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Home - Approfondimenti - Analisi - Gli esiti di un negoziato aspro e complesso

Gli esiti di un negoziato aspro e complesso

di Mario Ricciardi
26 Maggio 2003
in Analisi

Mario Ricciardi – Docente di relazioni industriali, Università di Bologna

(il testo in Documentazione)
A proposito delle trattative sindacali nel settore pubblico circola da tempo uno stereotipo, secondo il quale si tratterebbe di negoziati in qualche modo ‘pilotati’ e molto soft,  secondo alcuni addirittura viziati da consociativismo. Se lo stereotipo poteva avere qualche tratto di verosimiglianza in passato, ora esso va decisamente rettificato. La trattativa del comparto scuola, durata  otto mesi, e conclusasi dopo molte ore di non stop il 16 maggio, è stata una trattiva a tutti gli effetti ‘vera’, con diversi scioperi, momenti di notevole asprezza, rischi reali di rottura fino a pochissime ore dalla firma.

A determinare le molte difficoltà del negoziato sono stati,  in parte, fattori attinenti al contesto. Riguardando oltre un milione di addetti in un settore cruciale come l’istruzione, il contratto della scuola è tradizionalmente uno di quelli che concentrano su di sé il massimo dell’attenzione da parte dell’opinione pubblica. Questa volta, esso si è svolto in un clima politico- sindacale che non è eccessivo definire infuocato. Basti ricordare che, nell’ultimo mese di trattativa, esso ha viaggiato praticamente in parallelo con due degli avvenimenti più controversi degli ultimi anni di vita politico-sindacale, come il contratto (separato) di un’altra categoria-guida, i metalmeccanici, e l’inizio della campagna elettorale per il referendum sull’estensione dell’art.18 alle minori imprese:vale a dire, in contemporanea a due avvenimenti sui quali la polemica e la conflittualità tra i soggetti delle relazioni sindacali -imprenditori, governo,sindacati – e tra i sindacati tra loro, hanno raggiunto l’ acme.

A ciò va aggiunto che la trattativa si è venuta svolgendo simultaneamente all’iter parlamentare della riforma scolastica, altro tema su cui le opinioni di governo e sindacati non sono state proprio convergenti.


Bisogna dare atto ai soggetti della trattativa di aver compiuto ogni sforzo per tenere il contesto fuori dalla porta del negoziato. Il quale si è svolto, quindi, non certo in un clima asettico, tutt’altro, ma comunque in presenza di un severo sforzo delle parti di attenersi al merito delle questioni. Uno sforzo che è stato premiato, se è vero che, pur dopo tanti mesi, l’accordo è stato condiviso dalla stragrande maggioranza delle organizzazioni sindacali rappresentative.


Va riconosciuto, del resto, che a scaldare il clima della trattativa bastavano, e avanzavano, i temi sul tappeto. Alcuni dei quali fanno ormai parte dello scenario fisso del contratto scuola, ne sono diventati  anzi stabili protagonisti. Il primo tema è, com’è ovvio, quello salariale, nella sua versione più recente dei salari europei. Il secondo, è invece quello della carriera dei docenti, tema su cui nel precedente quadriennio contrattuale si era svolto lo psicodramma collettivo del concorsone, della scommessa perduta da sindacati e governo, e delle crisi che ne erano seguite.


A questi temi  se ne è venuto aggiungendo, in questo quadriennio contrattuale, sorprendentemente un altro, quello delle relazioni sindacali. E a questo proposito occorre un breve approfondimento, a mo’ di spiegazione.


Nei precedenti contratti, qui come in tutto il pubblico impiego, si era venuta costruendo una fitta ragnatela di relazioni tra amministrazione e sindacati, a vari livelli: di ministero, di regione, di provveditorato, e infine, con l’avvento dell’autonomia scolastica, d’istituto. Si trattava di una ragnatela in parte necessaria. Una moderna concezione delle relazioni con il personale implica  infatti la definizione di rapporti, anche formali, quanto più possibile articolati nelle diverse sedi decisionali, a scopi preventivi e terapeutici dell’inevitabile conflittualità. Tuttavia, qui come in tutto il pubblico impiego, il sistema delle relazioni sindacali ha finito per diventare  eccessivamente pesante e complesso. Troppi livelli (ben cinque, con tanti saluti all’accordo del 23 luglio) e forse troppe competenze, con rischi di rallentare e rendere macchinoso il processo decisionale. Tutto ciò avrebbe richiesto che parti di buona volontà e dotate di grande pazienza aprissero un confronto per ripensare il sistema, rendendolo più snello ed efficace, senza per questo pretendere di smantellarlo. Tuttavia, si sa come vanno queste cose. La buona volontà e la pazienza nelle relazioni sindacali sono merce rara. Più diffusa è la cultura del sospetto, magari preventivo. Da un lato, il sospetto dei sindacati verso il datore di lavoro che ogni intento di razionalizzazione nasconda la volontà di togliere ‘diritti’, parola diventata di recente magica e onnicomprensiva. Dall’altro, il sospetto del datore di lavoro verso i sindacati, che la pervicacia nel difendere le frontiere acquisite  sia soltanto un segnale di conservatorismo e di difesa di privilegi. E’ questa una materia, insomma, sulla quale ragionare è difficile, mentre è piuttosto facile litigare: ed è quanto è puntualmente avvenuto in questa occasione.


