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Home - Approfondimenti - Analisi - Non basta aspettare che “passi la nottata”: occorrono politiche per il nuovo paradigma sociale

Non basta aspettare che “passi la nottata”: occorrono politiche per il nuovo paradigma sociale

13 Luglio 2009
in Analisi

Cesare Damiano, deputato, ex ministro del lavoro

Tutti sono convinti che la crisi economica globale, in pieno svolgimento, contribuirà a cambiare nel profondo le coordinate che hanno governato lo sviluppo dell’ultimo trentennio. Questa volta non si tratta di aspettare semplicemente che ‘passi la nottata’, ma occorre progettare fin da subito politiche capaci di preparare il terreno per un nuovo paradigma economico e sociale, una volta terminata la crisi. Chi, come me, ha vissuto per questione anagrafica il susseguirsi, dagli anni Settanta, di crisi decennali a forte impatto economico e sociale, può fare la differenza tra quelle situazioni e il momento attuale. Il cosiddetto “shock petrolifero” dell’inizio degli anni settanta, che non rese più disponibile a buon mercato una fonte di energia indispensabile allo sviluppo dell’occidente, costrinse l’intero sistema produttivo ad una profonda riorganizzazione per vincere la sfida della competitività. Nel decennio successivo, con il crescere progressivo dei forti  venti della globalizzazione da nord a sud, l’economia mondiale, sulla spinta degli Stati Uniti e della Gran Bretagna imboccava il nuovo corso del liberismo. Nuovi grandi processi di ristrutturazione, si pensi, (per restare a casa nostra), ai casi della Olivetti e della Fiat del 1979-’80 che, ancora una volta, produssero impetuosi cambiamenti nel modello produttivo e forti problemi occupazionali che portarono in Italia, da quel momento, una ininterrotta discesa di posti di lavoro nella grande impresa. Gli assi sui quali si sviluppò questa nuova rivoluzione liberale furono la tendenziale finanziarizzazione dell’economia e la centralità del mercato che, portati alle estreme conseguenze della deregolazione ( dopo trent’anni paghiamo gli effetti dei mancati controlli sui titoli tossici), portò alla stessa mercificazione del lavoro. In sostanza, il successo di quel modello di capitalismo aveva come presupposto non solo il rovesciamento del rapporto tra produzione e mercato, ma anche la disponibilità di lavoro al prezzo più basso e con il massimo di flessibilità. Se al culmine della forza del modello produttivo ford – taylorista il dominio della produzione sul mercato era stato capace di imporre  un modello di consumo espansivo, uniforme e di bassa qualità, nella nuova situazione il mercato diventava determinante per indirizzare tempi, modi e quantità della produzione. In quegli anni si parlava di toyotismo, di lean production, di superamento dei magazzini, di produzione di qualità, di piccoli lotti. In sostanza, la nuova filosofia imponeva prima di vendere e poi di produrre. Si è trattato di forti adeguamenti che hanno portato un cambiamento di mentalità e di comportamenti, a partire dalla concezione del lavoro. Ma quelle crisi sono state fondamentalmente l’esigenza di un adattamento di competitività dei sistemi economici di fronte all’affermarsi della globalizzazione. Oggi la situazione è diversa, non si può parlare di crisi di competitività, ma di modello. Vengono meno i due pilastri che hanno caratterizzato il modello di capitalismo che ha dominato con un pensiero unico mondiale la scena degli ultimi trent’anni. Il primo pilastro è costituito dall’enfasi con la quale si è valorizzato l’aspetto finanziario dell’economia e che ha portato ad una progressiva marginalizzazione dei fattori produttivi e di conseguenza, dell’importanza della risorsa umana nel ciclo della produzione. La logica del profitto “a breve” si è sostituita alla capacità di fare impresa mantenendo il “core business” di prodotti innovati e competitivi. Il modello che ha prevalso ha diversificato la sua attività giungendo, in alcuni casi, al rovesciamento delle priorità: l’abbandono della produzione caratteristica dell’impresa a vantaggio delle attività finanziarie. Il secondo pilastro è stato l’assoluta centralità del mercato che ha finito con la svalorizzazione del fattore umano all’interno delle imprese. La diminuizione delle regole e dei controlli, sia per quanto riguarda le attività finanziarie, sia per quanto riguarda le attività produttive hanno portato, nel primo caso, all’intossicazione globale del sistema economica e, nel secondo caso, alla ricerca spasmodica di lavoratori a bassa retribuzione, con lavoro discontinuo e tutele decrescenti. Questo modello è arrivato al capolinea.
Non è un caso che i più grandi paesi industriali del mondo, i politici e gli esperti, tornino a parlare della necessità di avere regole e trasparenza. Da questo punto di vista è sconcertante l’atteggiamento e le scelte dell’attuale governo che continua nella sua azione economica e sociale a perseguire un modello tipico dl neoliberismo.

