Si infiamma, in Germania, la polemica sugli aumenti salariali. Il più grande sindacato tedesco, IG Metall, oggi ha chiesto incrementi tra il 5 e il 7%.
E anche l’altro colosso sindacale, Verdi, ha preannunciato la fine del periodo di moderazione dei salari.
Immediata la reazione delle altre parti sociali. Il presidente degli imprenditori tedeschi, Dieter Hundt, ha definito “irresponsabili” richieste di questo genere. “Chi non considera la situazione critica di molte aziende, che si accompagna a una disoccupazione crescente – ha spiegato Hundt – ha ormai smarrito il contatto con la realtà”. Anche il presidente degli imprenditori siderurgici, Martin Kannegiesser, ha criticato duramente le richieste dei sindacati. “La proposta non ha il minimo senso delle proporzioni – ha spiegato Kannegiesser – travisa la realtà e lancia segnali sbagliati all’intero mercato del lavoro”.
E il cancelliere Schroeder, che nei sindacati ha avuto sempre un fedele e potente alleato? Preoccupato per le ricadute politiche dello scontro, e con le elezioni politiche alle porte, Schroeder nei giorni scorsi ha invitato i sindacati alla ragionevolezza, ma oggi ha dichiarato ufficialmente che non intende entrare nella questione. “Non voglio assolutamente pronunciarmi – ha sottolineato, precisando che – le richieste sono richieste, non il risultato”. A stretto giro di posta, tuttavia, il numero uno della IG Metall, Klaus Zwickel, gli ha fatto sapere, minacciando scioperi a ripetizione, che il governo dovrebbe avere molto a cuore l’interesse dei lavoratori.
“L’esito delle elezioni, in definitiva, dipende anche da questo”, ha sottolineato Zwickel.
Zwickel ha motivato le richieste della IG Metall sostenendo che gli ultimi anni di moderazione salariale non solo non hanno risolto, ma hanno acuito il problema della disoccupazione. Per rilanciare l’economia tedesca, quindi, che soffre soprattutto per il calo della domanda interna, è necessario aumentare la capacità di spesa dei consumatori. “Politica salariale attiva significa politica occupazionale attiva”, recita lo slogan della IG Metall. Una tesi, quest’ultima, evidentemente non condivisa dagli industriali che, per bocca di Kannegiesser, l’hanno definita “vecchia come il cucco”. “Il metro per gli aumenti salariali può essere soltanto quello della produttività – ha aggiunto Kannegiesser – tutto il resto è una presa in giro”.
Più moderata la posizione dei molti economisti intervenuti in questi giorni sul tema. Il rischio, recita l’opinione prevalente, è che un aumento dei salari in un periodo di forte crisi, come quello attuale, nell’ipotesi migliore possa dilatare pericolosamente i tempi della ripresa e, in quella peggiore, addirittura pregiudicarla. Così, per il capo economista di Hypovereinbank, Martin Huefner, non sono difendibili aumenti salariali superiori all’1%. “I lavoratori non possono spassarsela alle spalle dei disoccupati”, ha spiegato Huefner.
Il capo economista della Deutsche Bank, Norbert Walter, ha sottolineato invece come, in una fase di recessione e con un’inflazione all’1,5%, aumenti salariali superiori al 2% rappresentino, già nei paesi con pochi disoccupati, “una richiesta inaccettabile da parte dei sindacati”.
Più equilibrata la posizione di Hans Jaeckel (DZ Bank), che ha ricordato come la richiesta dei sindacati (+5/7%) sia solo il punto di partenza delle trattative, dicendosi fiducioso che il risultato finale sarà inferiore al 3%. Più morbido, infine, anche il giudizio di Michael Huether, capo economista della DGZ Deka-Bank, per il quale, tuttavia, un aumento superiore al 3% “rappresenterebbe veleno per la congiuntura”. Il presidente del Diw, uno dei più autorevoli istituti tedeschi di ricerca economica, che oggi ha rivisto ulteriormente al ribasso le previsioni di crescita del pil per l’anno prossimo, ha definito invece un rincaro superiore al 3% “veleno per l’occupazione”.
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