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Home - Primo Piano - Ex Ilva: i mille problemi del dopo rottura con ArcelorMittal

Ex Ilva: i mille problemi del dopo rottura con ArcelorMittal

di Fernando Liuzzi
9 Gennaio 2024
in La nota
Ex Ilva, una NeverEnding Story

CRISI ARCELOR MITTAL - EX ILVA. SIT-IN DEI LAVORATORI ISCRITTI AL SINDACATO UNITARIO DI BASE USB DAVANTI ALLA DIREZIONEPROTESTA MANIFESTAZIONE

Dunque è successo. Dopo mesi di incertezze e di rinvii, il Governo italiano “ha preso atto della indisponibilità di ArcelorMittal ad assumere impegni finanziari e di investimento, anche come socio di minoranza” di Acciaierie d’Italia, e quindi “ha incaricato Invitalia di assumere le decisioni conseguenti, attraverso il proprio team legale”.

Si potrebbe perfino dire che il Governo italiano è riuscito a farsi dire in modo esplicito dal vertice di ArcelorMittal, rappresentato ieri a Roma dall’Amministratore delegato del Gruppo, Aditya Mittal, ciò che fin qui molti avevano pensato, ma che il colosso siderurgico indiano-lussemburghese si era ben guardato dal formalizzare. Ovvero che la proprietà di ArcelorMittal non aveva più intenzione di assumersi impegni in Acciaierie d’Italia, il gruppo siderurgico pubblico-privato nato formalmente nell’aprile del 2021 per gestire gli assetti produttivi appartenenti a Ilva in Amministrazione straordinaria.

Al termine dell’incontro svoltosi ieri a Palazzo Chigi, il Governo ha infatti emesso una nota in cui ha dichiarato che la sua delegazione aveva “proposto” ai vertici di ArcelorMittal una “sottoscrizione dell’aumento di capitale sociale” di Acciaierie d’Italia, “così da concorrere ad aumentare al 66% la partecipazione del socio pubblico Invitalia”. E ciò, “unitamente a quanto necessario per garantire la continuità produttiva” del gruppo stesso.

In altre parole, il Governo ha proposto ad ArcelorMittal di diventare socio di minoranza di Acciaierie d’Italia, partecipando comunque intanto a un aumento del capitale sociale il cui maggior peso andava a ricadere sul socio pubblico Invitalia. Socio pubblico la cui partecipazione al capitale sociale di Acciaierie d’Italia doveva così salire dal 38% al 66%. Oltre a ciò, il Governo chiedeva al socio privato di assumersi parte degli oneri finanziari necessari, come si è appena ricordato, a “garantire la continuità produttiva” di AdI. Ma non c’è stato nulla da fare. Ormai, siamo a una rottura esplicita. Tanto che vengono convocati gli avvocati.

L’unico aspetto positivo di quanto è accaduto lunedì 8 gennaio a Palazzo Chigi è dunque questo: anche il Governo Meloni ha dovuto “prendere atto” di una realtà che altri protagonisti della vicenda Ilva o ex-Ilva che dir si voglia, come i sindacati dei metalmeccanici Fim, Fiom e Uilm, avevano intuito e venivano denunciando da tempo. In altre parole, era sempre più chiaro che ArcelorMittal aveva perso, nei confronti di Acciaierie d’Italia, ciò che è essenziale in ogni imprenditore: la volontà di produrre un bene o un servizio per ricavare un profitto da tale attività produttiva.

Al posto di tale volontà, mai formalmente negata, ArcelorMittal, nella conduzione pratica di Acciaierie d’Italia, ha esibito da tempo comportamenti che potremmo definire come “risparmiosi”, ovvero propensi a un ricorso minimo a risorse finanziarie fresche. Conseguentemente, ha manifestato comportamenti caratterizzati da un ampio ricorso alla Cassa integrazione, nonché da scarso impegno nelle attività di manutenzione, ritardi nel pagamento dei fornitori, assenza di piani strategici, a partire da quelli relativi al concreto avvio di un’opera di decarbonizzazione. Si è così creata una situazione di impasse in cui ogni tentativo di sbloccare la situazione dava luogo solo alla calendarizzazione di riunioni e incontri che, a loro volta, mettevano capo a nuovi appuntamenti inconcludenti.

