L’Italia si conferma uno dei paesi europei con il tasso più basso di partecipazione alla formazione non formale job related. È quanto emerge nel 3° Rapporto di Fondoprofessioni “Formazione nelle micro-imprese: una sfida di sistema” presentato al MACRO di Roma, al quale hanno partecipato parti sociali, altri fondi interprofessionali e rappresentanti delle istituzioni.
I dati raccontano che il tasso di partecipazione è al 5,7%, rispetto alla media Ue del 7,8%. Se si guardano i paesi del nord Europa si arriva anche a punte del 17%. Le evidenze raccolte parlano di una formazione che viene maggiormente fatta da chi ha già un’alta istruzione, 12,5% in Italia, sostanzialmente in linea con la media comunitaria del 12,9%. Quello che maggiormente salta agli occhi è che chi è in possesso di qualifiche più basse accede alla formazione, nel nostro paese, con una percentuale pari a 1,7% mentre in Europa si arriva a quasi il doppio, 3%. Allo stesso modo la quota di disoccupati italiani che partecipa ad attività formative si attesta a 2,6 punti percentuali, contro il 7,8% dell’Europa. Per quanto riguarda il genere il 5,5% delle donne italiane partecipa alla formazione contro l’8,1% della media europea.
Al livello nazionale ci sono diversi fattori che differenziano l’accesso alla formazione. Ci si aggiorna maggiormente nella finanza, con una fetta di lavoratori che tocca il 19% rispetto all’1,7% dell’agricoltura. La formazione è maggiore tra i dirigenti, 17,4%, che negli operai 3%. E ci si forma di più nelle imprese del nord, 8,5%, che in quelle del sud 4,8%. L’altro discrimine significativo è la dimensione dell’azienda. Nelle realtà che vanno da uno a cinque addetti, il tasso di partecipazione passa dall’1,9% fino al 5,3%, per salire al 13% dove si superano i 250 addetti. Le micro e le piccole imprese rappresentano dunque il vero buco nero della formazione e la vera sfida consiste nel diffonderla il più possibile in queste realtà. Una formazione che dovrebbe essere pensata sartorialmente sulle esigenze delle piccolissimi aziende.
Per quanto riguarda i numeri di Fondoprofessioni nel 2025 le imprese aderenti hanno superato le 44mila unità e i dipendenti le 180mila unità. I dati certificano, inoltre, una crescita della dimensione delle aziende aderenti e del numero medio di addetti per impresa. Le attività professionali con un dipendente sono passate dal 43% del 2015 al 37% del 2025. Sono cresciute, invece, di due punti percentuali le imprese con 6-9 dipendenti e quelle con 10-29 addetti. Il numero medio di lavoratori per azienda si attesta a 4,1. Per quanto concerne le nuove adesioni la quota maggiore nel 2025, oltre il 65%, arriva di imprese inoptate ossia che ancora non avevano dichiarato la propria adesione a un fondo specifico, mentre il 34,6% sono quelle che si trasferiscono da altri fondi. Per ciò che concerne la tipologia di attività gli studi professionali restano il settore dominante, mentre crescono i commercialisti.
Sul fronte dell’offerta formativa nella composizione dei corsi cresce il peso di quelli dedicati a innovazione e digitalizzazione, +8,9%, e salute e sicurezza, +6,8%. In alcune aree specifiche il rapporto evidenzia un incremento, tra il 2019 e il 2025, a tre cifre, +495% per innovazione e digitalizzazione e +321% per sostenibilità. Anche per i corsi erogati tramite i bandi l’innovazione cresce del 472% ed etica e sostenibilità del 357%. Dopo il boom della formazione a distanza durante la pandemia, nel 2025 si è stabilizzata al 40% mentre continua a crescere quella on the job.
Il rapporto contiene, inoltre, delle valutazioni di carattere qualitativo ottenute tramite questionari rivolti sia ai datori di lavoro che ai dipendenti. I primi esprimono un giudizio positivo medio sulle competenze del 66% dei propri addetti. Le percentuali sono più altre negli studi odontoiatrici e più basse in quelli architettura e ingegneria. Anche tra i lavoratori il 66,4% ritiene adeguate le proprie competenze. Tra i principali ostacoli che impediscono l’accesso alla formazione ci sono i carichi di lavoro e modelli organizzativi che limitano la possibilità di dedicare tempo a formarsi. Un limite amplificato nelle piccole realtà produttive. Inoltre molti datori di lavoro pagano di tasca propria i corsi perché non conoscono l’esistenza dei fondi interprofessionali o perché non sono a conoscenza del fatto che la loro azienda già ne faccia parte di uno.
“Questi dati rappresentano un elemento particolarmente critico in un Paese come l’Italia caratterizzato da una forte prevalenza di micro e piccole imprese” ha dichiarato Maria Pia Nucera, Presidente di Fondoprofessioni. “Quasi il 70% degli iscritti al nostro Fondo è composto da attività professionali e aziende con massimo tre dipendenti, alle quali consentiamo di accedere a percorsi formativi finanziati orientati all’innovazione e allo sviluppo di competenze strategiche, facendo la differenza in un comparto in cui la formazione è indispensabile per rimanere competitivi e votato sempre di più alla specializzazione”.
Un tema emerso durante il convegno è stata la richiesta rivolta alle istituzioni da parte di Cgil, Cisl, Uil, Confprofessioni e Confedertecnica per riavere indietro il contributo dello 0,30%, noto anche come “quota formazione”, che le aziende versano all’Inps. Per le parti sociali sono soldi che non dovrebbero restare in pancia all’istituto di previdenza ma essere usati proprio per il loro scopo originario ossia la formazione dei lavoratori. Il tema dei fondi, hanno inoltre spiegato i sindacati, tocca anche quello della rappresentatività. Venticinque anni fa, quando sono nati, i fondi interprofessionali erano quattro, oggi hanno superato la ventina. Il controllo diventa dunque indispensabili per limitare lo spazio di quei fondi nati da soggetti poco rappresentativi, che si muovono in un regime di concorrenza e non di cooperazione con gli altri fondi e che erogano una formazione povera sotto il profilo qualitativo.
























