consociative’, mentre il pluralismo sarebbe stato proprio di democrazie ‘maggioritarie’ . Sorvolando sul fatto che democrazie consensuali e ‘corporatism’  sono concetti assai differenti e che non si presentano così storicamente uniti come appariva in quelle analisi , rimane la sostanza della questione. Ossia che tutte le forme del cosiddetto ‘corporatism’ erano proprie di economie ancora profondamente chiuse al mercato dispiegato e dove le classi politiche esercitavano un ruolo di allocazione delle risorse così forte da dover essere poi smantellato negli anni novanta,  come se si trattasse di una vera e propria diseconomia esterna. Puralismo e conflitto ora emergono e sembrano mostri biblici per che a essi non è abituato.
Il quadro mondiale e continentale si complica per la depressione in corso su scala mondiale, stagnazione da scarsa propensione agli investimenti, da deflazione con crollo dei prezzi delle materie prime e delle commodities  e financo dei beni manufatti anche nei settori più innovativi, con scarsa propensione alla crescita delle domande interne ed estesa disoccupazione strutturale.
Di qui le contraddizioni che si dipana nell’ Europa delle relazioni industriali.


III. I sindacati e il neo-comunitarismo


I sindacati europei dei lavoratori hanno compiuto una scelta chiarissima e ispirata alla continuità invece che all’ innovazione. Si tratta di una tendenza, del resto, che si manifesta anche in continenti assai diversi da quello europeo, come nelle nazioni a più forte tradizione sindacale del’ America del Sud in cui si manifestano più forti differenziazioni e più contrastanti dinamiche dell’ azione sindacale , soprattutto per effetto del ruolo ivi ancora svolto dalle classi politiche nel sistema delle relazioni sindacali in forme e misure che stanno ora attenuandosi in Europa ( e anche per questo è indispensabile procedere nell’ analisi comparata con più forza di quanto sino a ora non sia stato fatto ). In Europa-come del resto in America del Sud- i sindacati dei lavoratori dipendenti mirano a  rafforzare le tendenze statali neo protezionistiche e alla resistenza nei confronti della globalizzazione. Ne consegue il fatto che essi cercano di   promuovere, anche sul versante delle relazioni industriali, le tendenze concertative pertinenti a questo disegno piuttosto che a quello propugnato dalle associazioni imprenditoriali e dagli imprenditori ‘molecolari’che sono orientati verso la ‘deregolazione’ dispiegata. I sindacati dei lavoratori hanno fatto e fanno ciò nel modo secolarmente sperimentato. Laddove è forte la rappresentatività sindacale e debole la frammentazione della rappresentanza medesima,  cercano, spesso con successo, di ‘scambiare’ la pace sociale e la moderazione contrattuale e salariale  con la cogestione dei processi di regolazione delle ristrutturazioni e delle trasformazioni in corso, dando vita ai cosiddetti  ‘patti neocorporativi’ di cui vi è un florilegio, si pensi un pò!, nell’ Europa neo – liberista (sic!).  Da questo processo scaturisce quel meccanismo istituzionale e sociale insieme che viene comunemente definito:’ ‘ supply side ‘ corporatism ‘.
 
E’ quindi necessario esaminare attentamente ciò che accade in tutto il mondo sottoposto al meccanismo di crescita del valore per comprendere le relazioni sociali e industriali di paesi che un tempo ‘segnavano la via ‘ a quelli che erano più tardivamente giunti all’ industrializzazione e alla costruzione di un sistema di regole negoziali.
Oggi questo modello interpretativo non è più euristicamente produttivo: ciò che accade in India, in Australia e in Corea può essere di grande aiuto per comprendere ciò che accadrà e ciò che già accade in Europa.
