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Home - Approfondimenti - Interviste - Piero Albini, Dovremo costruire un’autentica cultura della collaborazione

Piero Albini, Dovremo costruire un’autentica cultura della collaborazione

di Massimo Mascini
10 Aprile 2020
in Interviste

Il direttore delle relazioni industriali di Confindustria guarda lontano. E’ preoccupato per come in questi primi mesi di pandemia sono state gestite le relazioni industriali, ma i suoi timori sono tutti per la fase 3, quella che comincerà a giugno e durerà più o meno un anno. Allora sarà necessario costruire una vera cultura della collaborazione, un’effettiva condivisione, senza la quale la società non reggerebbe. E’ necessario, afferma, impostare nuove regole di fondo e a queste attenersi. Se questo sarà fatto sarà possibile mantenere la realtà che abbiamo vissuto e migliorarla. Ma tra le parti sociali vanno impostate regole di fondo chiare e ineludibili. Dovremo soprattutto definire i confini dello Stato, il suo intervento, un reale senso di cittadinanza, che non può basarsi solo sul fatto che si è nati, ma su quello che siamo, su come lavoriamo, come produciamo.

Albini, come hanno funzionato le relazioni industriali in questa emergenza del Covid19?

Io non sono molto soddisfatto. Era difficile trovare un punto di vista unico, comune a noi parti sociali e al governo, ma certo non ci siamo riusciti. Hanno prevalso le paure, le preoccupazioni, ciascuno ha pensato a se stesso, alle proprie urgenze. Potevamo cercare un modo per gestire assieme la salute dei lavoratori e la continuità della produzione, ma non l’abbiamo fatto. Anche il governo poteva intervenire in maniera più selettiva: ha puntato sui codici Ateco, che era lo strumento più facile, forse però non il più corretto per tenere nel dovuto conto la molteplicità delle filiere. Abbiamo perso questa occasione di avviare un discorso più ampio. Adesso che si sta per aprire la fase 2 di questa emergenza dovremmo cercare di riprendere i fili di un discorso più generale.

Da dove dobbiamo partire in questa ricerca?

Penso che la prima cosa sia capire fino in fondo cosa è successo.

Appunto, cosa è successo? Dove si è sbagliato?

E’ accaduto che in questa fase di grande incertezza si sono polarizzate le identità, ciascuno si è rifugiato nelle proprie paure. L’imprenditore ha pensato che stava per perdere tutto quello per cui per anni aveva lavorato, che non sarebbe ripresa la produzione, che non sarebbe stato in grado di pagare gli stipendi ai suoi dipendenti, che i concorrenti si sarebbero presi le sue quote di mercato. E il lavoratore allo stesso modo ha avuto paura di continuare a lavorare, di infettarsi, magari di morire.

E’ abbastanza comprensibile che ciò sia accaduto.

Si, ma forse serviva la freddezza, la calma necessaria per prendere le giuste decisioni senza che prevalessero le paure.

Anche il governo ha sbagliato?

Diciamo che non ci siamo aiutati, le parti sociali e il governo, ciascuno per la propria strada. Non voglio con questo attribuire colpe o responsabilità. Ma è un dato di fatto che il sindacato non ha pensato al fatto che la produzione doveva continuare, tutti hanno dato per scontato che funzionassero gli ospedali, che si potesse andare nei supermercati, che si potesse scendere dal tabaccaio ad acquistare le sigarette. Ma non c’è stata la freddezza di pensare che questa parte della nostra economia doveva essere oggetto delle nostre cure, non delle nostre paure. Dovevamo riflettere, ma non l’abbiamo fatto.

Non era facile nell’emergenza.

No, era difficilissimo, ma dovevamo trovare il sangue freddo per individuare le soluzioni che non fossero le più facili o le più immediate. Perché stare tutti a casa è una bella cosa, ma poi tutti vogliamo avere a disposizione la busta con l’insalata, e allora serve qualcuno che l’insalata la coltivi, la colga al momento giusto, la commercializzi e così via. Per questo parlo di passo in avanti, perché non possiamo riproporre un modello in cui imprenditori e lavoratori vengono descritti contrapposti, i primi attenti solo al profitto, i secondi alla propria salute.

La realtà non è stata tutta negativa.

Certamente no. La realtà presenta sempre tante sfaccettature, in tanti territori abbiamo trovato delle valide soluzioni, sono stati applicati protocolli, le aziende hanno avuto iniziative molto positive verso i lavoratori e questi hanno mostrato grande disponibilità. C’è stata collaborazione, si sono cercati terreni di cooperazione. Diciamo che in alcuni momenti avrei preferito maggiore equilibrio nell’impostare le reciproche relazioni.

Adesso come cambieranno le relazioni industriali?

Le relazioni sindacali hanno una sola direzione in cui andare naturalmente, perché questa parentesi, per quanto possa durare a lungo, alla fine comunque ripristinerà molte delle questioni di fondo. Da questa vicenda dovranno, dico sperabilmente, maturare nuove consapevolezze, nuovi modi di intendere le relazioni industriali. Il Coronavirus lascerà segni importanti. L’economia mondiale e anche quella italiana ne usciranno segnate. Per questo penso che nella fase 3, quella che comincerà più o meno a giugno e andrà avanti per un anno, fino a giugno 2021, dovremo chiederci come cambiare il tessuto produttivo, la nostra economia. Una riflessione che non può essere solo della politica, ma anche delle relazioni sindacali. Dovremo partire dalla consapevolezza delle nostre difficoltà. Perché all’inizio di questa crisi, quando non arrivavano i semilavorati dalla Cina, ci siamo chiesti se tutta questa globalizzazione fosse un bene o un male.

