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Home - Approfondimenti - Interviste - Gros Pietro: “Contratto unico passo obbligato”

Gros Pietro: “Contratto unico passo obbligato”

21 Marzo 2008
in Interviste

Un passo obbligato. Questo è la prospettiva del contratto unico della mobilità, da applicare indistintamente a ferrovieri e autoferrotranvieri, per il professor Gian Maria Gros Pietro, presidente di Autostrade per l’Italia, ma anche di Agens e di Federtrasporti, le organizzazioni di Confindustria che si occupano del settore dei trasporti. Un passo obbligato perché la liberalizzazione del settore porterà presto a una crescita della concorrenza e le aziende italiane devono a tutti i costi far crescere la propria competitività, attualmente insufficiente. Con ogni mezzo, certamente con nuovi investimenti, ma anche con questo nuovo contratto, che si applichi a tutti i lavoratori del settore, ma sia solo una cornice leggera, salvaguardando le specificità di ciascun settore.

Professor Gros Pietro, si arriverà al contratto unico per il trasporto per terra, ferrovie e autotrasporto?
Sicuramente, non c’è alternativa. E’un’occasione da non perdere.

Perché è così netto?
Perché questa è la realtà. Nel mondo delle ferrovie si sta verificando quanto è già successo nel trasporto aereo. Passando attraverso le successive liberalizzazioni si sta giungendo al mercato europeo. Un processo ineluttabile. In Francia e Spagna è già accaduto che il miglioramento dei servizi e l’avvento dell’alta velocità hanno tolto passeggeri ad altre modalità di trasporto a favore di quello ferroviario.

Un’occasione da non perdere?
Sì, perché significherà più business, più ricavi, più occupazione, più elevata qualificazione professionale. Ma le aziende italiane devono avvicinarsi a questo appuntamento più forti. Perché in Italia sono stati fatti investimenti molto consistenti sull’alta velocità e quando, tra un paio d’anni, saranno completati avremo il problema di coprire la rete e lo potranno fare aziende italiane oppure aziende straniere. E sarebbe una beffa se dopo tanti investimenti italiani questi andassero a beneficio di aziende straniere. E’ già successo per Alitalia, con l’aggravante che il trasporto aereo non ha una rete fissa, invece l’investimento più forte per le ferrovie.

Quindi le aziende devono diventare più competitive?
Non c’è alternativa. Con modifiche tecnologiche e organizzative, con nuovi treni, ma anche con un nuovo contratto collettivo. Il sindacato ha colto questa esigenza e anche Confindustria ha manifestato il proprio interesse.

Non tutte le aziende sembrano entusiaste di questo nuovo contratto.
Sono sorti timori, che si ricada nei vecchi riti, che non si assicuri un guadagno di competitività, che il nuovo contratto non sia migliorativo, ma peggiori la situazione aumentando i costi. Ma questi timori, di breve periodo, non devono far perdere di vista l’obiettivo di più lungo respiro, quello di rendere le aziende italiane più competitive, nella considerazione che l’attuale livello non è sufficiente.

Dal settore dell’autotrasporto in particolare sono state elevate eccezioni.
Dobbiamo cercare di guardare al problema da un’ottica non corporativa. E’ evidente che il trasporto su gomma ha sue peculiarità, non ha una rete, la prestazione lavorativa che si chiede è diversa, ma questo non fa venir meno l’esigenza di un’architettura contrattuale unica per tutti i lavoratori dell’intero settore.

Come è possibile fornire le necessarie rassicurazioni?
Con un contratto unico che sia una cornice leggera, con criteri di base, di garanzia. Poi tutti gli istituti dovranno essere diversi per i vari settori, perché diverse sono le prestazioni, le professionalità, gli sforzi che si devono produrre. Ogni settore deve mantenere le sue specificità, sempre nell’ottica del contenimento dei costi. Penso a un contratto a canne d’organo, diverse per i vari istituti in funzione della specificità dei singoli settori.

Ma il contratto deve essere unico.
Questo sì. Obiettivo realizzabile fissando paletti molto chiari in un protocollo da mettere a punto prima dell’avvio della trattativa.

Quindi non sarà la sommatoria dei due contratti?
Assolutamente no. L’obiettivo, da non dimenticare mai, deve essere quello di realizzare una maggiore competitività, perché quella attuale non è sufficiente. E tutte le aziende devono migliorare le loro performances, perché tutto il settore del trasporto verrà toccato da queste innovazioni. Quello ferroviario, certamente, ma anche quello su gomma. E inoltre il problema va visto anche in prospettive più generali.

Di che tipo?
Per esempio, sul piano ambientale. Perché è evidente che i modi di trasporto non sono tutti uguali in questa prospettiva ed è prevedibile che ci saranno degli incentivi per favorire le modalità che sono meno inquinanti, quelle che  hanno emissioni più contenute. Sarà quindi necessario presidiare in qualche modo queste modalità. E poi c’è il discorso economico più generale.

Quale discorso?
Quello relativo all’efficienza del sistema paese. Il costo della logistica da noi è pari al 20% dei costi di produzione, nei paesi nostri concorrenti è pari al 15%. Questo vuol dire che chi produce in Italia parte in perdita. E i risultati si vedono, le difficoltà di tanti italiani ad arrivare alla fine del mese dipendono anche da questi costi che penalizzano i nostri prodotti.

Quindi, trasporti più efficienti.
Sì, dobbiamo abituarci a ragionare in termini di sistema, non possiamo più permetterci egoismi. E il contratto unico può essere un punto di avvio di questo nuovo modo di ragionare. Per questo dico sediamoci attorno a un tavolo e ragioniamo tutti assieme di questo obiettivo.

Massimo Mascini

redazione

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