di Gianni Baratta, segretario confederale Cisl
Sono trascorsi poco più di tre mesi dalla definitiva costituzione del secondo Governo Prodi, poche settimane dalla presentazione del Dpef 2007-2011, ma il sindacato ha già pronte in agenda molte questioni da sottoporre al nuovo esecutivo.
Per quanto riguarda l’industria, è ormai evidente che i cronici problemi strutturali che attanagliano i diversi settori da quasi due lustri non possono essere risolti semplicemente attraverso una manovra finanziaria, che oltretutto, al momento, non fa menzione alcuna di come intende affrontare il problema, né con l’inseguire le singole situazioni di crisi dei diversi settori, territori o dei singoli gruppi/imprese sempre più esposti ai diversi fenomeni di global-impact nel sistema nazionale ed internazionale. Non a caso, consideriamo proprio l’aspetto della competitività condizione primaria per il raggiungimento di un giusto equilibrio tra progetti di politica industriale ed indirizzo delle risorse a sostegno, per lo sviluppo del sistema.
E’ indispensabile che il Governo metta in campo da subito una forte azione di concertazione per creare vere condizioni di sviluppo, in particolare in quei settori dell’industria, come il manifatturiero, l’elettronica, l’Ict ed il chimico, che, seppur attraversati, in alcuni casi, da condizioni di crisi pesante, restano settori trainanti e di prospettiva per risollevare l’intero sistema produttivo del Paese.
Occorre progettare sistemi di finanziamento, non solo pubblico, in grado di offrire soluzioni e possibilità alle imprese ed ai settori in questione. Oggi, invece, anche grazie agli ultimi provvedimenti di legge, il ruolo degli istituti di credito sta diventando così rilevante da far si che gli stessi siano ormai gli unici attori delle scelte di politica industriale nel Paese. E’ allo stesso modo urgente, soprattutto attraverso la manovra finanziaria, la definizione di una politica degli incentivi efficace e trasparente che faccia del Durc (documento unico di regolarità contributiva) il riferimento primario.
La priorità comunque, più in generale, è riprendere l’iniziativa proprio in tema di politica industriale per rimettere il Paese sui binari di uno sviluppo di qualità, ambientalmente compatibile, fondato su investimenti selettivi nella ricerca, nella innovazione e nella formazione. È necessario, a questo fine, incentivare le imprese che imboccano la via dello sviluppo qualitativo sostenendo gli investimenti rivolti alla diffusione dell’ innovazione nei processi produttivi e nei prodotti; al miglioramento della tecnologia e dell’ambiente interno ed esterno alle imprese; al finanziamento della ricerca; alla formazione del personale e alla sua stabilizzazione occupazionale.
E’ necessaria un’azione pubblica di indirizzo e di sostegno, anche con incentivi fiscali mirati, sia nei settori tradizionali del made in italy, sia, come già evidenziato, nei settori strategici ad alta intensità tecnologica. Solo così possiamo contrastare la tendenza al declino industriale del Paese, alla scomparsa dei grandi gruppi industriali e al deteriorarsi della situazione del Mezzogiorno. È in atto un processo di crisi e di depauperamento visibile del tessuto industriale della grande impresa che ha coinvolto tutti i settori fondamentali (auto, siderurgia, chimica, tessile, made in Italy, commercio). Questa tendenza indebolisce la possibilità di spingere il sistema produttivo verso traguardi qualitativi, essendo noto il ruolo di traino della grande impresa sui fattori di innovazione.
Una attenzione specifica va prestata alle piccole imprese, perché esse restino una forza portante della nostra economia occorre operare in più direzioni: sostenere la loro crescita dimensionale, da realizzarsi tramite processi di cooperazione, consorzionamento e “messa in rete”, al fine di facilitarne l’accesso alla ricerca, alle innovazioni e ai servizi di qualità. Adottare interventi utili a sostenere la loro internazionalizzazione e in generale a rafforzare la proiezione internazionale economica e culturale del sistema Paese; promuovere un migliore accesso al credito, stimolando una maggiore attenzione e capacità (repetita iuvant) del sistema bancario a valutare le potenzialità delle Pmi.
Un’altra condizione per facilitare lo sviluppo economico è liberare il nostro sistema dai nodi che lo appesantiscono: un eccesso di formalismi ancora presenti nelle procedure, insufficiente efficienza delle amministrazioni pubbliche e soprattutto la scarsa concorrenza in molti settori protetti (professioni, servizi, distribuzione) che fanno pagare all’industria costi eccessivi.
