Finalmente abbiamo un colpevole per i risultati un po’ scarsini dei test Invalsi: lo straniero. I nostri studenti non sono tocchi di natura, distratti dagli ormoni o dai cellulari: è a causa di questo tsunami migratorio che non riescono nella comprensione del testo, delle tabelline, della stor… – ah no, quella la stiamo proprio togliendo di mezzo. Sì, è un’emergenza se la scuola non riesce a formare gli adulti che in futuro dovranno farci le dichiarazioni dei redditi, curarci la salute, a loro volta insegnare ai nostri eredi (con buona pace dei demografi). Lo è altrettanto se i nostri studenti italiani finiscono marginalizzati in un angolo – manco dietro la lavagna, che non esiste più – per via della presunta maggioranza di alunni non italofoni che non capiscono e non parlano un’acca di italiano e rallentano le lezioni. E allora a un’emergenza si risponde costituzionalmente per decreto. Lo ha annunciato la premier Giorgia Meloni alla chiusura dell’ordalia di Fenix, lo ha confermato il ministro Valditara in interviste e ospitate tv, lo ha bollinato il Consiglio dei ministri giovedì pomeriggio. Tanto tuonò che piovve, insomma, ed ecco il testo che aspetta l’approvazione del Quirinale.
Le chiamano misure “per garantire il regolare avvio dell’anno scolastico 2026/2027, per l’accompagnamento delle misure del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) di competenza del Ministero dell’istruzione e del merito, per la promozione dell’integrazione degli studenti stranieri nell’ambito scolastico nonché in materia di formazione superiore e ricerca”. Il provvedimento prevede due piatti forti. Il primo riguarda il «divieto di partecipare alle attività curriculari e extracurriculari delle istituzioni scolastiche e a quelle previste nell’ambito dei rapporti scuola-famiglia con il volto coperto o con qualsiasi altra modalità atta a non consentire il riconoscimento del volto», salvo specifiche ragioni sanitarie. Il divieto riguarda sostanzialmente burqa e niqab e la trasgressione comporta una sanzione amministrativa da 200 a 1.000 euro.
Il secondo, invece, è il famigerato tetto del 30% per classe nelle nuove iscrizioni dell’anno scolastico 2027/2028. Nella scuola primaria – per chi è cresciuto nel Novecento: le elementari -, gli alunni con cittadinanza non italiana che non sono nati in Italia o non hanno frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia non possono superare il 30% del totale in ciascuna classe prima. Nelle scuole secondarie di primo e secondo grado – ibidem: medie e superiori – lo stesso limite riguarda gli studenti con cittadinanza non italiana che non hanno frequentato con esito positivo, per almeno tre anni scolastici, il sistema nazionale di istruzione. Quando le difficoltà linguistiche dei genitori stranieri ostacolano un’efficace collaborazione tra scuola e famiglia, la scuola può segnalare il caso ai servizi sociali. Questi possono prevedere per i genitori corsi gratuiti di italiano presso i CPIA, finalizzati almeno al livello A2. In caso di mancata partecipazione, è prevista una sanzione amministrativa da 200 a 1.000 euro – e non la sottrazione del minore, come da errate ricostruzioni circolate.
Secondo i dati del Ministero dell’Istruzione, sono 931.323 gli studenti con cittadinanza non italiana iscritti nell’anno scolastico 2024/2025, l’11,6% della popolazione scolastica: circa due terzi sono nati in Italia e oltre il 65% si concentra nel Nord, con Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto ai primi posti. La presenza è particolarmente concentrata in alcune aree e quartieri delle grandi città. Sono invece 34mila le classi in cui gli studenti stranieri superano la soglia immaginaria del 30%. Tuttavia, la misura riguarderà soltanto quelli che non conoscono adeguatamente l’italiano: secondo la stima del ministro, sono poco meno di mille le classi in cui gli studenti stranieri neoarrivati e non italofoni superano il 20%, soprattutto nella scuola primaria.
Insomma, dopo la sospensione del bollo auto (per il solo 2027) arriva un’altra bomba elettorale. Entrambi solleticano la parte bassa degli istinti, ma quando si parla dei più giovani il fuoco divampa in un incendio. «Chi decreta, prende decisioni o pontifica su cosa dovrebbe o non dovrebbe fare la scuola spesso non sa cosa ci sia dentro», sostiene al Diario del lavoro una docente di un istituto tecnico di Centocelle, quartiere alla periferia est di Roma, che preferisce mantenere l’anonimato. La vera emergenza «è una presidente del Consiglio che parla di emergenza burqa o niqab. Una affermazione fuori fase che non rispecchia la realtà». Certo, è innegabile che con lo studente straniero che non parla italiano sorgano difficoltà di insegnamento, «però sicuramente il decreto della Meloni non è la soluzione».
