L’Unione europea non si mobilita a sufficienza per far fronte alla crisi globale in corso, ma il sindacato europeo, la Ces, non sta con le mani in mano. Ha elaborato una strategia e la presenterà tra pochi giorni al vertice di Praga. Walter Cerfeda, che rappresenta nella segreteria della Ces i sindacati italiani, pensa che per questa strada sia possibile ottenere qualche risultato per attenuare le difficoltà che gravano sul mondo del lavoro.
Cerfeda, la Ces, il sindacato europeo, sul piano di guerra?
Ci mobilitiamo, faremo quattro manifestazioni, a Madrid, Bruxelles, Berlino e Praga perché la crisi ci fa paura e vogliamo che l’Unione si muova.
Quanta paura vi fa la crisi?
Tanta, perché in tutto il mondo è fortissima, ma sull’Europa ancora di più.
Perché di più in Europa?
Perché da noi si sono bloccate contemporaneamente domanda e offerta. L’offerta perché il flusso di finanziamenti stenta ad arrivare alle piccole e medie imprese, così diffuse nel contesto europeo. E la domanda perché è stata forte la riduzione di salari e pensioni. In più c’è da sottolineare come non ci sia una risposta unitaria di tutta l’Unione, ciascuno Stato ha risposto per conto suo, e questo ha ridotto sostanzialmente l’effetto dell’intervento.
Con effetti forti sull’occupazione?
Fortissimi. La Commissione a marzo aveva parlato di 6 milioni di disoccupati, l’Ocse è andata oltre, indicando in 8 milioni i disoccupati. Ma noi temiamo che la situazione possa peggiorare ulteriormente, anche a causa della forte precarietà che caratterizza il mercato del lavoro nel continente.
Per questo avete deciso di muovervi?
Sì, abbiamo elaborato una serie di richieste che presenteremo la settimana prossima al vertice di Praga, dove si tratteranno specificatamente i temi del lavoro.
La prima?
Un piano straordinario contro i licenziamenti che poggi su una diffusione delle riduzioni dell’orario di lavoro e sui contratti di solidarietà.
Bastano per frenare l‘emorragia di lavoro?
Nel lungo periodo no, nel breve possono essere molto utili. Questo intervento potrebbe essere finanziato utilizzando fondi del Fondo sociale europeo.
Cosa chiedete ancora?
Un piano straordinario di formazione e riqualificazione professionale per sostenere i processi di mobilità che seguiranno alle ristrutturazioni che verranno effettuate dalle aziende per recuperare competitività. Per sostenere questa spesa chiediamo che si anticipi il bilancio del Fondo sociale europeo per il 2010 e si raddoppi il fondo di aggiustamento alla mondializzazione, che serve a sostenere le piccole imprese
Il terzo intervento?
Un sostegno ai redditi dei lavoratori. L’Unione in realtà può fare poco, ma può dare un’indicazione di sostegno alla contrattazione e per l’abbattimento dell’imposizione fiscale.
Tutto ciò sarà sufficiente?
Difficile dirlo, ma sempre meglio agire, intervenire, piuttosto che aspettare il momento della piena. Ancora, a Praga chiederemo una serie di interventi economici.
Di che tipo?
La creazione di un Fondo europeo di sostegno a politiche industriali volte allo sviluppo sostenibile e all’innovazione. Un intervento straordinario della Bei per finanziare le reti infrastrutturali. Una maggiore flessibilità del Patto di stabilità che permetta un aumento temporaneo della spesa pubblica.
Massimo Mascini
30 aprile 2009


























