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Home - Approfondimenti - Analisi - Il sindacato alla prova dei fatti

Il sindacato alla prova dei fatti

di Alessandra Servidori
25 Giugno 2019
in Analisi

Una  indagine dell’Unioncamere, inquadrata nel Progetto Excelsior, ha monitorato la domanda di lavoro delle imprese allo scopo di osservare nel periodo recente, quali sono le professioni ricercate. I lavoratori previsti in entrata per grande gruppo professionale (ovviamente non si tratta solo di nuovi posti) in un periodo di tre mesi  sono 995.630 di cui 207.303 dirigenti, impiegati con elevata specializzazione e tecnici (20,8% del totale), 327.050 impiegati, professioni commerciali e nei servizi (32,8%), 285.510 operai specializzati e conduttori di impianti e macchine (29%), 172.730 appartenenti a professioni non qualificate (17,3%). Seguono poi le  indicazioni di quali sono (e in quale misura) le professioni di difficile reperimento  sia per il ridotto numero di candidati, sia per l’esperienza e la qualificazione inadeguate.  

Il confronto è particolarmente significativo se ragguagliato al titolo di studio, perché mette in chiaro quanto incidano le carenze del sistema scolastico rispetto alle esigenze del mercato del lavoro. Delle 995.630 entrate previste 137.480 richiedono un titolo di studio di livello universitario. Ebbene l’indagine sostiene che le difficoltà di reperimento riguardano il  32,1%  (di cui il 17,6% per ridotto numero di candidati).  Val la pena di notare quali siano gli indirizzi in cui si presentano maggiori difficoltà di reperimento: il 48% in ingegneria elettronica e dell’informazione; il 55,8% in ingegneria industriale e addirittura il 65,4% per l’indirizzo linguistico, interpreti e traduttori.

A livello secondario e post-secondario su 330.410 non è facilmente reperibile una quota pari al 26,2%. Anche in questa area vi sono dei ‘’buchi’’ clamorosi per quanto riguarda la possibilità di assumere personale con un titolo di studio pertinente: ben il 58,6% nell’indirizzo informatica e telecomunicazioni e il 52,7% nell’indirizzo linguistico; il 50,7% negli indirizzi della chimica, materiali e biotecnologie. È di difficile reperimento il 23,7% dei 300.570 titolari di qualifica o diploma professionale richiesti; sembrerà strano, ma la quota più elevata (57%) riguarda l’indirizzo abbigliamento (miracoli del made in Italy?). Persino laddove non è richiesta alcuna formazione specifica (227.170) è arduo reperire il 17,7% degli operatori. Per tirare le somme sui 995.630 soggetti, il 24,3% è di difficile reperibilità (l’11,3% per numero ridotto di candidati). Il 16,8% non ha esperienza nella professione e ben il 49% nel settore. Meritano una inquietante sottolineatura le carenze che permangono per quanto concerne le lingue straniere. Il fatto che non ci siano sufficienti insegnanti in questa materia si sconta anche nel lungo periodo.

Ma c’è un aspetto della digitalizzazione che non è stato sufficientemente approfondito, ma che – a mio avviso – potrebbe fornire un contributo alla ridefinizione di una nuova rappresentanza del lavoro. Il sindaco nei decenni scorsi ha accompagnato  fasi di grandi trasformazioni  nel passaggio da una società prevalentemente agricola ad una a forte connotato industriale; trasformazioni che ne hanno coinvolto le politiche rivendicative e gli strumenti organizzativi nel territorio e nell’impresa, lungo un processo che prende le mosse dal primato degli accordi interconfederali,  l’accordo sul conglobamento,il contratto nazionale di categoria (la c.d. verticalizzazione) negli anni ’60 al prorompere della contrattazione decentrata,  con la costituzione dei consigli dei delegati in un contesto di diritti sindacali (assemblea retribuita, diffusione della propaganda, tutela dei dirigenti, affissione, ecc.) con i quali lo Statuto dei lavoratori garantiva ampia agibilità politica.  Queste trasformazioni non furono né facili, né brevi, né indolori, ma richiesero profondi mutamenti nell’allocazione delle risorse materiali ed umane allo scopo di essere minimamente all’altezza delle competenze richieste dalle nuove sfide.

 Il  sindacato ora deve fare veramente un salto di qualità e oltre che riempire le piazze deve non  rimanere travolto  dagli effetti dell’immissione di nuova tecnologia nei processi produttivi manifatturieri, e soprattutto  nella società del terziario e  dei servizi. Basta essere solo con la testa rivolta al pubblico impiego e ai pensionati ( neanche poi veramente tutelati !) .La prospettiva sta altrove. Il mercato dei servizi rappresenta  il 70% delle attività economiche europee, detiene il 68% dell’occupazione complessiva ed è ritenuto in grado di offrire le maggiori opportunità per l’ulteriore crescita dei posti di lavoro. È proprio l’esigenza di una maggiore competitività del settore manifatturiero a dipendere sempre più dalla fornitura di servizi moderni e flessibili, dal momento che l’efficacia dei servizi alle imprese rappresenta un fattore cruciale nella localizzazione delle multinazionali, mentre le attuali persistenti rigidità tendono a scoraggiare gli investimenti diretti esteri. 

Sono i servizi, soprattutto quelli privati, il settore prevalente di ogni moderna economia e riassumano in sé l’intreccio tra i nuovi rapporti di lavoro, le figure professionali emergenti e soprattutto sono tenuti insieme ed organizzati attraverso le reti della digitalizzazione. Il sindacato dopo aver sperimentato l’inutilità dei tradizionali strumenti politici ed organizzativi deve saper  costruirne di nuovi e più adatti, e non  rimanere attaccato ad un’idea del lavoro e di un’organizzazione produttiva considerata immutabile perché  corrispondente al modo di essere del sindacato stesso.  Il sindacato deve abbandonare  i grandi alibi  a giustificazione della propria impotenza: il c.d. precariato, la trappola dei rapporti flessibili e del lavoro a tempo determinato, la c.d. mortificazione dei diritti.

Dal momento che i lavoratori non si riuniscono più nei medesimi luoghi di lavoro, ma spesso operano isolati con forme di lavoro agile o di collaborazioni per più imprese, bisogna  raggiungerli e innovare nel contratto applicando  loro quando è ormai chiaro che la medesima prestazione può essere svolta – a seconda delle regole concordate – nell’ambito di differenti rapporti di lavoro. Le nuove tecnologie consentirebbero –  senza doversi affidare alla  piattaforma Rousseau – di riunificare gran parte del mondo del lavoro non più riconducibile all’interno dei tradizionali confini. Un pc può essere uno strumento molto più efficace di un volantino; una mail list completa ed aggiornata  un mezzo più rapido per raggiungere gli iscritti e condividere con loro la vita associativa nei suoi principali aspetti.  Se si è trovato un ‘’nuovo modo di fare l’automobile’’ (l’aspirazione/chimera  ai tempi della catena di montaggio), si potrà pure arrivare al giorno in cui  anche gli algoritmi che determinano le scansioni dell’organizzazione del lavoro divengano materia di confronto e di contrattazione.

Alessandra Servidori

Alessandra Servidori

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