Migliorano le condizioni della classe operaia cinese, il boom ha portato la piena occupazione e in pochi ormai accettano il minimo contrattuale. Diminuisce, dunque, l’entusiasmo dei capitalisti per la possibilità di sfruttamento selvaggio della manodopera, si assottigliano i margini di profitto e aumentano le denunce di costi di produzione troppo alti. Anche se i differenziali salariali rispetto all’Occidente rimangono impressionanti, – un metalmeccanico tedesco costa 37 dollari l’ora, contro 1 dollaro e 40 centesimi per il suo omologo cinese – anche se non esiste il diritto di sciopero, né un sindacato libero, la legge della domanda e dell’offerta sembra essere favore degli operai: le imprese si contendono manodopera qualificata con aumenti salariali che raggiungono punte del 100% in un anno e, proprio mentre la forza contrattuale dei lavoratori migliora sul mercato, il regime ha varato una sorta di Statuto dei lavoratori. La preoccupazione per la stabilità sociale, infatti, ha spinto il Governo a fare una legge che rende meno facili i licenziamenti, impone delle liquidazioni di buonuscita, obbliga al pagamento degli straordinari. Ovviamente bisognerà verificare quante imprese riusciranno a evadere nel sommerso, ma intanto, tra gli imprenditori di Hong Kong, il 62% denuncia costi crescenti e l’11% teme di dover chiudere. Secondo gli analisti, l’aumento salariale cinese risponde a una logica economica ben precisa: eliminare le imprese meno efficienti. La stessa riforma del diritto del lavoro rientrerebbe in una strategia industriale di lungo periodo: si vuole che l’industria cinese si sposti su produzioni di più alto contenuto tecnologico, anziché rimanere ferma nei tradizionali settori come il tessile. (GLR)
Quotidiano online del lavoro e delle relazioni industriali
Direttore responsabile: Massimo Mascini
Vicedirettrice: Nunzia Penelope
Comitato dei Garanti: Mimmo Carrieri,
Innocenzo Cipolletta, Irene Tinagli, Tiziano Treu

























