di Marigia Maulucci, segretario confederale Cgil
Una notizia buona e una cattiva. Cominciamo da quella cattiva: nell’incontro della settimana scorsa con le parti sociali, a soli quindici giorni dall’approvazione della legge finanziaria, il Governo si è presentato a ranghi ridotti (il presidente del Consiglio è in Cina, il ministro dell’Economia a Singapore) e assolutamente abbottonato sui provvedimenti che saranno inseriti nella manovra di bilancio. Se fosse così riservato anche negli annunci alla stampa, poco male, e invece succede esattamente il contrario: sui giornali ogni ministro racconta la sua Finanziaria, c’è chi si fa paladino del rigore, chi dell’equità, autorevoli segretari di partiti della maggioranza ci illustrano la loro piattaforma al ministro dell’Economia, in una babele di linguaggi che lascia annichiliti quando non rabbiosi, mentre nella sede ufficiale del confronto il suddetto confronto non è nemmeno cominciato perché l’argomento all’ordine del giorno era un altro. Quel che c’era del Governo ci ha spiegato che occorre sottoscrivere un nuovo patto di politica dei redditi (e questa è la buona notizia) dopo che la legge finanziaria sia stata approvata.
Si pone intanto un primo, quasi ovvio, problema di coordinamento dei tempi, dato che le materie dell’eventuale patto sono, nella buona sostanza, le stesse della legge finanziaria e dunque le scelte che nella manovra di bilancio saranno messe a punto possono aiutare o compromettere il funzionamento del patto stesso. E’ sicuramente importante ragionare intorno al ripristino della politica dei redditi, per il merito delle materie che la compongono e il necessario metodo concertativo che la sostiene. Materie e metodo che abbiamo rivendicato, inascoltati, al Governo precedente con effetti devastanti sull’economia reale del Paese.
Rivisitare il protocollo del ’93, alla luce delle grandi modificazioni del contesto economico, finanziario, produttivo e sociale, è giusto, ed è particolarmente giusto che si voglia confermare quel metodo come importante fattore di nuove relazioni sindacali.
Il nostro obiettivo oggi è la crescita della produttività e competitività del sistema: i segnali di ripresa sono troppo aleatori e frammentari, troppo connessi da una parte alla crescita dell’economia mondiale e troppo poco correlati con una reale modificazione del nostro modello di specializzazione produttiva per farci dire che siamo fuori pericolo. Sarà pure vero che tutto è relativo, ma entusiasmarci per uno 0,5% di crescita di un Pil che ruota intorno all’1%, quando dall’altra parte del mondo viaggiano intorno al 12%, e quando in Europa continuiamo ad essere in coda, è forse eccessivamente ottimista.
I fattori di rischio sono vivi e vegeti: la prevista crisi dell’economia americana e/o l’aumento dei tassi di interesse che la Bce dovesse decidere, per indicarne solo due, sono la spada di Damocle che incombe sulla testa della nostra economia e soprattutto sulla fragilità dei nostri conti pubblici.
E’ dunque molto importante che si avvii una discussione vera sulle condizioni reali da precostituire per far crescere la produttività del sistema, cominciando ad intenderci su cosa si intende per produttività. Proprio il bilancio dell’accordo del ’93 ci fa dire che molte delle responsabilità del suo parziale funzionamento sono in capo all’impresa, che non ha investito in settori avanzati, che al rischio di scelte innovative ha preferito il redditizio rifugio in settori non esposti alla concorrenza.
Insomma, i vecchi vizi del nostro capitalismo, che o è senza capitali o se li inguatta. Certo non produce ricchezza per tutti.
Il problema vero della nostra competitività è il penalizzante indice del Clup, che è strettamente correlato col tasso di innovazione dei nostri prodotti: e l’innovazione costa, è rischiosa, ha bisogno di condizioni generali di contesto, di interventi selettivi e mirati, di investimenti che guardino al futuro. Così come di scelte pubbliche importanti ha bisogno la produttività generale dei fattori, fatta di infrastrutture materiali e immateriali, in assenza delle quali il respiro della nostra economia continuerà ad essere affannoso.
Se dunque il Governo pensa di mettere al centro della nuova politica dei redditi la questione della produttività, deve attrezzarsi ad affrontare tutte queste questioni, individuando risorse pubbliche e indirizzando quelle private verso una reale qualificazione dell’offerta. Abbiamo bisogno di una crescita costante e solida, non occasionale, trainata da settori avanzati, facendo insomma dell’obiettivo dell’economia della conoscenza l’asse strategico della politica economica di questa legislatura.
Parte consistente della crescita, oggi, sta anche nel sostegno alla domanda: un mercato interno bloccato e compresso non consolida né la produzione industriale, né le esportazioni. La politica dei redditi, dunque, potrebbe efficacemente rispondere a questa finalità sostenendo la dinamica contrattuale con gli interventi redistributivi del fisco e il controllo di prezzi e tariffe.
E a proposito dei contratti, fermo restando il valore centrale e insostituibile del contratto nazionale, l’esigenza del quale risulta confermata proprio da un’economia che vuole crescere, è bene fare in modo che gli spazi della contrattazione aziendale si estendano per consentire la redistribuzione della produttività: non casualmente, infatti, nel documento sindacale per la Finanziaria abbiamo ipotizzato che la riduzione del cuneo fiscale possa funzionare anche da incentivo alla contrattazione di posto di lavoro. Vedremo la forma, ma è mia opinione verificare la possibilità che la produttività ridistribuita sia esente dall’Irap.
Come si vede, tutti i capitoli di quell’eventuale protocollo sono materia di discussione dell’oggi, sono di fatto gli interventi centrali sui quali dovrebbe articolarsi una legge finanziaria che voglia realmente rispondere alle esigenze del Paese.
Le domande che avremmo posto all’Esecutivo, se ci fosse stato, nell’incontro che dicevo, sono diventate la piattaforma Cgil, CislI, Uil: la Finanziaria deve prevedere una nuova politica delle entrate (lotta all’evasione fiscale, revisione del secondo modulo della riforma Tremonti, tassazione delle rendite finanziare, imposta di successione), una correzione delle dinamiche della spesa caratterizzata da equità e scelte realmente innovative e coraggiose, interventi per lo sviluppo finalizzati alla qualificazione dell’offerta e al sostegno della domanda.
Non vanno in questa direzione i tagli indistinti alla spesa pubblica che non abbiano una evidente anima riformatrice – e tagli indiscriminati difficilmente ne hanno. Così come non rappresenta, in sé, credenziale per la crescita una riduzione generalizzata del cuneo fiscale.
Sulla nostra piattaforma vogliamo un confronto vero con l’Esecutivo nella sua collegialità: senza risposte e certezze sui temi dell’oggi, il futuro dell’eventuale patto risulterebbe irrimediabilmente compromesso.



























