Vannacci, Vannacci, Vannacci. E soltanto Vannacci. È lui l’uomo, il fenomeno, del momento. Nei Palazzi della politica tutti ne parlano. E c’è da dire che, a fiuto e a prima vista, non è esattamente un bene: l’ex generale della Folgore, che surfa l’onda nera che sta scuotendo l’Europa, non è un campione di democrazia e di buongusto. Il leader di Futuro nazionale, per chi ancora non lo conoscesse, ha nostalgia del Ventennio, inneggia al Duce, manda cartoline d’amore a Vladimir Putin, propone la deportazione forzata dei migranti, invoca il “patriarcato mediterraneo” e il divieto d’aborto, gli piacciono “le donne senza gonna”, predica l’abolizione del reato di femminicidio, le classi separate per disabili, la caccia agli omosessuali. Eppure piace, piace tanto. A sentire i sondaggi, quasi un italiano su dieci lo voterebbe.
Attenzione, però. Nei corridoi di Montecitorio, nelle stanze appartate del Senato, negli anfratti di palazzo Chigi, non si parla di Vannacci per le sue idee raccapriccianti. No, quelle sono già metabolizzate. Tanto più che vanno di gran moda in mezza Europa, come dimostra l’avanzata travolgente in Germania di Alternative für Deutschland (Afd) e la probabile ascesa all’Eliseo di Marine Le Pen. L’ex generale è al centro di tutte le discussioni politiche in quanto, in pochi mesi, ha letteralmente ribaltato la politica. E’ da lui che dipende il successo o la sconfitta del centrodestra e del centrosinistra. In estrema sintesi: se Giorgia Meloni & Co. si alleano con lui, vincono. Se alzano un “cordone sanitario” e lo tengono fuori dalla coalizione, perdono. Così attestano tutti i sondaggi. L’ultimo, sfornato da Only Numbers di Alessandra Ghisleri, dice che senza l’ex generale il centrodestra sarebbe al 41,1% di voti e il centrosinistra al 43,2%.
Così, per Elly Schlein, Giuseppe Conte, ma anche per i centristi di Carlo Calenda, Vannacci è una benedizione, una sorta i Messia, la chiave per una facile vittoria. Ed è invece, di riflesso, una iattura, una calamità, per Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani.
La più preoccupata di tutti, manco a dirlo, è la premier. Lei si gioca il bis a Palazzo Chigi e il Quirinale ed è perciò parecchio tentata e indecisa. Ogni giorno sfoglia la margherita: “Imbarchiamo il generale o non lo imbarchiamo?”. Alla fine, dicono i suoi fedelissimi, rimane con il secondo petalo in mano. Perché allearsi con Vannacci significherebbe riportare indietro le lancette dell’orologio di quattro anni, ai tempi in cui l’underdog della Garbatella veniva descritta dai giornali internazionali come nostalgica del fascismo e antieuropeista. E perché un patto elettorale con l’ex generale significherebbe far implodere la coalizione.
Salvini, che è stato truffato da Robertone e ora vede i suoi voti prendere la strada verso Futuro nazionale, avrebbe una crisi di nervi. E di pianto: “L’ho fatto eleggere al Parlamento europeo e mi ha tradito. Mai e poi mai farò di nuovo un accordo con lui”, è l’imperituro lamento del capo leghista. Tajani, che come gli ordina il suo capo Marina Berlusconi deve mantenere Forza Italia nel solco del liberalismo democratico, avrebbe invece un travaso di bile se Giorgia si accasasse con l’ex generale. E, forse, Antonio sarebbe addirittura costretto (su indicazione di Arcore) a uscire dal centrodestra. Ipotesi per ora remota: la voglia di conservare il potere fa miracoli.
Però, mentre Meloni fa il Vannacci varando le nuove norme sulla scuola con i migranti a numero chiuso, dentro Fratelli d’Italia cresce la voglia dell’alleanza con l’ex parà. Il viceministro Edmondo Cirielli l’ha detto chiaro e tondo: “Meglio stare con lui che perdere”. Così alla Camera e al Senato sono sempre più numerosi quelli che scommettono sul patto tra la premier e Futuro nazionale. “Anche perché altrimenti Meloni sarebbe suicida a varare la nuova legge elettorale che assegnerebbe al centrosinistra il premio di maggioranza monstre…”, osserva il centrista Bruno Tabacci parlando con il Diario. “Proprio non si capisce perché dovrebbe farci questo regalo”.
Già. Davvero un enigma. Da una parte Giorgia dice: “Mai con Vannacci”. Dall’altra, andando allo scontro con le opposizioni e innescando il mal di pancia degli alleati che preferirebbero tenersi le norme elettorali attuali, tira dritto con il Melonellum. Lei ha confidato ai suoi che lo fa “per coerenza”, perché “odia la palude” e non vuole rischiare che dalle urne esca un governo istituzionale o tecnico di “unità nazionale” che la tagli fuori. Ma perfino tra i fedelissimi, resta qualche dubbio.
Di certo, l’alleanza tra Vannacci e il centrodestra farebbe la gioia di Carlo Calenda. Azione, se Forza Italia non dovesse uscire dall’alleanza, farebbe il pieno di voti di elettori moderati inorriditi dall’abbraccio con il post fascista e la sua “feccia” (copyright dell’ex parà). E qualche riflesso positivo potrebbe averlo anche Matteo Renzi con la sua Casa riformista. Per Schlein, Conte e Avs si aprirebbe invece la strada della sconfitta. Anche se, dicono sempre i sondaggi, l’adesione di Vannacci al centrodestra sgonfierebbe i muscoli di Futuro nazionale. Gli farebbe perdere appeal tra i duri e puri dell’ultra destra. Così non sarebbe del tutto da escludere, a sentire gli studiosi dei flussi elettorali, una vittoria di misura del fronte progressista. Bah.
Ma il vero quesito che pochi si pongono, è cosa vuole fare in realtà Vannacci. La sua è una partita win win. Vince (probabilmente) se si allea con Giorgia. Ma vince anche se resta fuori dalla coalizione di centrodestra. Anzi, molti dei suoi consigliano all’ex generale di non fare alleanze per “conservare la purezza”. Aspettare un giro e, poi, sperare nella cavalcata solitaria e trionfale verso il potere. Esattamente sulle orme dei post-nazisti dell’Afd. Tanto più che gli immancabili sondaggisti sono pronti a certificare che, se resta da solo, Futuro nazionale può arrivare a due cifre in un batter d’occhio (ora è poco sotto al 9%). Se invece dovesse accasarsi nel centrodestra, perdendo la sua carica rivoluzionaria e di rottura, la musica sarebbe molto diversa.
Alberto Gentili

























