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Home - Approfondimenti - Interviste - Guida (Filt-Cgil), i rider una nuova sfida per il sindacato. Di Maio? Punta sull’effetto mediatico, ma è meglio il contratto collettivo

Guida (Filt-Cgil), i rider una nuova sfida per il sindacato. Di Maio? Punta sull’effetto mediatico, ma è meglio il contratto collettivo

di Tommaso Nutarelli
28 Giugno 2018
in Interviste
Guida (Filt-Cgil), i rider una nuova sfida per il sindacato. Di Maio? Punta sull’effetto mediatico, ma è meglio il contratto collettivo

Con il rinnovo del contratto della Logistica, Trasporto Merci e Spedizione dello scorso dicembre, la Filt-Cgil ha inserito una specifica clausola per far fronte al fenomeno dei rider e offrire delle tutele ai lavoratori. Tuttavia la maggior parte delle soluzioni messe sul tavolo, comprese le iniziative del neo ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, sembrano intraprendere una strada opposta a quella del sindacato. Ne abbiamo parlato con Giulia Guida, segretaria nazionale della Filt-Cgil.  

Guida, il fenomeno dei rider sembra mettere a dura prova la capacità rappresentativa del sindacato tradizionale. Qual è la sua posizione in merito?

Bisogna, prima di tutto, partire da una premessa. Il lavoratore della logistica si trova, molto spesso, a svolgere il proprio compito in solitaria. Questa condizione, che riguarda anche i rider, credo che sia stata la molla per la protesta dei rider, che si è sviluppata senza l’intermediazione del sindacato tradizionale. Stiamo parlando, per la maggior, parte di ragazzi giovani, che giustamente rivendicano condizioni di lavoro e salariali migliori, attraverso forme di aggregazione e di protesta diverse da quelle che siamo abituati a conoscere, puntando molto sui social.

I rider hanno dunque posto un problema di rappresentanza all’interno del sindacato?

Il sindacato in questi ultimi anni ha subito molto attacchi, da ogni parte politica, riuscendo tuttavia a mantenere il suo ruolo all’interno delle relazioni industriali grazie alla contrattazione. Certamente i rider ci pongono davanti a una nuova sfida. 

Questo potrebbe comportare la rottura del sindacato tradizionale e la nascita di una forma di rappresentanza più vicina al mondo della gig economy?

L’esperienza dei rider ci sta insegnando che quando c’è un vuoto di rappresentanza, i lavoratori sono spinti a ricercare metodi alternativi per far sentire la propria voce, attraverso anche forme di autorappresentanza. La possibilità che possa nascere una nuova forma di sindacato non è da escludere.  

Quando avete firmato il rinnovo del contratto della Logistica avete inserito una specifica clausola per i rider.  

Abbiamo capito che stava emergendo con forza il problema. Nel testo cerchiamo di definire tutta una serie di tutele e aspetti organizzativi, come il tema degli indicenti sul lavoro, l’organizzazione dell’orario e la questione delle disponibilità, un punto molto importante, perché nella logistica è il criterio sul quale viene calcolata la retribuzione. 

Tuttavia questa vostra clausola sembra essere rimasta lettera morta. Per quale motivo?

Far rientrare i rider all’interno del contratto significa riconoscere loro tutele e diritti, e questo è un passo che le piattaforme digitali non sono disponibili a compiere. 

Nella clausola definite i rider come lavoratori subordinati, anche se la sentenza del Tribunale di Torino si muove verso tutt’altra strada. Come siete giunti a questa classificazione?

Se ci atteniamo a un’applicazione asettica della norma, la sentenza di Torino non è contestabile, perché riconosce i due elementi del lavoro a chiamata, la possibilità del rifiuto e di decidere quando lavorare. Tuttavia dobbiamo pensare che questo lavoro non è fatto in modo sporadico dalle persone. Inoltre i rider si trovano vincolati agli esercizi, si appoggiano a loro perché devono garantire un servizio al consumatore. C’è dunque, sottotraccia, un’organizzazione che riconduce al lavoro subordinato, che però non sempre emerge.

Dunque sono lavoratori che hanno un datore di lavoro, anche se non in senso tradizionale?

