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Home - Approfondimenti - Analisi - La Lega 19 anni dopo

La Lega 19 anni dopo

di Marco Cianca
10 Dicembre 2018
in Analisi
La Lega 19 anni dopo

Alle pendici del Pincio, su un declivio erboso, sta negletta la statua di Alberto da Giussano. Una scritta sbiadita dal tempo si affanna a ricordare che “Legnano e Roma / unisce attraverso i secoli/il fato d’Italia”.  La spada levata in alto a bucare il cielo, il grande scudo triangolare spostato a sinistra per scoprire il petto impavido. “Vi sovviene?”, gli fa ripetere Giosuè Carducci, immaginandolo mentre incita i milanesi alla battaglia contro Federico Barbarossa.  No, in questo solatio 8 dicembre 2018 ai leghisti assiepati nella sottostante piazza del Popolo non sovviene di rendere omaggio al leggendario comandante della Compagnia della Morte. “Matteo, Matteo”, gridano entusiasti. Le loro voci salgono a lambire il solitario guerriero, che assiste muto e dimenticato al trionfo di Salvini.

Eppure, esattamente 19 anni fa, il 5 dicembre del 1999, Umberto Bossi si fece fotografare proprio qui, mentre guidava il corteo dei padani che per la prima volta marciavano su “Roma ladrona” invocando Nerone e l’incendio della città eterna. “Arrivano i nuovi barbari”, annunciava tra lo scherzoso e il minaccioso uno striscione. “Sono nato padano, non voglio morire italiano”, “Padania indipendente”, “Stato libertino, lasciaci almeno un panino”, “Il nord vuole il suo Parlamento”, “Abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il tricolore”, “Viva il Po, abbasso Giulio Cesare”, “Nord operoso, centro sud ozioso”, ”Il 25 aprile è nata una puttana e l’hanno chiamata repubblica italiana”, “Né neri, né rossi, stiamo con Bossi”. Queste le parole d‘ordine d’allora.  Il senatur questa volta non c’è, travolto dallo scandalo dei falsi rimborsi elettorali, 49 milioni di euro che la Lega ora deve restituire, seppure in rate da 80 anni.

Le colpe dei padri ricadono sempre sui figli ma dal fondatore del partito di cui ora è lui il segretario, Salvini non ha ereditato solo i debiti. I sondaggi lo descrivono come un fiume in piena. I consensi crescono, crescono, crescono. E se 19 anni fa la capitale accolse l’arrivo dei leghisti “silenziosa e impassibile”, citando le parole usate da Emilio Lussu per descrivere ben altra marcia, in questo sabato dicembrino la città sembra ammaliata e partecipe. Tra i tanti vessilli che rimarcano, dalla Sardegna a Venezia, la diffusione del verbo salviniano, spicca persino una grande bandiera della Roma. Un sindaco lumbard dopo Virginia Raggi?

All’inizio veniva invocata la secessione, poi si è passati ad una più prudente devolution, ora dal palco, affiancata dai governatori Luca  Zaia e Massimiliano Fedriga, la ministra agli Affari Regionali Erika Stefani, introduce il concetto, peraltro un po’ misterioso, di “autonomia differenziata”. Un bel salto programmatico. La Lega è passata dalla trincea del Nord alla difesa dell’intera nazione. Se continua così, sul Carroccio faranno salire anche Garibaldi. E non è a caso che Salvini proclami di parlare a nome di sessanta milioni d’italiani.

E’ lui, solo lui, il Capitano, come lo chiamano i sostenitori (anche se la primazia di questo titolo spetta di diritto a Francesco Totti). “Matteo, Matteo”, continua a ritmare la folla. Un piccolo opuscolo a colori, dodici pagine, foto agiografiche, illustra i successi di “6 mesi di buongoverno”. Sicurezza, immigrati, criminalità. Dalla “pacchia è finita” a “la mafia mi fa schifo”.  Ovazioni quando Lorenzo Fontana, titolare del dicastero per la famiglia, evoca il crocefisso in classe e l’allestimento del presepe a Natale perché “non ci vergogniamo della nostra identità”. E’ il giorno dell’Immacolata Concezione e a Lei, alla Madonna, si rivolge anche Salvini. Ricorda di avere sempre “il santo rosario” in tasca e saluta “il sole che ci manda il buon Dio”.

Sul palco chiama anche alcuni cuochi, con la loro veste bianca, ambasciatori del “buono e del bello”, italico patrimonio. Rivendica la foto degli spaghetti al ragù postata sui social, scherza sulle critiche ricevute da Pamela Anderson, vuole il ritorno dell’educazione civica nelle scuole, se la prende con i parcheggiatori abusivi, predica la ripresa della natalità, spiega la legittima difesa. “E’ la vita reale”, chiosa. Poco prima, il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, vero tratto d’unione tra il partito fondato da Bossi e questo che nel simbolo propone “Salvini premier”, aveva rivendicato “la rivoluzione del buon senso, di noi gente normale schifata dalle élite”.

E’ “la lunga marcia”, così la chiama il Mao di casa nostra, che, 19 anni dopo la prima calata su Roma, ha reso i nuovi barbari padroni d’Italia. Il vicepremier assicura che il governo andrà avanti, lui non ha intenzione di tradire Luigi Di Maio, come fece Umberto Bossi con Silvio Berlusconi. Si batte la mano destra sul cuore e promette di difendere sempre gli interessi del nostro Paese. “Il mio impegno è dare la vita se servirà”.  Un nuovo Capo è tra noi. E il suo culto si espande. Per consacrarlo quale migliore scenario di una piazza che ha già nel nome il richiamo al Popolo?

Caro Alberto da Giussano, di acqua sotto i ponti ne è passata veramente tanta, da quel dicembre del 1999. Vi sovviene?

Marco Cianca 

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Marco Cianca

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