Il problema è che, se anche solo uno studente non parla bene l’italiano, la redistribuzione non lo aiuterà a raggiungere le competenze di base senza un supporto concreto. Serve organico specializzato, che nelle scuole è affidato alla buona volontà dei singoli, e anche persuasione degli studenti stessi. «Un docente curricolare non ha tutto questo potere – spiega la professoressa –; al più si possono fare delle pseudo lezioni parallele». Nella scuola in cui insegna, ad esempio, è previsto il laboratorio linguistico L2 di potenziamento di italiano per gli stranieri, che si tiene di pomeriggio. Ma il problema è rintracciare gli studenti e costringerli a partecipare nelle ore pomeridiane. Soprattutto, per i docenti è una mansione su base volontaria, sebbene retribuita, e se non ci sono, occorre reperirli dall’esterno. Oltretutto, in Italia sono meno di 800 i docenti della classe di concorso A023, quella specificamente dedicata all’insegnamento dell’italiano agli studenti stranieri. Il dato, fornito dalla Uil Scuola, denuncia una carenza di queste figure professionali e, in particolare, la scarsità dei posti disponibili. Per far fronte a questo, il decreto prevede per le scuole nelle quali, anche dopo queste misure organizzative, non sia possibile rispettare il limite, un fondo complessivo di circa 17,54 milioni di euro destinati ad attività extracurricolari per il potenziamento delle competenze di base in italiano. «Ma questa dovrebbe essere una figura strutturale in una società destinata a essere sempre più multietnica, quindi in tutte le scuole dovrebbe essere previsto un programma di potenziamento».
La soluzione, dunque, è aumentare le risorse umane, professionisti al servizio di questi studenti. «Si dimentica sempre che la scuola esiste se c’è lo studente. Siamo noi a lavorare per loro, non viceversa. Siamo noi che dobbiamo fornire allo studente e alla sua famiglia un ottimo servizio, il più possibile incline alle sue potenzialità». Servono, quindi, persone formate e abilitate alla classe di concorso A23, che è quella di italiano per gli stranieri. «Impiegateli, fate fare loro delle ore extra di potenziamento a questi studenti in maniera strutturale e da subito, non alla fine del primo quadrimestre».
Esiste poi un protocollo NAI – Neo Arrivati in Italia –, anche questo soggetto alla volontà del singolo istituto che lo adatta in base alle proprie esigenze. «Se arriva uno studente straniero, mettiamo a gennaio, non gli si può negare l’iscrizione. E se questo studente parla solo la sua lingua madre, bisogna necessariamente dare una risposta a quello che è un disagio». In questo senso, una delle figure fondamentali è il mediatore culturale. «E noi non ce l’abbiamo, tra l’altro in una scuola che ha tanti studenti stranieri». Per una corretta integrazione di questa figura, bisognerebbe innanzitutto verificare la nazionalità di provenienza. «Da noi sarebbe semplice, perché provengono principalmente da Bangladesh, Egitto, Sud America, ma anche dall’Est Europa, quindi Romania, Polonia».
Ma le misure del governo si scontrano anche con la logistica. «Se noi dobbiamo mandar via gli studenti stranieri che non parlano l’italiano, dove li mandiamo? In un’altra sezione. L’altra sezione c’è? No, perché non abbiamo abbastanza aule». Il testo, però, prevede che quando il numero delle iscrizioni non permette di rispettare il tetto, gli uffici scolastici territoriali, d’intesa con i dirigenti, dovranno distribuire gli alunni tra istituzioni scolastiche vicine, rispettando il principio di prossimità, il domicilio e le comprovate esigenze familiari, con particolare attenzione ai casi legati all’assistenza di figli con disabilità. Ma questo è lo stesso governo che ha previsto il dimensionamento scolastico – «un conto è trasferire i ragazzi su Roma, che ha diverse scuole, ma in qualsiasi altro paese dove li mandi? Penso soprattutto alle aree interne, povere di infrastrutture» – e che non ha fatto fronte al tema dell’edilizia scolastica, perdendo il treno del Pnrr (anzi, dirottandolo sul bollo auto) – «l’edilizia è sempre l’ultimo dei pensieri, quando in realtà la scuola a momenti ci cade addosso. È su questo che bisogna investire, non per mettere un tetto massimo che di fatto è irrealizzabile». Inoltre, visto che l’impianto si basa sul principio dell’integrazione e del benessere degli studenti, «nessuno ha pensato al trauma di dover mandare via delle persone da luoghi in cui hanno intessuto dei legami, delle relazioni. È allucinante».
Per la professoressa, dunque, il decreto del governo Meloni distrae da quelli che sono i veri problemi della scuola. Come quello relativo alle continue aggressioni ai danni dei docenti. Tra gli ultimi proprio quello in una scuola media di Centocelle, la scorsa settimana. Eventi del genere hanno riportato l’attenzione sul fatto che i ragazzi siano costantemente bombardati da contenuti dannosi, «ma né a scuola né in famiglia c’è qualcuno che offra loro un’ottica critica di fruizione». In un’età così delicata, poi, in cui «ci si affaccia al mondo degli adulti senza strumenti per interpretare i fenomeni circostanti». Dalle istituzioni serve una risposta adeguata al già fragile benessere psicologico messo a dura prova dalla DAD dell’era Covid. «Nella scuola in cui presto servizio, ad esempio, c’era lo sportello dello psicologo con due professionisti presenti a scuola almeno in due giorni a settimana. Gli studenti ne hanno ampiamente usufruito perché hanno davvero bisogno di confrontarsi con qualcuno di obiettivo». Il servizio è stato possibile anche grazie ai fondi del Pnrr, ma una volta finiti si sono portati via pure gli psicologi. «La nostra dirigenza non è sorda a questi problemi, però ha dovuto affrontare altre tematiche ritenute prioritarie».