A un certo punto del negoziato, infatti, l’amministrazione ha ritenuto che uno dei punti dolenti del funzionamento della scuola italiana fosse l’eccessiva quantità di lacci e laccioli sindacali che, al centro come in periferia, rallentano il processo decisionale. Opinione ovviamente legittima, senonché lo strumento scelto per risolvere il problema è stato l’accetta e non, come sarebbe stato consigliabile, il bisturi. Di fronte alla minaccia di un drastico ridimensionamento della loro presenza e dei loro poteri, i sindacati sono  (com’era logico aspettarsi) insorti come un sol uomo. La vicenda ha insomma rivitalizzato, almeno nel settore, un’ unità d’azione tra tutti i sindacati (compresa gran parte degli autonomi) che era in crisi un poco dappertutto. Probabilmente gli strateghi della parte pubblica ritenevano che i sindacati avrebbero finito per cedere, sotto la pressione di una base ansiosa di ricevere gli aumenti salariali. Non calcolavano, però, che chiedere ai sindacati di rinunciare alle relazioni sindacali per via contrattuale è come chiedere a qualcuno di controfirmare il  decreto con cui gli si mozza una mano e, dall’altro, sottovalutavano l’impopolarità di misure che nell’ambiente scolastico avrebbero dato poteri molto grandi a una figura professionale non troppo amata dal personale, come il dirigente scolastico.


La trattativa ha avuto, per questo, un andamento insolito, nel pubblico impiego. Forse per la prima volta, infatti, i sindacati si sono trovati per un lungo periodo sulla difensiva, costretti a  cercar  di riconquistare qualcosa che davano per acquisito. Alla fine, sono riusciti a ricollocarsi, almeno in parte, sulle posizioni da tempo occupate. Ciò ha impedito, probabilmente, di occuparsi di questioni che avrebbero meritato  maggiore attenzione, in un clima diverso e più disteso. Ma il negoziato non è stato comunque improduttivo. Vediamo perché.


 


Quali sono stati, alla fine, i punti d’approdo del negoziato? Schematicamente, è possibile riassumerli in  sei  punti.


a)     Il contratto consta di oltre 140 articoli. Questa volta, non si tratta della solita vocazione alla logorrea di sindacalisti e burocrati, ma di un intento ben più nobile. Si è voluto, infatti, mettere ordine in una congerie di testi contrattuali che, dal 1995 in poi, si erano venuti succedendo e sovrapponendo, con effetti catastrofici sulla certezza del diritto e sulla chiarezza delle norme. L’Aran e i sindacati hanno, alla fine confezionato un testo monumentale, che ha tuttavia il pregio della chiarezza e della facile consultabilità (ed è anche scritto in un italiano poco burocratico, il che non guasta). Esso riporta, tra l’altro tutte le norme di legge cui fanno riferimento i testi contrattuali.


b)    Per quanto riguarda la retribuzione, gli aumenti corrisposti sono abbastanza significativi. Dirlo può apparire rituale, vista la dimensione delle attese che si sono sviluppate in tempi recenti nella categoria. Tuttavia, aumenti pari a 145 euro medi per gli insegnanti (che per quelli con maggiore anzianità arrivano fino a 170) non sono poca cosa, nelle attuali condizioni dell’economia e della finanza pubbliche. Certo, occorre ricordare che una parte di questi aumenti deriva dal reinvestimento di risparmi derivanti da tagli d’organico, ma appare difficile ipotizzare altre vie per soddisfare le legittime aspettative di una categoria tanto numerosa. La composizione della retribuzione è rimasta sostanzialmente quella precedente: tabellare (nel quale è stata conglobata l’indennità integrativa speciale, ferma da dieci anni, come è noto) parte accessoria ‘fissa’ (retribuzione professionale docenti o compenso individuale accessorio per il personale amministrativo e tecnico), cui va aggiunta quella parte di retribuzione che è collocata nel fondo d’istituto, per compensare prestazioni ulteriori, oltre a quelle standard.  E’ proseguito il tentativo di allargare la ‘forbice’ tra le retribuzioni iniziali e quelle del personale con maggiore anzianità, per seguire il modello salariale europeo


c)     Il sistema di relazioni sindacali è stato modificato  abbastanza profondamente, nella sua struttura. Intanto, è stata praticamente abolita la contrattazione nazionale di ministero, che era un ‘clone’ iperburocratizzato della contrattazione nazionale vera e propria. Alcune materie sono state assorbite dalla contrattazione in sede Aran, altre delegate alla contrattazione regionale, che diventa un nuovo, rilevante livello contrattuale, con competenze importanti, in materia ad esempio di formazione, di allocazione delle risorse per i progetti in materia di  lotta contro l’emarginazione scolastica, di procedure sperimentali di raffreddamento della conflittualità a livello d’istituto. Per quanto riguarda le relazioni sindacali d’istituto, che erano state, come si è ricordato, la materia del contendere, esse sono state alla fine confermate praticamente nella precedente versione. Ciò consentirà, probabilmente, alle parti di crescere nella sperimentazione di rapporti  che sono nati da poco, e che le indagini effettuate dall’Aran non descrivono affatto come catastrofici. Occorre invece segnalare un elemento del tutto positivo, che va nella direzione che sta giustamente a cuore all’amministrazione, quella cioè di evitare defatiganti lungaggini. Il contratto ha posto limiti temporali alla concertazione e alla contrattazione a tutti i livelli; si va dai sette giorni della concertazione al ministero ai trenta giorni a livello regionale, ai venti giorni della contrattazione nelle scuole.


