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Home - Rubriche - Giochi di potere - La botta, l’incantesimo infranto e la speranza. Meloni stordita dopo la scomunica di Trump

La botta, l’incantesimo infranto e la speranza. Meloni stordita dopo la scomunica di Trump

di Alberto Gentili
15 Aprile 2026
in Giochi di potere
La botta, l’incantesimo infranto e la speranza. Meloni stordita dopo la scomunica di Trump

DONAL TRUMP PRESIDENTE USA GIORGIA MELONI PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

Con quel pazzo di Donald Trump non ci si annoia mai. In una manciata di ore ha stracciato il rapporto con Giorgia Meloni. L’ha letteralmente scaricata: “Mi ha deluso”, “non ha coraggio”, mi “sono sbagliato su di lei”, “sono scioccato”. E mentre il tanto decantato “ponte” tra Europa e Usa si inabissava in fondo all’Atlantico, nei palazzi della politica si è affacciato un sospetto ed è balenata una speranza. Il sospetto: dopo la batosta del referendum del 23 marzo si è rotto l’incantesimo che aveva fatto surfare fin qui la premier in cima ai sondaggi. Per dirla con Matteo Renzi, “Giorgia non è Super Pippo, non riesce sempre a gestire le crisi cavalcando equilibrismo e ambiguità. Il giocattolo si è rotto”.  La speranza: gli schiaffoni planetari del pistolero di Mar-a-lago, la dimostrazione plastica che non è più la cheerleader del tycoon, potrebbero aiutare Meloni a riprendere la connessione sentimentale con il Paese. Del resto, come la sconfitta di Viktor Orban in Ungheria insegna, chi è sostenuto da Trump è un dead man walking, un morto che cammina.

Di certo, c’è che nell’arco di poche ore si è rovinosamente inabissata la linea di politica estera seguita da Meloni da quando Trump è tornato alla Casa Bianca. Dalla rielezione del leader Maga, con spregiudicata ambiguità e spericolato equilibrismo, Giorgia ha cercato di fare un po’ l’europea e un po’ ha blandito quello che Walter Veltroni chiama il “pazzo pericoloso che si crede Dio”. L’ha fatto, a volte, con disprezzo del ridicolo: è riuscita a definire i dazi commerciali “un’opportunità”, ha proposto il Nobel per la pace per il tycoon, è stata l’unica leader europea ad andare nel gennaio del 2025 alla cerimonia di insediamento a Capitol Hill, ha etichettato come “legittimo” il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro, è stata la sola tra i capi del G20 ha mandare il proprio ministro degli Esteri al debutto del Board of peace: il comitato d’affari, l’Onu privata, di Trump per spartirsi le macerie di Gaza. Erano giorni di amore intenso: “Giorgia è meravigliosa, un’amica straordinaria, una leader fantastica sempre pronta a dare una mano”, flirtava Donald. “Non si può fare a meno degli Usa, Europa e America devono andare a braccetto”, faceva le fusa la premier.

Poi, quando il presidente che la stragrande maggioranza degli americani vorrebbe rinchiuso in un ospedale psichiatrico, ha lanciato la guerra contro l’Iran assieme al suo complice, il “criminale di guerra” (sentenza della Corte penale internazionale) Benjamin Netanyahu, il vento è girato. Meloni è stata costretta a dare qualche bacchettata all’amico. Niente benedizione ai missili scagliati contro l’Iran. Niente uso della base di Sigonella. Nessun aiuto per forzare lo Stretto di Hormuz. Sia perché a nessuno in patria piace la guerra, sia soprattutto perché gli italiani hanno impiegato un’istante a capire che l’aumento di benzina e gasolio, l’impennata delle bollette di luce e gas e dei prezzi del carrello della spesa, erano colpa dell’amico di Giorgia.

Poi, il 23 marzo, è arrivata la fragorosa bocciatura con 15 milioni di “No” della riforma della giustizia. “Si è svegliata ora con Trump perché l’ha svegliata il referendum”, sostiene Renzi. Poi, domenica scorsa, è stato sconfitto Orban, il leader ungherese osannato e sostenuto da Trump con tanto di viaggio del suo vice JD. Vance a Budapest. Il segno che chi è baciato dal tycoon muore. Stecchito. Infine, lo scontro sul Papa.