Adesso tutto questo è finito. La rottura c’è stata. Si tratta di dar vita a un nuovo futuro. E qui, però, si apre una selva di nuovi problemi.

Prima di cominciare a individuarli, sarà però utile ricordare che, davanti a noi, già vicine o vicinissime, ci sono due date di cui occorre tener conto. La prima è quella di giovedì 11 gennaio, la giornata in cui i sindacati saranno ricevuti dal Governo che, ci si immagina, dovrà dire loro qualcosa di più di ciò che ha scritto nello scarno comunicato di lunedì 8. La seconda è quella del maggio 2024, ovvero del mese in cui scadrà il contratto di affitto degli impianti produttivi che lega Acciaierie d’Italia alla società Ilva in Amministrazione straordinaria.

Torniamo dunque al discorso sul futuro. L’unica cosa che ci sentiamo di affermare è che, da un punto di vista strategico, il Governo italiano non ha nessuna intenzione di dar vita a una nuova Italsider, ovvero a un soggetto pubblico dedito alla produzione di acciaio.

È però inevitabile che, mentre viene cercata una nuova soluzione, ovvero un nuovo soggetto privato che abbia dimensioni e progetti imprenditoriali tali da consentirgli di assumersi il compito di gestire con profitto il più grande gruppo siderurgico italiano, i poteri pubblici dovranno provvedere, intanto, a mandare avanti la realtà della cosiddetta ex Ilva. Senza, peraltro, farla ulteriormente deperire.

In parallelo, i medesimi poteri pubblici dovranno assumersi il compito di risolvere il contenzioso legale che, come annunciato, si è virtualmente già aperto con ArcelorMittal. Sarà un contenzioso lungo? Sarà un contenzioso finanziariamente gravoso? Qui è impossibile fare previsioni. E ciò, innanzitutto, perché, a tutt’oggi, non sono noti i patti che sono stati stipulati fra il Governo italiano e ArcelorMittal non solo tra la fine del 2020 e gli inizi del 2021, quando fu prima avviato e poi concluso il processo che ha portato alla costruzione del rapporto fra Invitalia e la medesima ArcelorMittal (quel processo che ha portato alla trasformazione di AM InvestCo Italy in Acciaierie d’Italia Holding e di ArcelorMittal Italia in Acciaierie d’Italia), quanto in successive intese.

C’è, poi, il punto più importante. Ovvero la ricerca del nuovo soggetto privato cui cedere, in tutto o in parte, la proprietà degli impianti produttivi della ex Ilva. Qui si pone l’interrogativo: soggetto italiano o straniero? Difficile rispondere. Certo è che la contrastata storia dell’avventura italiana di ArcelorMittal non deve aver proiettato all’estero un’immagine positiva del nostro Paese come luogo verso cui dirigere investimenti importanti.

E qui sarà utile aggiungere una considerazione. Il settore dell’acciaio, da un lato, è uno dei settori più integrati da un punto di vista globale, mentre, dall’altro, è un settore ancora percorso da forti spinte competitive che ne possono mettere in discussione gli equilibri. In altre parole, come è già successo pima anche nel settore dell’alluminio, e poi in quello dell’auto, i grandi soggetti attivi sulla scena siderurgica mondiale sono sempre di meno, ma hanno dimensioni sempre maggiori. Basti pensare che quando ArcelorMittal, nel 2016, si affacciò nel nostro Paese per partecipare alla gara internazionale indetta dal Governo italiano per l’acquisizione della ex Ilva, era considerato il primo produttore di acciaio a livello globale. Oggi, pare che sia solo il terzo. E ciò perché sarebbe stato sopravanzato non solo dalla cinese Baowu Steel, ma anche dal gruppo nato dalla recentissima fusione tra la giapponese Nippon Steel e l’americana US Steel. Un soggetto globale che fosse dunque posto di fronte alla scelta se investire o meno in Italia, valuterebbe, probabilmente, tale alternativa non solo guardando alle opportunità che un’eventuale scelta positiva potrebbe aprire grazie alle sue qualità intrinseche, ma, semmai, guardando alla collocazione del sistema siderurgico italiano su una scala, quanto meno, europea.