Certamente. Anzi si potrebbe dire che i rider hanno un doppio datore, la piattaforma e i singoli esercizi. È ovvio che non è sempre facile individuare il rapporto di subordinazione. Per questo nella bozza del decreto “dignità” Di Maio aveva sottolineato la necessità di individuare prima di tutto quale è il datore di lavoro di un rider, per impostare poi il discorso sulle tutele contrattuali. 

Qual è il rapporto di queste piattaforme con il sindacato?

Prossoché inesistente, visto che non riconoscono nessuna forma di rappresentanza. 

La carta dei diritti di Bologna e la proposta di legge della Regione Lazio possono creare l’effetto macchia di leopardo sulle tutele per i rider?

Non c’è dubbio che si possano creare scompensi, distorsioni e dumping al ribasso tra città e città o tra una regione e l’altra. Per questo noi abbiamo sempre spinto per riportare tutto il tema all’interno di una cornice nazionale, come un contratto di riferimento della categoria. Questo non impedisce che poi ci possano essere delle ulteriori normative sul piano locale.

Come valuta le iniziative di Di Maio sui rider?

Di Maio sta sicuramente puntando sull’effetto mediatico. La logica che sta seguendo è quella di un confronto diretto, senza corpi intermedi, che incarna lo spirito dei 5 Stelle “dell’uno vale uno”. Bisogna comunque prendere atto dell’attenzione che il Governo sta dando al fenomeno, per cercare di dare ai rider un insieme di tutele. 

Avete apprezzato la linea dura del ministro Di Maio nei confronti delle piattaforme?

La linea che il ministro ha intrapreso si basa, come detto, sul rapporto diretto con i lavoratori e le piattaforme. Una modalità che non ha nulla a che fare con la prassi della contrattazione. Presumo che l’intento sia quello di arrivare a un compromesso con le piattaforme, offrendo, al contempo, delle tutele ai lavoratori, come assicurazioni e di salario minimo.

Questa strada vi soddisfa?

Non ci soddisfa perché il contratto collettivo offre tutta una serie di garanzie e diritti dai quali i rider vengono tagliati fuori, come ferie e malattia. Certamente è sempre meglio avere un minimo di copertura che non averne affatto, però siamo molto lontani dal contratto di categoria. 

Un ipotetico modello contrattuale per i rider, con coperture al minimo e povero nei diritti, potrebbe essere un cavallo di Troia in altri settori. 

Sicuramente ci potrebbe essere un effetto emulativo al ribasso, che andrebbe a scardinare il contratto collettivo di altri settori, e questo è un grande rischio per il sistema delle relazioni industriali e il sistema della rappresentanza.

Una situazione che potrebbe innescare una corsa a fare contratti per ogni nuova forma di lavoro emergente, nonostante la selva contrattuale presente nel campo delle relazioni industriali.

È una prospettiva che potrebbe concretizzarsi. Ecco perchè abbiamo cercato di realizzare contratti sempre più inclusivi, basati sul concetto di filiera, per poter tenere insieme lavoratori di diversi processi produttivi.

Secondo lei perché c’è tutta questa attenzione per un numero esiguo di lavoratori?

Il rider è facilmente identificabile dalle persone, grazie anche alla divisa che portano. Inoltre il grande potere di diffusione che hanno i social li ha resi il simbolo del lavoro precario. C’è stata, inoltre, una capacità da parte loro di far presa sull’opinione pubblica, e non dobbiamo dimenticarci che anche per questo il primo atto ufficiale di Di Maio è stato rivolto proprio a loro. 

I rider sono destinati a crescere?

Credo di no. Pur trattandosi di una tipologia di lavoro giovane, l’innovazione tecnologia sta portando grandi cambiamenti nel mondo delle consegne, con un massiccio ricorso alla robotica, che potrebbe rendere obsoleta le figura del rider. 

Un fenomeno che chiede al sindacato di cambiare?

Sicuramente ci chiede di essere più appetibili, di cambiare il modo di comunicare e di mettere in campo nuove competenze e una sensibilità diversa rispetto alle nuove forme di lavoro.

Tommaso Nutarelli
@tomnutarelli

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Tags: Gig EconomyRiderFilt Cgil
Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

Giornalista de Il diario del lavoro.

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