E allora tutto si scarica sui docenti. «A noi viene richiesto di essere non solo persone che vanno a formare l’istruzione dei giovani, ma anche educatori, psicologi, assistenti sociali, intrattenitori. È ovviamente impossibile, perché gli strumenti che abbiamo a disposizione sono davvero miseri». La reprimenda è anche contro la fantomatica condizione di privilegio dei docenti italiani, quelli con tre mesi di ferie e solo 18 ore di servizio alla settimana. Ma il lavoro non è soltanto quello della lezione frontale e anzi si basa tantissimo sulle ore extra. «Ad esempio, per tutti quei progetti a latere che si svolgono nel pomeriggio i docenti, se vengono remunerati, lo sono pochissimo e tra l’altro chissà quando. La nostra resta una professione, con i suoi doveri, ma anche i suoi diritti». Se concordiamo sul fatto che la docenza sia una professione, bisogna investire, di più e meglio. «A un chirurgo non si chiede di portarsi da casa il bisturi, noi da casa ci portiamo il pennarello per scrivere, perché a scuola non lo troviamo. Alcune classi non hanno il computer e per usare la LIM manca la connessione. Di tutti questi problemi ci facciamo carico noi. Lavorare per la gloria non fa bene a nessuno. Perché comunque il docente sottopagato – con lo stipendio tra i più bassi d’Europa – il mestiere che farà lo farà male e controvoglia».
Per lo Stato, quindi, la scuola funziona più da bancomat che da luogo di sviluppo, come dimostra anche l’alto tasso di precariato tra docenti e personale ATA. «I concorsi ci sono stati, le immissioni in ruolo pure, ma i supplenti continuano a essere tanti sostanzialmente perché costano meno». È vero che, a fronte del calo demografico, le classi diminuiranno, «ma ad oggi, almeno nella mia scuola, le prime sono aumentate. Con la denatalità, che è un fenomeno reale, si fanno calcoli sul futuro tralasciando il fabbisogno del presente. I docenti, adesso, servono». Ma a queste condizioni la scuola è ancora attrattiva come professione? Paradossalmente sì, perché il posto fisso è ancora un obiettivo. L’Italia, tra l’altro, ha tantissime buone università che sfornano dei bravi laureati che però non trovano sbocco lavorativo per i loro studi. Questo vale soprattutto nell’ambito umanistico. «In assenza di alternative, tutti gli altri si riversano sulla scuola. Quindi è in questo senso che resta ancora un mestiere attrattivo, nonostante le enormi difficoltà».
Il decreto, infine, interviene anche sulla filiera tecnologico-professionale, a partire dalla denominazione degli istituti: gli attuali tecnici assumeranno il nome di «licei tecnologici», mentre quelli professionali diventeranno «licei professionali». «Una sciocchezza», osserva la professoressa. Ma è proprio sulla riforma di questi istituti, entrata in vigore quest’anno per le classi prime, che concentra le critiche: riduce l’offerta formativa senza rispondere a una reale esigenza pedagogica e dietro il rafforzamento del rapporto con le aziende intravede soprattutto un possibile risparmio sull’organico. «Stanno praticamente dicendo che gli studenti che hanno scelto questa scuola sono studenti serie B che non hanno bisogno di chissà che formazione culturale», sostiene, contestando anche l’idea di sostituire parte del percorso scolastico con una maggiore presenza in azienda. Il riferimento è all’alternanza scuola-lavoro, che a suo giudizio troppo spesso si traduce in esperienze poco formative: «Fanno i lavori più squalificanti e non gli insegnano nulla, oppure li parcheggiano in un angolo e li chiamano quando c’è bisogno del cappuccino».
I contenuti del decreto restano lontani da quelli segregazionisti di AFD e di Futuro Nazionale, ma la sua natura propagandistica ed elettorale è evidente anche a chi la scuola la vive tutti i giorni. La consapevolezza dell’impossibilità di arginare un fenomeno strutturale come quello migratorio, soprattutto in maniera miope, suggerisce quindi ai decisori di lavorare sui fianchi dell’elettorato, inventando emergenze e alimentando paure. Viene da pensare che parlare di emergenza stranieri nelle scuole sia una forma di guerra ibrida elettorale: altro che fake news dalla Russia, guardiamo direttamente dentro le mura di casa nostra.
Elettra Raffaela Melucci
