In questo contesto di profonde trasformazioni, anche il sindacato dovrà affrontare sfide difficili. Allo stato attuale delle cose si possono intravedere alcuni fattori di criticità. Il primo è costituito, almeno nell’immediato, dal venir meno di una seppur minima unità d’azione tra le tre grandi confederazioni. Si potrebbe obiettare che non è la prima volta che questo accade, ma va sicuramente sottolineato il fatto che oggi ci troviamo in un particolare contesto di crisi economica e sociale che richiederebbe il massimo di convergenza unitaria per essere affrontata adeguatamente. Il sindacato italiano esprime ancora posizioni unitarie nella capacità di gestire le crisi a livello aziendale, anche riportando qualche significativo successo: si pensi al caso dell’Indesit di Torino o della Saint Gobain di Savigliano. Si direbbe che la capacità di reagire di fronte alla realtà di crisi si mantiene ancora alta anche perché risulterebbe incomprensibile ai lavoratori una divisione di fronte alla messa in discussione dei posti di lavoro. Altro discorso è la capacità di ritrovare un comune filo di ragionamento non sugli effetti della crisi, ma sulle strategie che definiscono il livello di tutela del lavoro nei suoi aspetti essenziali: livelli di occupazione, stabilità del lavoro, tutela della salute, modello di contrattazione. Un secondo fattore di criticità è determinato da quanto la globalizzazione produce in termini di difficoltà di controllo delle scelte strategiche dell’impresa.


Non è un caso che le crisi occupazionali più gravi derivano il più delle volte da scelte compiute da società multinazionali la cui direzione strategica è  collocata in una qualsiasi parte del mondo (la Saint Gobain a Parigi) o nel caso in cui sia collocata in Italia (vedi Indesit) si debba confrontare con il problema dei decentramenti produttivi in altri paesi fortemente competitivi sul costo del lavoro.


In questo caso la situazione si pone al di fuori del controllo del sindacato e delle comunità locali. Questo argomento richiede un passaggio di innovazione per quanto riguarda gli strumenti di democrazia economica. Se i lavoratori non possono controllare le decisioni strategiche delle imprese, con le loro ricadute in termini di produzione e occupazione, anche i patti di scambio con i territori (infrastrutture, agevolazioni e credito, finanziamenti all’innovazione, ecc.) esauriscono la loro funzione quando l’azienda-madre trova un’altra soluzione territoriale economicamente più vantaggiosa.


Per questo motivo diventa fondamentale per il sindacato andare oltre l’esperienza degli anni Settanta, quella dei “diritti di informazione” contenuti nella cosiddetta prima parte dei contratti di lavoro, per passare direttamente, nei grandi gruppi industriali, all’istituzione dei comitati di sorveglianza, sul modello tedesco, e al rafforzamento dei comitati aziendali europei.


Un terzo elemento è definito dall’attuale dualismo del mercato del lavoro. Se si vogliono avvicinare gradualmente le condizioni dei lavoratori flessibili a quelle dei lavoratori stabili, senza far venir meno il principio della buona flessibilità, occorre intensificare gli sforzi per avere un passaggio protetto dal lavoro atipico al lavoro tipico e immaginare specifiche tutele durante lo svolgimento di lavori non standard.


Da questo punto di vista sarebbe importante dotare il nostro paese della cosiddetta “retribuzione minima”, affidando alle organizzazioni sindacali il compito di una sua definizione per ciascuna categoria di lavoratori, anche al fine di dotare il lavoro precario discontinuo di uno standard minimo di riferimento salariale.


Quanto alla protezione contro la disoccupazione, sarebbe necessario aumentare la protezione economica e rendere universale il sistema: ad esempio con un’indennità di disoccupazione estesa a tutte le persone che lavorano, indipendentemente dalla tipologia contrattuale, dal settore produttivo e dalle dimensioni occupazionali dell’impresa.


E’ una scelta politicamente impegnativa che si muove nella direzione dell’universalità delle tutele di tutti i lavori. A mio avviso, soltanto se il sindacato sarà in grado di compiere dei passi avanti significativi in queste direzioni si potrà salvaguardare e consolidare un modello confederale caratteristico del nostro paese, che ha saputo dare in altre stagioni una prova di visione generale, di riformismo pragmatico e di capacità di indagare la condizione materiale dei lavoratori e di costruire, su di essa, le proprie strategie rivendicative.


Penso che da un punto si possa ripartire: da una convergenza riscontri positivi del sindacato sul tema della rappresentatività, che ha trovato recenti e importanti convergenze. Se questo tema realizzasse un comune approdo unitario potrebbe risolvere l’annosa questione della certificazione della rappresentatività, che trascina inevitabilmente con sé quella della democrazia dei lavoratori. Soltanto passando attraverso un accordo sindacale si potrebbe, successivamente, pensare ad una legislazione di sostegno per rendere la certificazione della rappresentatività universale: nel mondo del lavoro pubblico, come adesso, e anche in quello privato. I contenuti per progettare il futuro certamente non mancano.  
 


13/07/09

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