Proprio partendo da questo aspetto, non è possibile trascurare il fatto che la pubblica amministrazione può e deve rivestire un ruolo di “grande agevolatore” dei processi industriali e di mercato del Paese, non solo ottimizzando l’efficacia operativa nella gestione dei servizi pubblici, ma avviando un profondo e organico processo di modernizzazione di tutto l’assetto dell’amministrazione pubblica, a livello centrale e periferico. Questo processo, oltre a garantire più efficienza, trasparenza, maggior valore aggiunto e capacità operativa a costi competitivi, deve fungere da vero e proprio volano dell’economia produttiva territoriale e nazionale, attestando il Paese nella frontiera più avanzata dell’equità e di un più moderno sistema sociale. In tale contesto non va dimenticato che anche la P.A., con gli oltre 3 milioni di dipendenti, attende di rinnovare i suoi contratti scaduti da ormai 9 mesi.
Esiste poi un tema che sta acquisendo contorni da emergenza sociale: sono i 250.000, precari della P.A. e gli oltre 200.000 della scuola, che da anni attendono l’immissione in ruolo. Non è possibile aspettare oltre. La qualità nella P.A. si ottiene anche attraverso processi di identificazione forte tra lavoro e appartenenza all’amministrazione stessa. Avere oltre il 15% di dipendenti angosciati dalla piaga del precariato è un fattore destabilizzante, così come destabilizzante rischia di essere la mancata realizzazione a tutt’oggi, della previdenza complementare per i pubblici dipendenti.
Come si vede, nonostante l’affannarsi di qualche valente studioso a dimostrazione che nella P.A. ci sono lavoratori “nullafacenti”, per ora ci sono lavoratori “poco o nulla tenenti”.
Altro aspetto di non poca importanza è quello di dare avvio finalmente ad una riforma degli ammortizzatori sociali, non solo al fine di tamponare le crisi in corso, ma per far sì che la fruibilità degli stessi sia estesa a tutti i lavoratori, in particolar modo, contrariamente a quanto avviene, a quei lavoratori totalmente esclusi finora dalla possibilità di avere un sostegno al reddito perché precari, “flessibili”, o comunque non appartenenti a quei settori/imprese che possono beneficiarne per stati di crisi o ristrutturazione. Ed è importante che tutti gli ammortizzatori diventino realmente “flessibili” a seconda delle diverse tipologie di condizione (anagrafica e produttiva) del lavoratore e dell’impresa.
Attenzione particolare, per condizioni ancora una volta di competitività e sviluppo, anche rispetto agli equilibri ed alla concorrenza in Europa e negli altri continenti, richiede l’aspetto, molto complesso ed articolato, della “questione energia”, che riassumerei in cinque punti principali:
– Questioni di indirizzo strategico – Sono ampiamente noti sia i ritardi, sia le cause che li hanno determinati e che espongono l’Italia a notevoli rischi in fatto di approvvigionamento e diversificazione delle fonti energetiche. In attesa che, come da più parti auspicato, si renda possibile una politica energetica europea, il panorama energetico italiano, strettamente correlato ai risvolti ambientali, deve trovare una sede di valutazione e indirizzo nella cabina di regia. Da parte sindacale si chiede che tale sede informale, sia integrata dalla presenza e dal contributo di tutti gli stakeholders del sistema (sindacati – imprese – rappresentanze istituzioni locali – consumatori) costituendo un vero e proprio Osservatorio energetico-ambientale, in analogia con quanto previsto, ad esempio, per il settore dei trasporti e per la chimica;
– Assetti liberalizzatori e regolamentazione – Nel condividere la piena attuazione delle direttive comunitarie in tema di liberalizzazione di gas ed elettricità (verificando, nel contempo, che altri Paesi nostri concorrenti si attengano al medesimo comportamento ed al rispetto delle norme di reciprocità), il Governo dovrebbe utilizzare lo strumento della concessione, nei confronti dei distributori, per imporre gli obblighi del servizio pubblico e garantirne un elevato livello di qualità. Su questo versante, rinnovato impulso ed agibilità sono da riconoscere all’Autorità per l’energia elettrica ed il gas, affinché le sue possibilità di controllo ed intervento sulle imprese e sul mercato tengano sempre più conto della difesa dei consumatori, della affidabilità del servizio e della sicurezza dei lavoratori e degli impianti.