Se mi chiedessero qual è l’ evento più significativo del finire di questo secolo nel  contesto dei sistemi di relazioni industriali, io risponderei sicuramente che quell’ evento è quell’ insieme di concause e di avvenimenti che hanno dato vita negli anni novanta del XX secolo a una imprevista ondata di scioperi operai nella Corea del Sud, modello per eccellenza, un tempo, dell’ industrializzazione autoritaria senza conflitto . La Corea del Sud è un esempio preclaro dell’ effetto dirompente che può avere la conquistata libertà di sciopero e di organizzazione dei sindacati dei lavoratori, generata dalla necessità di aprire il mercato di lavoro e di renderlo più flessibile sotto la spinta della competitizione, da un lato, e del movimento per i diritti civili e sociali, dall ‘altro. Questo processo si è amalgamato con una realtà negoziale a livello aziendale che è stata, da un lato, profondamente trasformata, ma, dall’ altro, è stata utile per fornire una sorta di principi guida all’ azione sociale che si svolgeva, dopo il 1987, appunto, in forme radicalmente diverse. Il contesto, insomma, in cui si volgono le negoziazioni del 1987, del 1988 , del 1989 e del 1990, è determinante per delineare i carattere tanto degli scioperi quanto degli accordi raggiunti. L’ insegnamento che viene dalle lotte sociali coreane è dunque importante metodologicamente, ma, altresì, è importante normativamente: è la certezza che il processo di liberalizzazione dei mercati può accompagnarsi con un aumento della conflittualità sociale e che, da questo punto di vita, l’ orientamento istituzionale delle parti sociali e dello stato può essere determinante, cosi come lo è la forma delle pratiche negoziali preesistenti.  Una riprova ulteriore di ciò viene dall’ analisi del caso indonesiano. Anche questo paese (che sino alla fine degli anni ottanta era dominato da un potere dittatoriale militar familistico sorto da un colpo di stato che nel 1965  sterminò di centinaia di migliaia di attivisti e dirigenti del più forte partito comunista asiatico), anche questo paese è stato scosso negli anni novanta da un’ ondata di scioperi. Essa ha imprevedibilmente  sconvolto i tradizionali meccanismi di negoziazione che si erano sedimentati per decenni  grazie a ciò che era sopravvissuto durante la dittatura  dei provvedimenti del 1957, che  avevano iniziato a istituzionalizzare un sistema di negoziazione aziendale e nazionale. A differenza di quanto accade in Corea del Sud, i provvedimenti di liberalizzazione dell’ economia non hanno dato luogo a scioperi che, lì, sono stati posti sotto controllo da un meccanismo di regole con un discreto grado di legittimazione. In Indonesia il conflitto si è sviluppato contro la dittatura e contro il non riconoscimento, da parte dello stato, della libertà di organizzazione e di sciopero, aprendo una ferita insanabile in un meccanismo di regolazione sociale fondato tanto sul terrore quanto su relazioni patrono-cliente di tipo diadico e verticale.  Situazioni molto diverse, dunque. Ma accomunate da un dato unico e distintivo, che discende dai caratteri che ancora assume il rapporto stato-economia in Asia, anche in questo contesto di liberalizzazione dei mercati. Mentre in Europa e in Nord America e in Australia, infatti, la gloablizzazione ha capovolto, di fatto, il sistema di relazioni  nazione-stato-economia, per cui la prima e il secondo sono ora ‘al servizio’ della terza, in Asia, viceversa, l’ economia è ancora al servizio della potenza della nazione,  nonostante gli sforzi nord americani di superare questa situazione. Io sono convinto che la radice del neo mercantilismo asiatico è nella ‘tenuta’ della dittatura cinese a sistema economico misto (di centralizzazione e di relativa apertura di mercato). Essa consente a tutta l’ Asia, nonostante i conflitti presenti nell’ area( si pensi a quello tra Repubblica Popolare Cinese e Taiwan!) di resistere ai colpi di maglio della liberalizzazione, non potendo, gli USA e il Regno Unito, muovere al controllo neo liberistico dispiegato di nazioni che sono ancora un antemurale contro il comunismo e che potrebbero essere indebolite in questo ruolo dall’ avanzata di un mercato che può sgretolare più velocemente di quanto ricostruisca. A differenza di quanto si è potuto appunto fare in Europa dopo il crollo dello stalinismo sovietico, che ha consentito di operare neo liberisticamente senza problemi geo strategici rilevanti.
