Giorgia Meloni l’ha buttata là, come se fosse una mandrakata. Abolire il bollo auto nel 2027, guarda caso l’anno delle elezioni, per rendere (quasi) tutti felici e contenti. In realtà, più che una azione ingegnosa o una trovata geniale, la sforbiciata alla “tassa più odiosa” è stata una azzeccata operazione di distrazione di massa. E una mossa della disperazione.
Cominciamo dal fronte della comunicazione che poi, in tempo di populismo sfrenato, è tutto. Nessuno, perfino tra le fila dell’opposizione, si è chiesto perché la premier non abbia atteso la legge di bilancio per procedere al taglio. Tanto più che non c’era fretta: la misura riguarda il bollo nel prossimo anno, per auto e motoveicoli fino a 80 Kw. Le ragioni dell’anticipo e dell’accelerazione, senza attendere lo strumento più idoneo della manovra economica, sono due. La prima: l’assoluta necessità dell’underdog della Garbatella di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dall’approvazione della nuova legge elettorale. Una riforma bollata dalle opposizioni come una “legge truffa”, una “porcata”. Tant’è che l’annuncio, a sorpresa, è avvenuto esattamente il giorno dopo il “sì” del Senato al Melonellum. La seconda ragione della scelta del decreto, è legata all’aumento del costo dei carburanti. Con gli automobilisti costretti a pagare a caro prezzo benzina e gasolio a causa della guerra scatenata dal suo (ex) amico Donald Trump, Meloni aveva bisogno di mandare un segnale di attenzione. Una sorta di coccola, di carezza.
E qui si arriva alla disperazione. Giorgia, glielo dicono i sondaggi, sa benissimo che rischia di perdere le elezioni. Perché gli italiani stanno decisamente peggio di quattro anni fa: inflazione, salari fermi, potere d’acquisto delle famiglie in picchiata. E né la Rai trasformata in Telemeloni, né le tv del Biscione, riusciranno a oscurare questa verità e la sconfitta perciò rischia di essere dietro l’angolo. Perché questa volta il centrosinistra dovrebbe presentarsi unito (nel 2022 la vittoria del centrodestra, che prese 1,4 milioni di voti in meno, fu decretata dalla frammentazione al centro e a sinistra). E perché a destra monta l’onda nera di Roberto Vannacci, che con il suo Futuro nazionale ha già superano la Lega di Matteo Salvini e sta per mettersi alle spalle anche Forza Italia di Antonio Tajani. Così la premier è costretta a dare fondo alla sua furbizia e alla sua creatività, correndo però il serio rischio di perdere la faccia.
Meno di un anno fa, la premier aveva sfottuto ferocemente il candidato governatore del centrosinistra in Calabria Pasquale Tridico che, tra le sue proposte elettorali, aveva inserito l’abolizione del bollo auto nella sua Regione. “Cetto La Qualunque in confronto era Ottone di Bismark”, aveva maramaldegiato Giorgia. Di più. Nel maggio 2014, la premier aveva dato del “venditore di pentole” a Matteo Renzi, quando il leader dem varò il bonus da 80 euro per vincere (con il 41%, record storico per il Pd) le elezioni europee. Ma ora Meloni fa lo stesso. E nel farlo, inconsapevolmente, segue le orme di Silvio Berlusconi.
Il Cavaliere era un vero campione di annunci ad effetto. “Avete capito bene, aboliremo l’Ici”, disse nel 2006 per tentare di riprendersi palazzo Chigi. E due anni più tardi, Silvio buonanima cavalcò proprio l’abolizione del bollo auto in campagna elettorale. Ma poi non se ne fece nulla. Troppo costoso.
Ora ci riesce Meloni. Ma pur di non passare per Cetto La Qualunque o come una venditrice di pentole, Giorgia è costretta a dire qualche bugia. Ad esempio ha affermato, in conferenza stampa, che l’abolizione del bollo “è strutturale, dunque definitiva”. Falso. Nel decreto le coperture, pari a poco meno di 2,4 miliardi, sono previste solo per il prossimo anno. Ciò significa che per rendere davvero permanente la sforbiciata, il governo dovrà intervenire con la legge di bilancio 2027. Oppure, cosa più probabile, lasciare la grana nelle mani del vincitore delle elezioni. Senza contare che Meloni ha rastrellato i 2,4 miliardi necessari, tra i risparmi del Pnrr su ospedali di prossimità e scuole. Insomma, il prezzo del taglio lo pagheranno i cittadini. E non è affatto scontato che l’Unione europea (che aveva stanziato i soldi a fondo perduto o con prestiti agevolati) dia il via libera.
C’è infine anche dell’altro. C’è che Meloni ha voluto intestarsi il taglio del bollo, mettendo in secondo piano Tajani e Salvini. Il segno che nel centrodestra la competizione è feroce, senza esclusione di colpi. La prova: il testo del decreto non era andato, come consuetudine, nella riunione tecnica che precede il Consiglio dei ministri. E i due, poveretti, per provare a risalire la china, hanno cominciato a invocare correzioni al decreto in modo da dimostrare la propria esistenza in vita. E piantare la loro bandierina sul bollo. Il capo della Lega vuole togliere il tetto degli 80 kw per estendere la misura a tutte le auto: “Non mettiamo limiti ai kilowatt e alla provvidenza”. Il segretario forzista corre a ricordare: “Berlusconi ha sempre proposto l’abolizione del bollo, ora ci siamo finalmente riusciti nel suo nome”.
Raccontano che Giorgia, nel sentirlo, si sia fatta una grossa risata.
Alberto Gentili


