Ma cambieranno anche le relazioni sindacali?

Sì, tante cose cambieranno anche in questo campo, dovremo costruire una autentica cultura della collaborazione. Ma certo non si può partire dal presupposto che la salute dei lavoratori interessa al sindacato, ma non interessa alle imprese. Sarebbe almeno improprio.

Prevedi un dialogo più intenso tra le parti sociali? Le relazioni cresceranno?

Credo che noi tutti dovremo fare delle grandi riflessioni. La prima è capire dove finisce lo Stato e dove comincia il privato e quale debba essere il rapporto tra i due. Dobbiamo capire che dallo Stato devono arrivare certezze, ma per le cose grandi, non anche per quelle piccole. Non puoi appoggiarti allo Stato anche per i bisogni minuti, perché così si crea una società passiva, in cui manca un’idea corretta dell’impresa e del lavoro. Quando usciremo dall’emergenza e vorremo ripristinare rapporti corretti tra di noi, è indispensabile sapere che parte avrà lo Stato. E servirà maggiore giustizia. Non puoi avere chi paga le tasse e i contributi e chi non li paga, e assistere poi, nel momento del bisogno, a una generale richiesta di intervento statale.

Anche le relazioni sindacali devono dare certezze e garanzie?

Certamente, dobbiamo lavorare a fondo sul concetto di impresa e di lavoro o alla prossima emergenza ci troveremo nella medesima condizione. Dobbiamo capire che rapporto c’è tra lo Stato e il cittadino. Se solo perché sei nato devi avere il reddito di cittadinanza, la sanità garantita, la scuola garantita, la pensione sociale, per garantire tutto ciò servono risorse adeguate, che però non abbiamo. E allora chi paga le tasse, lavora, fa impresa, produce, solo per questo dovrebbe essere premiato, non tartassato. Occorre ritrovare il reale senso della cittadinanza, che si conquista lavorando e facendo impresa, non solo perché si è nati. Bisogna ricostruire la fierezza del lavoro, la consapevolezza che è così che ci si realizza.

Le prossime relazioni industriali dovrebbero aggredire i nostri problemi economici di base, primo tra gli altri quello della produttività. Ma come sarà possibile avere dei risultati in questa direzione?

La produttività è sempre stata il nostro tallone d’Achille, ci ha portato al fondo di tutte le classifiche. Tanto che, nonostante le tante eccellenze che possiamo vantare, nonostante gli sforzi e i successi dell’export, viene da chiederci come riusciamo a restare il secondo paese manifatturiero d’Europa. Poi pensiamo alla dimensione media delle nostre aziende, che nella gran parte hanno da 0 a 9 dipendenti, e allora tante cose si chiariscono. In realtà le relazioni industriali si sono sempre esercitate sul tema della produttività ma senza grandi risultati.

Come è opportuno muoversi?

Il terreno ideale per aggredire la produttività e farla crescere è quello aziendale, questo è il campo in cui si discute, si tratta di investimenti e flessibilità. Poi c’è la produttività di sistema, quella dei fattori e anche qui le relazioni industriali hanno molto da dire e da fare. Anche perché nel calcolo della produttività rientra anche il costo del lavoro, per cui torna il discorso che abbiamo appena fatto sugli equilibri generali di sistema, sulle protezioni generali che è possibile dare.

E’ possibile sperare di avere risultati, almeno dal dialogo in azienda?

Possiamo ottenere risultati importanti, ma serve un’autentica partecipazione, che si ha quando si è davvero, nell’intimo, partecipativi. Serve condivisione.

E per la produttività di sistema?

Per questa penso che molte delle cose che sono successe o non sono successe dipendono dalle difficoltà che Cgil, Cisl e Uil hanno ad assumere posizioni che se vanno bene per l’industria non vanno bene per l’artigianato o per il commercio e così via. Questo è il momento di intervenire e fare chiarezza sui costi e sui sistemi generali di protezione, sulla loro gestione, sulla loro efficienza. Questi sono i terreni sui quali lavorare.

Sarà possibile farlo?

Penso di sì. Se si avrà il coraggio di guardare indietro e capire quello che è successo e se si potranno fare delle scelte intelligenti, allora potremmo avere dei risultati. Ma dobbiamo avere la consapevolezza di dover arrivare a equilibri differenti, dovremo ridimensionare le aspettative verso lo Stato, che non può fare tutto ciò che gli chiediamo. Dovrà fare le cose importanti e quello che le risorse a disposizione ci consentono.

Compito complesso.

Ma ineludibile. Per questo serve determinazione. Penso che sia possibile cambiare se ci sarà un forte consenso delle parti sociali. Il problema è la fragilità culturale della politica, non ci sono grandi progetti, grandi idealità. Ma il paradigma va cambiato o la società non reggerà. Ci siamo illusi che tutto fosse possibile, il reddito di cittadinanza, quota 100, è stata una sbornia, abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità. Se da questa crisi usciamo più deboli sarà un bel problema. Mi preoccupa particolarmente la fase 3, quella che partirà a giugno prossimo, quando dovremo mettere ordine e trovare una risposta ai nostri problemi.

Servirà una grande prova di forza.

Non sarà possibile fare altrimenti. Un approccio debole non ci porterebbe lontano e si ridurrebbe il nostro ruolo.  Troppe volte in passato abbiamo sottovalutato i problemi, abbiamo rinviato le soluzioni, nella certezza che i problemi si sarebbero sgonfiati o sarebbero stati risolti da qualcun altro. Adesso questo non è più possibile, ci siamo e dobbiamo lottare assieme.

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