È un’Italia a tre velocità quella fotografata dall’Isae, Istituto di studi e analisi economici, che oggi a Roma ha presentato il rapporto territoriale sull’Italia redatto all’Ocse.
Una istantanea che conferma il divario tra Centro-Nord e Mezzogiorno, ma anche tra aree adriatiche del Sud e Campania settentrionale che si contrappongono al “ritardo
persistente della Calabria jonica”. “La prima constatazione – spiega Fiorella Kostoris Padoa Schioppa, presidente dell’Isae, è che il divario persiste anche se nella seconda metà degli anni Novanta sono progressivamente emerse tendenze positive. Nel ’96-’98 la crescita del Pil nel Mezzogiorno è stato dell’1,7% rispetto all’1,4 del Centro-Nord”.
“Gli investimenti – prosegue il presidente dell’Isae – sono tornati a crescere di più del 4% annuo in termini reali contro il 3% dell’Italia e rispetto allo 0,8 che aveva rappresentato la media del Sud e isole degli anni Ottanta”. Tuttavia nel 2000 il parziale recupero dell’attività produttiva nell’area meridionale, rispetto al precedente quadriennio, ha segnato una modesta battuta d’arresto. “Ci troviamo – spiega il presidente dell’Isae – dinanzi a un Mezzogiorno non omogeneo sotto il punto di vista del riparto da colmare. L’analisi dei 748 sistemi locali del lavoro italiani registra nel Mezzogiono un successo relativio, in termini occupazionali, delle aree adriatiche dell’Abruzzo e Puglie e della Campania
settentrionale, ed un ritardo persistente della Calabria
jonica”.
“I dati più recenti nel 2001 elaborati dal nostro Istituto – prosegue Kostoris Padoa Schioppa – pur in presenza di una contenuta variabilità ciclica delle attività nel Mezzogiorno dovuta ad una minore esposizione all’economia internazionale, attestavano segni inequivocabili di rallentamento dopo il picco del 2000. Per questo serve impostare una rettifica delle politiche di coesione: nonostante gli sforzi del Dipartimento per le politiche di coesione del Tesoro non si è riusciti a impedire che numerosi patti territoriali, contratti di programma e d’area, si incagliassero invece di andare a buon fine.
La molteplicità dei soggetti e la rischiosità delle procedure burocratiche rischiano, inevitabilmente di sortire risultati meno efficaci degli incentivi e trade off del mercato. Serve, inoltre, una verifica della programmazione negoziata”.
Il terzo obiettivo individuato dall’Isae è quello di una più stringente valutazione degli effetti territoriali di politiche non-territoriali: il 30% circa degli occupati con contratto a termine è concentrato nel Mezzogiorno. In quest’area il 12,5% dei dipendenti non agricoli è assunto con questa tipologia contrattuale, quasi il doppio della quota registrata al Nord. Ciò esprime la grande fame di flessibilità – si legge nel rapporto – insoddisfatta che il Mezzogiorno prova. Serve, dunque, una riforma della contrattazione che porti a livello regionale e sub-regionale la definizione sia della parte retributiva, che di quella giuridica di inquadramento. Infine, a livello europeo si è visto che nel corso degli ultimi quindici anni le differenze di reddito tra i diversi Paesi membri si sono attenuate, ma le ineguaglianze tra regioni internazionali si sono accresciute. Si impone, dunque, un ripensamento mirato all’obiettivo produttività attraverso strumento di mobilità interregionale, flessibilità salariale e normativa.
