– Fonti energetiche – La ricerca e la valorizzazione di tutte le forme di risparmio energetico e dello sviluppo delle fonti rinnovabili (eolico, fotovoltaico, biomasse e sperimentazione idrogeno), anche con il ricorso a sistemi incentivanti (al riguardo vanno rafforzati compiti e potenzialità del Grtn), rappresenta una delle possibilità finora meno utilizzate in Italia, con la quale, invece, sarebbero immediatamente realizzabili notevoli economie e razionalizzazioni di sistema. Appare fondamentale, in questo contesto, favorire e sostenere, pur nel rispetto delle autonomie industriali e di mercato, la politica di internazionalizzazione attuata da alcune aziende italiane del settore, in particolare verso le aree economiche extracomunitarie suscettibili di potenziali sviluppi.
– Le reti – L’importanza delle infrastrutture di trasporto e trasmissione appare di tutta evidenza. Come di tutta evidenza appare la scelta di mantenere sotto il controllo pubblico il controllo delle reti essenziali (stoccaggio e trasporto gas e trasmissione elettricità in alta tensione), senza escludere la partecipazione finanziaria di operatori privati. Le reti italiane necessitano di ulteriori implementazioni e, soprattutto, del rafforzamento dei collegamenti con l’estero. Gli investimenti in questo settore, anche in accordo con le scelte strategiche dell’Unione europea, devono trovare canali e soluzioni di veloce realizzazione.
– Strategie di mercato e tariffe – Occorre puntare ad una implementazione di tutti gli strumenti che consentono di valorizzare l’attività dei mercati energetici, ambientali e quelli di carattere finanziario ad essi collegati, in analogia con quanto sviluppato da altri Paesi (vedi Gran Bretagna, Francia, Paesi scandinavi). In tal senso, il peso e il ruolo del Gestore del mercato elettrico, dovrebbe costituire il fulcro nel quale si concentrano tutti gli scambi sia di energia che di certificazioni ambientali degli operatori italiani, grandi e piccoli, giungendo anche a clausole di attrattività verso operatori di altri Paesi, ovvero alla ricerca di sinergie con analoghi organismi all’interno dell’UE. Un’attenzione particolare, nell’ambito del mercato liberalizzato va riservata all’Acquirente unico, che dovrebbe rimanere, a sostegno e difesa della grande platea dei piccoli consumatori, i cui interessi non sarebbero altrimenti rappresentati. Si impone, finalmente, lo scioglimento del nodo della cosiddetta “tariffa sociale”, più volte sollecitato dal sindacato, dai consumatori e dalla stessa Autorità. Le famiglie e gli utenti socialmente ed economicamente più deboli, una volta individuati i criteri per il loro riconoscimento, dovrebbero poter usufruire di tariffe energetiche (gas ed elettricità) agevolate. Analogamente si dovrebbe intervenire in favore di utenti domestici che utilizzino l’energia elettrica per il funzionamento di apparecchi elettromedicali. Sarebbe utile, infine, un approfondimento sulla fiscalità applicata all’energia fatturata alla clientela, sia per contenerne l’incidenza complessiva, sia per eliminare l’inaccettabile sovrapposizione del carico Iva su altre imposte erariali e locali.
In ultimo, è ormai giunto il momento di mettere in campo una vera proposta di riforma degli assetti contrattuali, in un contesto più “europeo”, attraverso una efficace concertazione sociale che veda il ripristino della politica dei redditi, traendo spunto ed aggiornando l’accordo del 1993.
In estrema sintesi, occorre:
– piena attuazione ai due livelli, nazionale e decentrato;
– attribuire maggiori competenze al livello decentrato e garantirne l’esigibilità anche attraverso un sistema fiscalmente incentivante;
– consentire deroghe (molto limitate, sperimentali e sotto monitoraggio) in materia salariale e normativa, sempre al secondo livello;
– garantire e non sovrapporre le diverse scadenze contrattuali;
costruire aggregazioni contrattuali più solide e definite soprattutto in alcuni settori;
– definire nuove tutele contrattuali per i lavori atipici e flessibili anche attraverso strumenti bilaterali.
Le trasformazioni ormai rapidissime nelle strutture organizzative delle imprese, mediante processi di outsourcing e l’incessante desiderio di “flessibilità no-control” da parte delle stesse, fanno sì che per l’intero sistema-lavoro italiano il Governo, insieme alle parti sociali, programmi diversi tavoli sulle numerose questioni in evoluzione, per non svegliarsi tutti, domani, sorpresi ….. dalla “scoperta dell’alba” !
























