È iniziato questa mattina lo sciopero di otto ore proclamato dai sindacati nello stabilimento ex Ilva di Taranto. Al termine dell’assemblea sindacale, i lavoratori hanno dato il via alla protesta occupando la carreggiata antistante uno degli ingressi principali del sito siderurgico.
Martedì 4 al Mimit è in programma il primo incontro tra governo e organizzazioni sindacali per individuare una soluzione tampone, dopo il tavolo della scorsa settimana convocato in seguito al decreto della Corte d’Appello di Milano che ha disposto, entro il 28 ottobre, la fermata dell’area a caldo dello stabilimento qualora non vengano realizzati gli interventi prescritti.
Proprio oggi il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, in un’intervista ha rilanciato l’ipotesi di una cordata italiana come una delle possibili alternative per evitare la chiusura dell’area a caldo. “Questo è il fallimento di quindici anni di irresponsabilità da parte di tutti i governi. Oggi siamo arrivati al punto che la magistratura ha disposto la chiusura degli impianti dell’area a caldo perché esiste un rischio serio e concreto per chi lavora in questa fabbrica. Le sentenze si applicano e l’unica certezza che abbiamo oggi è che tra 90 giorni ci sarà la fermata totale dello stabilimento e dell’indotto che ruota attorno al sito di Taranto. È un dramma per i lavoratori, soprattutto per quelli dell’appalto, che non possono usufruire di strumenti straordinari come la cassa integrazione, ed è un dramma anche per i lavoratori di Ilva in amministrazione straordinaria e di Acciaierie d’Italia, ormai mortificati da dieci anni di cassa integrazione. Adesso è il momento che il governo si assuma le proprie responsabilità con un piano straordinario che preveda incentivi, risarcimenti e leggi speciali”, ha dichiarato Vito Pastore, coordinatore Uilm dell’ex Ilva di Taranto, a margine della protesta davanti allo stabilimento.



























