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Home - Blog - La nuova sfida del liberismo: lavorare di più per competere meglio

La nuova sfida del liberismo: lavorare di più per competere meglio

di Roberto Seghetti
26 Febbraio 2026
in Blog
Istat, nel III trim tasso disoccupazione stabile all’11,2%, aumentano precari

Argentina, Silicon Valley, India, ma anche Europa, in particolare Germania, senza contare i fatti di casa nostra con i rider e i raccoglitori sottopagati e senza limiti di impiego: il limite delle otto ore di lavoro al giorno sembra che stia diventando un po’ troppo stretto per molti imprenditori. E così, mentre il mondo intero continua a pensare che si dovrebbe pensare a una riduzione dell’orario di lavoro per compensare gli effetti sull’occupazione dei robot e dell’intelligenza artificiale, troppi indizi indicano che la realtà potrebbe scivolare invece in senso opposto, con minori diritti e più flessibilità di impiego per coloro che il lavoro lo avranno.

Come detto, di esempi già realizzati o di tentativi di cambiamento ce ne sono diversi e basta metterli in fila per disegnare un quadro inquietante. L’ultimo, in ordine di tempo, è arrivato dall’ultraliberista presidente argentino, Javier Milei. Nelle settimane passate è stata approvata in Argentina una legge che ha introdotto una banca ore che funzionerà così: in nome della flessibilità produttiva, le giornate lavorative potranno arrivare fino a dodici ore, con lo straordinario compensato da riposi successivi o riduzioni di orario. Il datore di lavoro potrà inoltre frazionare le ferie in periodi minimi di sette giorni e modulare i periodi di riposo secondo le esigenze aziendali. E non basta. La riforma ha esteso i periodi di prova in diversi settori e ha introdotto un regime specifico per i lavoratori delle piattaforme digitali, che vengono considerati autonomi: niente ferie pagate, niente tredicesima, meno tutele.

Analogamente, in India, il miliardario del software NR Narayana Murthy ha affermato di recente che i giovani dovrebbero essere pronti a lavorare 70 ore a settimana per contribuire allo sviluppo del paese, anche se, secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, prima della pandemia risultava che sgobbassero molto di più dei loro coetanei in Usa, Germania, Brasile.

Non sono eccezioni, fatti e desideri di personaggi singolari. Nelle aziende della Silicon Valley, come ha ricordato in un recente articolo su Il Sole 24 Ore Paolo Benanti, teologo e superesperto di tecnologia, già consigliere di Papa Francesco sul tema dell’intelligenza artificiale, si è passati dalla cultura della coccola, riservata ai dipendenti delle più importanti case di software e hardware, all’idea che occorra introdurre il sistema 996 praticato dai concorrenti cinesi: si lavora dalle nove del mattino alle nove di sera per sei giorni su sette. Per reggere la concorrenza, dicono i responsabili del personale e i manager con cui Benanti ha parlato.

Anche in Europa se ne è cominciato a parlare concretamente. Secondo la Cdu, l’Unione cristiano democratica della Germania, il partito del cancelliere tedesco, Friedrich Merz, bisognerebbe superare la rigidità del tetto quotidiano delle otto ore (previsto dalla legge), sostituendolo con un limite settimanale, a condizione di rispettare le undici ore di riposo tra un turno ed un altro e di avere un giorno di riposo a settimana.

Il governo tedesco ha già fatto un primo passo in questa direzione con la Nuova strategia del turismo, che punta a introdurre per quel settore il limite di ore settimanale al posto di quello giornaliero. La ministra dell’Economia, Katherina Reiche (Cdu), ha giustificato la misura citando la necessità di offrire maggiore flessibilità alle imprese. Il responsabile governativo per il turismo, Christoph Pleiss (Cdu) ha lasciato intendere, come ha raccontato su La Repubblica, la brava collega Tonia Mastrobuoni, che la riforma potrebbe estendersi ad altri settori: “La flessibilità della legge sull’occupazione e l’introduzione della settimana lavorativa al posto della giornata lavorativa saranno approvate entro la fine dell’anno”.

L’idea a cui si punta a Berlino è di arrivare fino a 12 ore al giorno per alcuni settori specifici, come turismo, gastronomia e cura. Senza contare, poi, l’attacco diretto al part time. Il governo guidato da Friedrich Merz ha anche puntato il dito contro quelle che considera “storture” che mettono a rischio la competitività tedesca: le troppe assenze per malattia, i troppi mini-job e un ricorso crescente al part-time, a cui invece nella Cdu si pensa di mettere un limite.

Il segnale di una possibile inversione di marcia è arrivato anche da BusinessEurope, a nome degli industriali europei. Negli ultimi mesi ha avviato un’intensa opera di promozione verso una maggiore flessibilità dell’orario di lavoro e verso la revisione delle normative attuali per aumentare la competitività delle imprese. “La flessibilità dell’orario di lavoro è un fattore importante che contribuisce alla capacità delle aziende di attrarre e trattenere i talenti” ha scritto in un recente documento. Gli imprenditori “possono adattare meglio la propria forza lavoro alle fluttuazioni del carico di lavoro. Assetti dell’orario di lavoro appropriati hanno il potenziale di rendere le imprese più sostenibili, ad esempio riducendo l’assenteismo, diminuendo il turnover dei dipendenti, migliorando il morale e gli atteggiamenti dei lavoratori, nonché l’efficienza operativa. Ciò, a sua volta, migliora la produttività, la qualità e le performance aziendali”.

“Tuttavia” ha avvertito BusinessEurope “per gestire l’impatto delle sfide demografiche che ci attendono, dobbiamo aumentare simultaneamente occupazione e produttività, per garantire in futuro le condizioni di società prospere. Per questo motivo, come regola generale, i datori di lavoro non vogliono che i loro dipendenti lavorino meno ore, soprattutto nell’attuale contesto di forte carenza di manodopera e competenze, che sta diventando un fenomeno strutturale del mercato del lavoro in Europa. Inoltre, una riduzione dell’orario di lavoro comporterebbe uno svantaggio competitivo rispetto ai Paesi extra UE. Di conseguenza, alcune multinazionali potrebbero trasferire le proprie attività fuori dall’UE e/o essere riluttanti a investire nei Paesi dell’UE a causa degli elevati costi del lavoro”.

Un intenso lavorìo, insomma. Senza contare quel che pure in Italia abbiamo sotto gli occhi continuamente. Basti pensare ai rider che ci portano il cibo e che sono collegati a grandi catene internazionali, proprio in queste settimane sotto i riflettori della magistratura, o ai braccianti immigrati che ogni anno si scopre che raccolgono pomodori e altri prodotti in condizioni di terribile sfruttamento.

In conclusione, mentre sindacati e forze politiche progressiste, in Italia e in altri paesi industriali, continuano a ragionare attorno a tempi di lavoro ridotti e a rapporti di lavoro capaci di garantire meglio la dignità della persona, oltre che qualità della vita, uscendo da una tendenza anche troppo accentuata alla crescita del lavoro povero, è altamente possibile che stia invece partendo l’ennesima sfida del liberismo più spinto per ricondurre tutta la società alle sole sfide dell’economia (Pubblicità: ne parlo a lungo in Capitalismo Feudale, il mio ultimo libro, appena pubblicato da Laterza).

Gli indizi che questo pericolo esista sono troppi e sarebbe un errore sottovalutarli: troppe volte in passato questi piccoli smottamenti sono stati catalogati come avvenimenti marginali per poi diventare invece senso comune e arretramento generalizzato.

Roberto Seghetti

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Giornalista

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