Non è un paese per fasci, ecco. Non che, fra Meloni, Salvini, Vannacci, seguaci e simpatizzanti vari, l’Italia non abbia un numero inquietante di fascisti purosangue, di deriva o dormienti. Solo che la gabbia giuridica della Costituzione messa in piedi dai padri fondatori (che ben sapevano quel che facevano e con cosa avevano avuto a che fare) non fornisce sbocchi o scorciatoie agli istinti di sopraffazione dei diritti. Succede, così, che il decreto legge copia-Vannacci sugli stranieri in classe, promosso da Meloni e dal suo ministro Valditara, affoghi fra i paradossi e gli autogol. Riproponendo un quesito ormai antico. Sapevano fin dall’inizio che l’idea “in classe non più di uno straniero su tre, gli altri fuori” era scritta sull’acqua e sono andati avanti, per pura propaganda, nel tentativo di rincorrere, in campagna elettorale, il Frankestein salviniano che tormenta la destra? O pensavano di condurre davvero in porto il disegno antistranieri per semplice incompetenza, tara che corrode il patrimonio operativo della destra italiana, fin dai falliti tentativi di Berlusconi sul codice penale? Finta o autogol, comunque, il paradosso è servito: il decreto Valditara contro gli immigrati in classe, in realtà, non è una legge anti-immigrazione. Al contrario, è una buona legge che favorisce l’integrazione, la migliore da molti anni a questa parte. La sinistra ringrazi.
Naturalmente, gli adempimenti tecnici, burocratici, economici che la legge comporta sono tali da rendere poco verosimile che il decreto trovi una applicazione, come che sia, o ancor meno sistematica. Probabilmente, insomma, parliamo del nulla. Ma ammettiamo che ci si provi davvero: qual’è la situazione che il ministero della Pubblica Istruzione ignorava o ha fatto finta di ignorare a fini elettorali, al punto di evitare accuratamente di farne cenno anche nella relazione tecnica al testo di legge?
Visto che la Costituzione evidentemente impedisce di buttare per strada chi vuole andare a scuola, il decreto prevede che, dal calcolo del tetto del 30 per cento in classe siano esclusi gli studenti con cittadinanza non italiana ma nati in Italia, o che abbiano frequentato almeno due anni di scuola d’infanzia o tre di scuola dell’obbligo. Insomma, niente cambia per gli studenti immigrati di seconda generazione (la stragrande maggioranza, i due terzi del totale di studenti) o che hanno già imparato un po’ di italiano a scuola. Per giunta, la norma riguarda, fra le classi, solo le prime. Conclusione: dovranno essere riorganizzate soltanto quelle classi prime (elementari, medie e superiori) in cui verrebbe a trovarsi almeno un terzo di studenti stranieri che sono arrivati nel nostro paese negli ultimi due o tre anni.
E, allora, quanti sono? La risposta è che non ci si farebbe neanche un torneo di calcio: starebbero tutti nell’aula magna di un singolo istituto. Il Laboratorio di Politica sociale del Politecnico di Milano ha provato a calcolare la platea di ragazzi interessati, basandosi sui dati dello stesso ministero per il 2022-2023. Risultato: le prime di ogni ordine e grado con più del 30 per cento di studenti nati all’estero erano, in tutto il paese, 155. Avete letto bene: centocinquantacinque. Tuttavia, nati all’estero non è un criterio sufficiente. Per rientrare nel tetto previsto dal decreto bisogna anche non avere due o tre anni di scuola italiana alle spalle. Complessivamente, allora, gli studenti interessati al decreto sarebbero stati 26 mila. Ora, mettiamo insieme i due criteri. Quanti di questi 26 mila erano in classi in cui il loro numero superava il 30 per cento? Secondo il Politecnico, in totale, in tutta Italia, 290. Avete letto bene: stiamo discutendo di meno di trecento ragazzi e ragazze. Francamente, il paese, e anche la scuola, hanno problemi più urgenti.
Certo, non si tratta delle ragazze con il burqa o il niqab, altro trofeo anti-Vannacci del decreto. Dati sulle ragazze che si presentano a scuola in Italia con il volto coperto non ce ne sono, ma l’aneddotica dice non più di qualche decina. E nessuno pensa che rimandarle a casa aiuti la loro emancipazione più dello stare in classe.
Di questo decreto, a ben vedere, l’elemento chiave resta, insomma, l’ultimo, inserito anzitutto per obbligazione logica: i corsi di lingua per i genitori. Diceva mia madre, ultranovantenne, che se per strada uno straniero le offriva di comprare calzini parlando in italiano, si fermava volentieri a chiacchierare. Se grugniva qualcosa di incomprensibile, si spaventava e scappava più in fretta possibile. Qualsiasi studio sull’immigrazione spiega che la barriera linguistica è la prima che deve essere superata per l’integrazione di un immigrato nella nuova società. La Germania ne ha fatto un punto cardine della sua politica verso l’immigrazione, ottenendo anche, dicono le statistiche sull’occupazione (regolare) significativi risultati. In Italia, finora, i governi – di ogni colore – hanno guardato per lo più dall’altra parte, avvitandosi in una spirale di estraneità e diffidenza e lasciando alle parrocchie e alle Ong il campo, ma troppo piccolo per incidere davvero. Ora, diventa, anche se nel governo se ne parla poco, politica nazionale, pure con qualche stanziamento. Soldi e lo stimolo delle multe per i genitori riottosi. Gli strumenti sono da discutere, la volontà politica da accertare, ma la direzione è quella giusta. Bene, bravi, bis.
Maurizio Ricci

