Questa situazione ha un importante conseguenza distintiva sul sistema o, meglio, sul magma delle pratiche di negoziazione e contrattazione  del lavoro industriale e dei servizi asiatico. In quei paesi lo stato e gli storici meccanismi di relazioni industriali non possono agire in quel modo che ho definito ‘polanyiano’, ossia mettendo in atto meccanismi complessi di difesa dall’ avvento di nuove forme di relazioni sociali che distruggono, con l’ unicità dell’ ordinamento giuridico (per effetto delle statificazioni dei diritti sovranazionali e del ruolo dei meccanismi di rappresentanza sovranazionali), l’ unicità dello stato come unità di popolo capace di agire .Di qui le divisioni tra classi politiche, economiche e burocratiche secondo il cleveage dell’ accettazione o meno delle conseguenze sociali, politiche ed economiche della globalizzazione. In Asia, invece, i meccanismi di relazioni industriali  o non esistono o hanno una tradizione storica troppo recente o troppo fragile  In Asia lo stato è privo di ogni istituzionalizzazione perchè è ancora dominato da una concezione e da una pratica neo patrimonialistica: di conseguenza l’ avvento della globalizzazione non può dispiegarsi totalmente per i motivi prima ricordati e, nel contempo, le pressioni che su di esso si esercitano pongono in discussione la forma stessa del  potere che da quel costrutto particolarissimo promana, provocando conseguenze sociali assai diverse da quelle che si determinano nell’ impatto con il neo liberismo internazionale  nei paesi a base culturale europea.  
Per comprendere quanto voglio dire si pensi a quanto accade in Australia, paese dell’ area pacifica, ma che condivide il destino europeo. Studi molto belli sulle conseguenze dell’ avvento dei meccanismi di globalizzazione e liberalizzazione sul tessuto industriale e dei servizi e delle relazioni industriali a essi pertinenti, hanno dimostrato che, nella maggioranza dei casi, i meccanismi di negoziazione e  di regolazione del conflitto non sono innovativi, ma in larghissima misura sono ancora, fondamentalmente, strutturalmente, debitori del passato ‘fordista’ delle relazioni industriali secolarmente consolidatesi in una Australia ora protesa verso un veloce, rapido, tumultuoso ingresso in ciò che si definisce ‘post-fordismo’. Di più, mi ha colpito molto apprendere che, tanto negli USa quanto in Australia, appunto, le forme di resistenza sindacale all’ impatto neo liberista hanno fatto riemergere, in guisa di riattualizzazione di legami sociali anti liberisti, antiche reti di mobilitazione e di sostegno vitale tra sindacati dei lavoratori e comunità locali che si pensavano scomparse. Il comunitarismo neo localistico, insomma, sostituirebbe, secondo queste tesi, quello aziendale, ormai in una crisi irreversibile. 
 Secondo gli studiosi che lavorano su questi temi, saranno queste nuove relazioni comunitarie quelle che si manifesteranno prevalentemente in futuro, tanto più in un contesto in cui il potere di veto sindacale sta perdendo di rilevanza e le tattiche manageriali di disgregazione dei meccanismi di solidarietà aziendale tra i lavoratori raggiungono elevati risultati.
Dall’ Europa al mondo: un nuovo sindacalismo e un nuovo assetto istituzionale dei rapporto tra capitale e lavoro sta prendendo forma: tra lo stato e il mercato. Con la riattualizzazione della “comunità”.
Il futuro, potremmo dire con Carlo Levi, ha “un cuore antico”.

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