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Home - Approfondimenti - Analisi - In tempi di crisi meglio che i Fondi pensione non corrano rischi

In tempi di crisi meglio che i Fondi pensione non corrano rischi

di Giuliano Cazzola
15 Aprile 2020
in Analisi

Ho letto con molto interesse l’articolo di Roberto Ghiselli e le considerazioni a commento di Walter Cerfeda. In ambedue i contributi si avverte una conoscenza dei problemi derivante dall’esperienza dei due autori: il primo è un autorevole componente della segreteria della Cgil; il secondo, un ex dirigente sindacale di alto livello che ha nel suo curriculum anche importanti incarichi a livello internazionale. Le iniziative che vengono suggerite per un ruolo diverso delle risorse investite nei Fondi pensione rimangono tuttavia (è questa la mia impressione) sul piano dell’indicazione strategica se non addirittura della petizione di principio, ripercorrendo i ‘’passi perduti’’ di una democrazia industriale, le cui caratteristiche e finalità appartengono ad un dibattito pluridecennale (lo afferma uno che partecipò alla definizione della proposta del ‘’Piano d’impresa’’ su input di Bruno Trentin e di Giuliano Amato, allora presidente dell’Ires) che non è mai andato oltre quell’esile sostanza di cui sono fatti i sogni.

Ghiselli, nel suo articolo, ha sottolineato la consistenza patrimoniale delle forme di previdenza a capitalizzazione. Riporto il brano (con dati di fonte Covip) che affronta questo tema: ‘’Quando parliamo di Fondi previdenziali in Italia facciamo riferimento a realtà che detengono  risorse accumulate pari a 167,1 miliardi di euro. Di questi 36,7 miliardi (27,7% del patrimonio) sono già investiti in Italia ma la parte prevalente, il 21,4%, sono titoli di debito pubblico. Solo 3,7 miliardi, pari al 3% del patrimonio complessivo, sono investiti in imprese domestiche. In particolare i Fondi negoziali, che hanno circa 52 miliardi di euro di capitale accumulato e che per la loro natura vivono con la partecipazione dei lavoratori di cui gestiscono il risparmio previdenziale, non possono non essere sensibili al tema della finalità occupazionale, sociale ed ambientale dei loro investimenti’’.

Non dubito che i lavoratori siano sensibili (o possano essere sensibilizzati) in direzione di queste istanze. Mi sento, però, di condividere il pessimismo di Walter Cerfeda e la sua insofferenza per gli slogan politicamente corretti (tipo ‘’tutto andrà bene’’ oppure ‘’usciremo migliori dalla crisi’’) che ormai troviamo persino nella pubblicità televisiva dei detersivi. Per questi motivi non posso evitare una domanda: perché i lavoratori (quelli che lo fanno, perché se non ricordo male, sono tanti gli aderenti che ‘’marinano’’ il versamento) investono quote del tfr e della retribuzione nei fondi? Il primo motivo è senz’altro quello di accantonare un piccolo capitale (incrementato del contributo del datore nei fondi negoziali, dotato di un modesto vantaggio fiscale e garante della possibilità di rendere esigibile il trattamento di fine rapporto, che altrimenti sarebbe incassato a conclusione del rapporto di lavoro). Ed è proprio la rivalutazione ope legis del tfr il principale concorrente dei rendimenti delle risorse accantonate nella propria posizione individuale. Una sfida che, nel medio-lungo periodo le forme di previdenza complementare sono riuscite a vincere, ma con esiti spesso incerti e negativi.

La scelta a fondamento dell’ istituzione di forme di risparmio pensionistico privato fu quella di affidare la tutela previdenziale delle generazioni future ad un mix di previdenza obbligatoria, finanziata a ripartizione (il c.d. primo pilastro basato sul principio della solidarietà intergenerazionale) e di previdenza privata a capitalizzazione (il secondo pilastro dove ciascuno “pensa per sé’’). Il problema, allora, è quello di impostare, con equilibrio, un sistema misto, rivolto, quanto meno, ad operare sia sul piano della finanza pubblica, sia su quello dei mercati finanziari. La mission è quindi quella di garantire una maggiore adeguatezza dei trattamenti pensionistici.

Ghiselli ha ricordato quanto sia modesto, nell’insieme, il valore degli investimenti dei fondi pensione nell’economia italiana e come i titoli di Stato ne rappresentino la quota prevalente, mentre gli impegni in titoli di imprese italiane sono marginali (meno del 3%) e si rivolgano in prevalenza ad obbligazioni (in azioni solo 1,2 miliardi). Questo trend può essere invertito con una politica dirigista che orienti ‘’virtuosamente’’ tali risorse? Mi sembra evidente che nella proposta formulata da Ghiselli e condivisa da Cerfeda siano implicite garanzie di rendimenti a carico della finanza pubblica.

Proprio per evitare che si apra una sorta di partita di giro, credo che sia meglio sfruttare i margini di sperimentazione già previsti (Ghiselli indica nel suo articolo esperienze già in atto). Non si dimentichi, ad esempio, che la legge prevede delle riduzioni dell’imposta sui rendimenti nel caso di impieghi finalizzati a misure di sviluppo concordate (la regola vale anche per le Casse privatizzate). Non risultano particolari iniziative in tal senso, ma l’opportunità rimane. Poi c’è un altro fronte da coprire: l’esigenza di liquidità per le famiglie italiane in conseguenza del blocco delle attività per l’epidemia. A questo proposito segnalo un interessante articolo su Il Sole 24 Ore di Andrea Dili e Fabrizio Patriarca dove sono indicate proposte per agevolare la liquidità attraverso l’uso della previdenza complementare. È già in vigore fin dalle origini un sistema di anticipi (parecchio utilizzato negli ultimi anni) che potrebbe essere migliorato, magari ampliando e modificando le causali.

Alla fine credo che anche i miei interlocutori condividano queste mie preoccupazioni che si possono sintetizzare così: fioriscano le esperienze, ma no ai Gosplan. Come ebbe a dire il presidente della Covip Mario Padula: ‘’lo spettro degli strumenti finanziari disponibili per l’investimento in titoli di imprese nazionali, essenzialmente di piccole e medie dimensioni, appare oggi non pienamente adeguato rispetto alle esigenze delle forme previdenziali di redditività e diversificazione’’. Il che porta ad auspicare, aggiunse, ‘’un progressivo potenziamento dell’offerta di appropriati strumenti finanziari’’. Senza mai dimenticare, però, la natura e le finalità del risparmio previdenziale, chiamato a svolgere la sua funzione nel lungo periodo, allo scopo – lo ripeto – di concorrere ad assicurare una tutela pensionistica ai lavoratori. Si tratta di risorse che non possono correre i rischi insiti nel mercato dei capitali e nell’attività produttiva del sistema delle imprese. Soprattutto in periodi di crisi, come quello che stiamo vivendo.

Giuliano Cazzola

Giuliano Cazzola

Giuliano Cazzola

Ex Sindacalista

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