Ciò detto, torniamo a ciò che dovrebbe/potrebbe fare il Governo italiano. Esclusa reiteratamente l’ipotesi drammatica della messa in liquidazione della società, la mossa più probabile, come ripetuto stasera anche dal Sottosegretario Bitonci (MImit), è quella del ricorso alla messa di Acciaierie d’Italia in Amministrazione straordinaria. Anche se, almeno a chi scrive, non è chiaro come possa essere realizzata l’amministrazione straordinaria di una società che ha preso in affitto i suoi impianti produttivi da un’altra azienda, l’Ilva, anch’essa collocata da tempo in amministrazione straordinaria.

Conclusione provvisoria: grande è la confusione sotto il cielo, ma la situazione non è eccellente.

@Fernando_Liuzzi

POST SCRIPTUM

Incredibile ma vero. Questo articolo era in corso di pubblicazione sulla home page del Diario del lavoro, quando alcuni telegiornali della sera di martedì e alcuni siti on line hanno diffuso le “precisazioni” emesse da “fonti legali vicine ad ArcelorMittal”. Ad esempio, secondo il sito de La Stampa (9 gennaio, ore 19:23) ArcelorMittal sarebbe “favorevole al versamento da parte di Invitalia di ulteriori 320 milioni di euro di capitale fresco per supportare le operazioni di AdI, con la propria conseguente diluizione al 34%”.

Secondo le stesse fonti, la stessa ArcelorMittal sarebbe anche “favorevole all’acquisizione degli impianti da Ilva in Amministrazione straordinaria che era originariamente prevista per maggio 2022 e in seguito posticipata a maggio 2024”.

Inoltre, sempre secondo le stesse fonti, “ArcelorMittal conferma la volontà di collaborare con il Governo italiano a livello tecnico e tecnologico per la decarbonizzazione e la transizione ambientale dell’azienda”.

Da questo insieme di affermazioni, alcune testate hanno tratto l’impressione che ArcelorMittal sia intenzionata a riaprire il rapporto col Governo italiano dopo la rottura intervenuta nel pomeriggio di lunedì 8 gennaio.

Ad avviso di chi scrive, però, ciò non appare al momento credibile. Infatti, va detto, innanzitutto, che le parole fatte circolare nella serata del 9 gennaio non provengono, in via ufficiale, da una nota emessa da una fonte aziendale, ma, appunto, da “fonti legali vicine ad ArcelorMittal”. La prima sensazione, insomma, è che si tratti di affermazioni fatte circolare mirando più a precostituire posizioni di vantaggio in vista di un confronto legale, che non a riaprire un rapporto positivo col Governo italiano. Rapporto venuto meno dopo un incontro col vertice mondiale di ArcelorMittal, ovvero con l’Amministratore delegato Aditya Mittal.

Tuttavia, non ci sentiamo di affermare con certezza che l’accettazione della proposta secondo cui ArcelorMittal dovrebbe scendere da una posizione di maggioranza pari al 62% del capitale di Acciaierie d’Italia a una di minoranza pari al 34%, ancorché affidata, almeno per adesso, solo a fonti ufficiose, possa essere considerata come meramente strumentale. Infatti, le fonti di cui sopra, fanno osservare che nonostante che Invitalia detenesse il 38% del capitale di AdI, ArcelorMittal aveva “accettato di condividerne il controllo e la governance al 50%”, mentre la nuova proposta di Invitalia, quella, cioè, in base a cui ArcelorMittal scenderebbe al 34%, “prevede anche la cessazione del controllo condiviso al 50% tra i due soci”. “ArcelorMittal”, dicono ancora le fonti citate, “si sarebbe aspettata invece di poter continuare a esercitare il ruolo di partner industriale di Invitalia, con il medesimo status di controllo al 50% anche a pesi azionari invertiti”. Considerazioni simili si possono fare per il favore espresso rispetto al progetto di acquisizione degli impianti di Ilva in Amministrazione straordinaria fin qui detenuti in affitto.

Ancora una volta, ci vediamo quindi costretti a rinviare la speranza di poter formulare giudizi più netti alla prossima puntata. Ovvero, in occasione dell’incontro Governo-sindacati messo in calendario per il pomeriggio di giovedì 11 gennaio.

(F.L.)

Fernando Liuzzi

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