E qui bisogna fare attenzione ai dettagli. Ancora lunedì mattina, dopo che Trump aveva insultato pesantemente il Pontefice (un’aggressione che neppure Adolf Hitler aveva mai osato compiere contro Pio XII), Meloni ha dettato un comunicato con il quale faceva gli auguri a Leone per il suo viaggio in Africa. Nient’altro: nessuna condanna per le parole blasfeme del tycoon, nessun distinguo. Il segno che ancora l’altro ieri, con una grave sottovalutazione di quanto grave sia la condizione psicologica di Trump, Giorgia non voleva rompere con il capo della sua famiglia politica sovranista e nazionalista. Ma dopo nove ore e dopo una tirata d’orecchie di Sergio Mattarella, è arrivata la correzione di rotta: “Pensavo di essere stata chiara, ma lo ribadisco con maggiore chiarezza. Trovo inaccettabili le parole del presidente Trump nei confronti del Santo Padre”. Parole cacciate dolorosamente dalla bocca, come un dentista con un molare.

Ed è a questo punto che The Donald ha reagito. Ha aggredito Giorgia e, visto che c’era, ha insultato di nuovo Papa Leone. “Il potere può inibire, far perdere equilibrio” e generare “autoesaltazione”, è corso a dire Mattarella con la sua inossidabile saggezza. Meloni invece, raccontano, era “molto scossa”. “Turbata”. Per la prima volta, infatti, non era riuscita a gestire la crisi con il tycoon con i suoi ormai proverbiali camaleontismo politico ed equilibrismo. L’incantesimo, appunto, si è rotto.

Con numerosi effetti collaterali. Il primo: di colpo il suo peso specifico in Europa è crollato, ora nessuno crede più che potrà ammansire Trump. Il secondo: senza più Orban in giro a far danni per conto di Vladimir Putin, l’abituale “Giorgia con Viktor parlaci tu” è caduto immediatamente in disuso. Il terzo: essendo restata, per non apparire “troppo europeista” agli occhi del tycoon, per mesi ai margini dei tentativi di Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Keir Starmer di mitigare le pazzie di Trump, la premier italiana è diventata pressoché irrilevante ai tavoli europei.

Eppure, e qui si arriva alla speranza coltivata a palazzo Chigi e nel quartier generale di via della Scrofa dei Fratelli d’Italia, c’è chi è convinto che le bastonate di Trump alla fine siano un “bel favore a Giorgia”. “Alla gente il presidente Usa non piace. È evidente”, dice un alto esponente di FdI al Diario, “e ora sarà chiaro e lampante a tutti che Meloni non subisce alcuna sudditanza e difende solo l’interesse nazionale”. Pausa, sospiro: “Ciò ci aiuterà, dopo ciò che è successo a Orban, in vista delle elezioni…”.

Forse. Di certo, per rendere la conversione più chiara, Meloni dovrebbe dire addio all’ultradestra, aderire al Partito popolare europeo e alzare la bandiera dell’europeismo. Cominciando a mettere alle spalle l’antistorica battaglia contro l’abolizione del diritto di veto che paralizza la Ue.

Considerato il suo Dna e il suo carattere, in molti però prevedono un altro epilogo. Scommettono che libera dall’abbraccio di Trump, che nel suo programma ha la dissoluzione dell’Unione europea, Meloni potrà dare battaglia in Europa ringhiando e graffiando. La ragione: l’Italia è quasi in recessione, l’inflazione schizza in alto, la produzione industriale è in calo da 3 anni, esauriti i fondi del Pnrr le cose andranno sempre peggio. Urge, insomma, una battaglia all’ultimo sangue per fare più deficit, sospendendo le regole contabili del Patto di stabilità. Quelle che a Bruxelles non vogliono toccare.

Ed è questo il finale più probabile. Per due ragioni. La prima: ora che non c’è più Orban, Trump avrà bisogno di un altro sicario interno all’Ue e potrebbe ricucire con la premier. La seconda: Meloni, nel 2022, ha espugnato palazzo Chigi scadendo i soliti slogan anti-europei. E l’underdog della Garbatella è una che ama le tradizioni.

Alberto Gentili

Alberto Gentili

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Giornalista

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