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Home - Approfondimenti - La nota - Quel ‘’contratto’’ del 2018 che puntava alla chiusura dell’Ilva

Quel ‘’contratto’’ del 2018 che puntava alla chiusura dell’Ilva

8 Novembre 2019
in La nota
Quel ‘’contratto’’ del 2018 che puntava alla chiusura dell’Ilva

Uno degli errori più tipici, di fronte a eventi inspiegabili, è pensare che siano frutto della stupidità altrui. Per esempio, ricostruendo le ultime vicende dell’Ilva, verrebbe da pensare che mezzo governo e un intero parlamento siano improvvisamente rincretiniti, mettendo in fila una serie di autogol da dilettanti allo sbaraglio. Ma non c’è nessun cretino, in questa vicenda. Anzi. Ognuno recita la sua parte, anche quando è poco credibile, piena di contraddizioni e di buchi di sceneggiatura. E l’Ilva show, a quanto pare, è pure meglio del Truman Show. Se fosse una serie Tv sarebbe appassionante. Ma è vita vera, è sangue e pelle di decine di migliaia di persone, è la storia industriale del paese che ci va di mezzo.

Prendiamo la faccenda dello scudo penale: il premier Conte si è detto prontissimo a vararlo, e anzi di averlo offerto ai Mittal, i quali tuttavia avrebbero rifiutato, rilanciando con i famosi 5mila esuberi (e consentendo così ai partiti e ai media di spostare il tiro dal casino combinato da governo e maggioranza, alle multinazionali cattive che licenziano i lavoratori). L’unica domanda che andrebbe fatta al premier però è: lo scudo c’era, lo avete tolto giusto una settimana fa, con un accordo di maggioranza (come ha rivelato Alessia Morani, sottosegretario al Mise, esponente di spicco del Pd) in mancanza del quale sarebbe caduto il governo; ora davvero sareste pronti a ripristinarlo? E sulla base di quale nuovo accordo di maggioranza? L’unico sarebbe con Lega (Salvini ha gia detto che e’ pronto a tutto per salvare l’Ilva), Pd, Iv e, forse, una parte dei 5 stelle, quelli meno barricaderi, ammesso ve ne siano; ma e’ davvero possibile immaginare un voto di fiducia cosi’ costruito? Un cambio di maggioranza cosi’ bizzarro?

Insomma, il premier da un lato lancia un appello accorato al paese, uno “stringiamoci a coorte” in nome della salvezza dell’Ilva, dell’industria, eccetera; dall’altro, però, non fa la sola cosa che dovrebbe fare, ovvero ripristinare immediatamente lo scudo penale -a prescindere che i Mittal lo vogliano o meno- inchiodandoli alle loro responsabilità e privandoli di ogni appiglio legale. Al contrario, nel corso della riunione a Palazzo Chigi con sindacati ed enti locali, Conte avrebbe annunciato che governo sta già predisponendo i fondi sia per la cassa integrazione ai futuri disoccupati Ilva sia per la riconversione e la bonifica del sito. Dunque, si direbbe, dando già per persa la partita.

Si può leggere nello stesso modo l’altra mossa a effetto del Governo, quella di chiedere agli enti locali di costituirsi parte civile nel contenzioso con ArcelorMittal. Da avvocato qual è, infatti, Conte sa benissimo che affidarsi alle sentenze del tribunale significa infilarsi in una vicenda giudiziaria che si trascinerebbe per almeno dieci anni. Nel frattempo, la fabbrica sarebbe paralizzata e dunque morta. Minacciare una “azione legale’’, insomma, sembra pura ammuina, così come i grandi tavoli-parata dai quali lanciare appelli. Di concreto, per salvare l’Ilva, al momento non c’è niente. A meno di non voler prendere per buona l’altra sceneggiatura, quella del ministro Cinque stelle Stefano Patuanelli, che ne ipotizza addirittura la nazionalizzazione, come risposta alla collega di partito Barbara Lezzi, che ne chiede la chiusura. Posizioni, come è evidente, del tutto inconciliabili.

In questa strana serie tv i protagonisti, dicevamo, sembrano fare a gara a chi è più cretino, ma non c’è nessun cretino: tutti sono consapevoli, e tutte le apparenti scemenze portano nella stessa direzione: la fine dell’Ilva. E allora occorre fare uno sforzo di memoria, e recuperare il contratto di governo giallo- verde, quello della primavera 2018, non secoli fa; e leggere al capitolo Ambiente, dove si parlava esplicitamente di chiudere l’Ilva, chiusura giustificata con la necessità di “concretizzare i criteri di salvaguardia ambientale, proteggendo i livelli occupazionali e promuovendo lo sviluppo industriale del sud attraverso un programma di riconversione economica basato sulla progressiva chiusura delle fonti inquinanti, sullo sviluppo della green economy, delle energie rinnovabili, e dell’economia circolare’’.  In pratica, quello che questo governo oggi sta effettivamente facendo: senza la Lega, ma col Pd, che non ha probabilmente la forza di ribellarsi. No, non c’è nessun ‘’cretino’’ in questa vicenda.

Infine, resterebbe da capire il ruolo di Arcelor Mittal, capire se davvero ci ha ripensato, se davvero a un anno di distanza ritiene un errore quel piano industriale in verità piuttosto costoso, aggravato da un di più di occupazione a cui era stata costretta nel momento in cui la palla era passata dalle mani di Carlo Calenda a quelle di Luigi Di Maio, e forse incongruo nel momento in cui arriva una nuova crisi. Resta da capire se la volevano davvero, l’Ilva (e parrebbe di sì: hanno pur chiuso altre fabbriche in Europa, per prenderla) o se, come alcuni sostengono, volevano innanzi tutto togliersi dai piedi un concorrente, e poi vedere come va. E, vista la mala parata (crisi economica, magistratura, sistema Italia, politica, roba che farebbe saltare i nervi a chiunque) abbiano preso la palla al balzo per mollare. Tanto da far pensare che l’improvviso e imprevedibile blitz dei 5Stelle, a cui si sono, sorprendetemente e silenziosamente accodati tutti, sia stato accolto come una manna dal cielo molto, molto tempestiva. E no, non c’è nessun cretino, in questa storia.

Nunzia Penelope

redazione

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