d)    Un altro tema su cui si è verificato a un certo punto della trattativa, uno scontro  tra le parti, ha riguardato la regolamentazione di quelle che nel passato contratto erano le ‘figure di sistema’, e in particolare della figura del vicepreside. Con l’autonomia, come è noto, le scuole hanno cambiato volto sotto molti aspetti. Sono mediamente più grandi, hanno più competenze, al vertice c’è un dirigente. Nel passato contratto, si era convenuto di creare una serie di figure intermedie, non necessariamente con compiti gerarchici, ma preposte a funzioni diverse. Su questo tema, tuttavia, si è creata una situazione conflittuale, in larga misura determinata dal fatto che il ministero, intendendo rafforzare la figura del dirigente a scapito del collegio dei docenti, ha pensato che l’individuazione di queste figure dovesse spettare non al collegio dei docenti, ma al dirigente stesso. Si è toccato così un nervo tradizionalmente scoperto nel ceto insegnante, e nei sindacati scuola, quello della collegialità. I sindacati sono soliti dire che la scuola non potrebbe funzionare senza collegialità, intendendo per tale un sistema di uguali, in cui c’è ben poco posto per la gerarchia. A fronte di questa concezione si è venuta consolidando tra i presidi l’idea che la scuola non può progredire senza una buona dose di ‘decisionismo’ da parte loro. Si tratta di tesi specularmente rigide e ideologiche, che stanno creando nelle scuole un clima non positivo. L’egualitarismo sindacale è eccessivamente conservatore, e non tiene conto delle esigenze e delle aspettative dello stesso personale. L’idea, o l’ideologia del ‘preside-manager’, se può essere servita a dare un’identità alla categoria, rischia di essere, se calata con troppa enfasi nella realtà, perfino caricaturale. A complicare la situazione sta il fatto che il maggiore sindacato dei presidi, l’Anp ha deciso, al suo ultimo congresso, di aprirsi alle ‘elevate professionalità’, ponendosi così in diretta competizione con i sindacati della scuola.


e)     Quello della ‘carriera’ è un altro tema cruciale degli ultimi rinnovi contrattuali. Ad esso si cominciò a pensare già nel CCNL del 1995, quando si decise di collegare la progressione retributiva non solo all’anzianità, ma anche alla frequenza di un certo numero di corsi di formazione. Nello scorso quadriennio si svolse la ben nota vicenda del ‘concorsone’. Il CCNL prevedeva di riconoscere un aumento retributivo significativo (sei milioni di lire annue) agli insegnanti che avessero superato un esame, articolato sui titoli e  su una prova didattica. Il tentativo , difficile in sé e gestito piuttosto male dal Ministero, fu affondato dalla contestazione degli insegnanti. Tutte queste vicende hanno reso naturalmente infuocata la materia . L’esigenza rimane, e si fa anzi ancora più urgente, ma il progressivo affossamento di tutti i tentativi per risolverla spaventa, com’è ovvio, sia l’amministrazione che (soprattutto) i sindacati. Nell’attuale tornata contrattuale il problema ha aleggiato sulla trattativa, senza tuttavia costituirne un tema dominante, un po’ per le ragioni appena dette, un po’ per  l’asserita scarsità di risorse. In realtà, la faccenda sta rischiando di diventare un po’ surreale. Tutti dichiarano di convenire sulla necessità di creare una carriera, ma le risorse non sono mai abbastanza, e le soluzioni normative che vengono proposte non sono mai abbastanza condivisibili. Così stando le cose, il contratto ha raggiunto almeno un obiettivo di metodo: quello di creare una commissione trilaterale tra Aran, Miur e sindacati per discuterne e trovare una soluzione, dandosi anche un termine, la fine del 2003. Si vedrà così, almeno, se la disponibilità delle parti è reale, o se la vicenda assomiglia un po’ troppo, come sembra, alla storia dell’albero di Bertoldo.


f)      C’è un ultimo risultato, infine, che la trattativa ha raggiunto,quello di dare un impulso ad una stagione contrattuale pubblica che sta attraversando, tra ritardi e difficoltà d’ogni genere, un momento non facile, e pieno di insidie. Poiché quella della scuola è stata una trattativa difficile, e il risultato non era scontato, può non essere inutile sottolinearlo.


 


 


 


 

Mario Ricciardi

Mario Ricciardi

Docente di Relazioni Industriali all’Università di Bologna

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