Raffaella Vitulano
Centinaia di migliaia di lavoratori in tutto il mondo hanno avanzato oggi le loro rivendicazioni esigendo dai dirigenti del pianeta che diano un volto umano al sistema commerciale internazionale, in concomitanza dell’avvio della 4^ Conferenza ministeriale della Wto a Doha, in Qatar. Manifestazioni erano previste nelle vie di Ottawa, di Ankara, di Sidney, di Dacca e Mosca per chiedere che ”la mondializzazione convenga a tutti”. A Napoli, una manifestazione alla Stazione Marittima. Campagne di sensibilizzazione sono state lanciate sui luoghi di lavoro, nelle università o nelle vie della Tunisia, del Regno Unito, di Hong Kong, del Giappone, del Belgio e di altri paesi.
La scelta del Qatar come ospite della riunione ministeriale della Wto fa stringere i denti ai sindacati e alla società civile in generale. Sul fronte della trasparenza e del rispetto dei diritti sindacali, infatti, il paese – denunciano i sindacati – lascia piuttosto a desiderare: sindacati inesistenti, diritto di sciopero limitato, sfruttamento della manodopera immigrata. Le organizzazioni dei lavoratori non esistono affatto in Qatar. La legislazione prevede solo la creazione di comitati paritari consultivi da sindacati e imprese approvati dal ministero, che può decidere di inviarvi un loro rappresentante di controllo. La contrattazione collettiva è proibita: sono le imprese a stabilire i salari. Il governo riconosce il diritto di sciopero ma lo restringe seriamente, escludendo soprattutto i funzionari pubblici. Quanto ai lavoratori del settore privato che, per la maggior parte godono del diritto di sciopero, non possono ricorrervi che dopo che un consiglio di conciliazione si sia pronunciato sul conflitto. Al contrario, le imprese possono decidere in qualunque momento di chiudere i battenti o licenziare i lavoratori.
Il contesto del vertice non è dunque favorevole. ”L’assenza di riferimenti effettivi ai diritti dei lavoratori crea una crisi per i negoziati sul commercio mondiale” ha dichiarato ieri il segretario generale della Cisl internazionale (Icftu) Bill Jordan, che guida alla 4^ Conferenza una delegazione di 40 responsabili sindacali in rappresentanza di oltre 150 milioni di lavoratori. ”La nostra pazienza sta diminuendo di fronte all’attuale progetto di risoluzione, che altro non rappresenta che un passo indietro in termini di tutela dei diritti dei lavoratori” ha aggiunto.
Alla vigilia della Conferenza della Wto, dirigenti del movimento sindacale mondiale si sono riuniti con il direttore generale della Wto, Mike Moore, il commissario europeo al commercio, Pascal Lamy e i ministri del commercio del Sudafrica e degli Usa per definire la posizione del mondo sindacale sulla necessità di modificare il commercio mondiale in modo da renderlo portatore di sviluppo sociale ed economico. Per la Ces era presente Cecilia Brighi, del dipartimento internazionale Cisl.
Moore sostiene che il sindacato è oggi l’unica organizzazione credibile trasparente e rappresentativa, contrariamente ad alcune ong. E tuttavia, all’incontro con i sindacati molti funzionari Wto si sono rifiutati di partecipare, ritenendo che non vi sia sicurezza sufficiente a Doha. Problemi organizzativi o pregiudizi? Difficile a dirsi. Certo è che Moore, al di là del riconoscimento dei sindacati, ha messo le mani avanti ricordando che la Wto è un’organizzazione basata sul consenso e che le sue decisioni sono sempre assunte a maggioranza. Un limite questo, forse, al tema dei diritti del lavoro, ma l’Ue è invitata a superare ”posizioni di sospetto, scetticismi e paure” riconoscendo alla capacità dei singoli governi di assumere maggiori responsabilità in tema di rispetto dei diritti del lavoro. Il sottosegretario al commercio Usa ha ammesso che il suo paese è ancora impegnato a promuovere un forum Oil-Wto, ma sembra ormai chiaro che la maggioranza dei paesi aderenti non lo vuole. Meglio puntare allora, negli accordi bilaterali, ad un panel per la risoluzione dei conflitti, già esistente nel sistema di preferenze generalizzate Usa. Ma i Quindici dell’Ue tengono duro: gli impegni di Seattle per il rispetto delle norme di lavoro vanno mantenuti. Il dialogo è insomma ancora a metà strada, ma alcuni punti vanno messi in chiaro, ha detto Brighi a Lamy: ”Non vogliamo ripetizioni di Göteborg o Genova e il nostro approccio alla difesa dei diritti umani e sindacali non è protezionistico, ma in questa la Ue deve avere un approccio coerente”. E cita l’accordo commerciale dell’Unione con il Pakistan, che non ha previsto condizionalità sociali limitandosi piuttosto a finanziare imprese che hanno fatto dei licenziamenti e delle minacce ai dipendenti atout di sviluppo.


























