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Home - Approfondimenti - La nota - Colpa dell’IA? No, ristrutturazione strategica: le contraddizioni di InvestCloud al primo tavolo sui 37 licenziamenti a Marghera

Colpa dell’IA? No, ristrutturazione strategica: le contraddizioni di InvestCloud al primo tavolo sui 37 licenziamenti a Marghera

di Elettra Raffaela Melucci
20 Marzo 2026
in La nota
InvestCloud chiude la sede di Marghera: 37 dipendenti licenziati nella riorganizzazione legata all’IA

INVESTCLOUD AZIENDA INVESTIMENTO INVESTIMENTI FINANZIARI FINANZA DISPLAY TIME SQUARE NASDAQ

Per la prima volta in Italia, un’azienda mette nero su bianco che i lavoratori possono essere sostituiti dall’intelligenza artificiale. È da qui che prende avvio il caso InvestCloud di Marghera, una vicenda che nel giro di pochi giorni si trasforma in un percorso contraddittorio, tra versioni che cambiano e un confronto sempre più in salita.

La vicenda esplode quando viene resa nota la procedura di licenziamento collettivo che coinvolge 37 lavoratori del sito veneziano. Nella comunicazione ufficiale arrivata tramite PEC lo scorso 9 marzo, la multinazionale statunitense del fintech afferma senza mezzi termini che i lavoratori verranno sostituiti da software basati sull’intelligenza artificiale. Nessuna menzione a problemi di competitività dei prodotti o dei mercati globali, né tanto meno a questioni di liquidità o di costi. Un caso senza precedenti in Italia, come spiegato a Il diario del lavoro dal segretario generale della Fiom-Cgil di Venezia, Michele Valentini: una procedura di licenziamento collettivo che coinvolge professionisti con competenze molto elevate, e per questo molto ambiti, impiegati in un settore considerato inattaccabile dall’intelligenza artificiale.

Posto che l’accelerazione delle tecnologie è sotto gli occhi di tutti, effetti del genere erano attesi sul lungo periodo, per cui nessuno era preparato a questo scenario, tanto meno il sindacato. “Da tempo circola il timore – ormai un refrain – che l’intelligenza artificiale possa avere un impatto anche sulle attività cognitive. Ma quando poi queste situazioni si verificano davvero ci troviamo impreparati ad affrontarle”.

Il colpo di scena, però, arriva con il primo tavolo di confronto che si è tenuto giovedì 19 marzo, nel corso del quale InvestCloud ha negato esplicitamente qualsiasi legame tra i licenziamenti e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, riconducendo piuttosto la scelta a una più ampia “riorganizzazione strategica” del gruppo a livello globale che ha già coinvolto le sedi di Los Angeles, Zurigo e Ginevra, con una concentrazione delle attività su hub finanziari a Londra, New York e Singapore. Parallelamente, le attività tecnologiche verrebbero concentrate in India, a Bangalore, e nel New Jersey, nella città di Warren.

Una versione in netto contrasto con la prima comunicazione del 9 marzo, che secondo Valentini mette in discussione l’intero impianto del confronto. Le domande poste dai rappresentanti dei lavoratori avrebbero fatto emergere diverse contraddizioni nella posizione aziendale, al punto da mettere in difficoltà il rappresentante legale italiano presente all’incontro, chiamato a tradurre gli interventi di una dirigente statunitense del gruppo anch’essa al tavolo. La giustificazione addotta, infatti, è di presunti risultati negativi in termini di utili. Ma la realtà, spiega Valentini, è che dal 2019 a oggi i dati sono sempre stati positivi: solo nell’ultimo anno è stato registrato un utile netto di oltre mezzo milione di euro, con un incremento del 63% dei ricavi ottenuto con quasi la metà del personale rispetto a quello presente al momento dell’arrivo in Italia nel 2021. “Non si può arrivare a un tavolo sostenendo che le condizioni siano diverse da quelle illustrate nella comunicazione ufficiale. In gioco c’è il destino di 37 famiglie che chiedono risposte”.

In sostanza, per il sindacalista della Fiom le cose non stanno né in un modo né nell’altro: l’azienda procederà sì con una ristrutturazione, ma la stessa mole di lavoro verrà svolta con meno persone anche attraverso l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, come appunto riportato nella lettera. Il fatto è che l’azienda, resasi conto del clamore mediatico sollevato dalla vicenda, non vuole dare l’impressione che si licenzi perché il lavoro viene trasferito in un server.

Di fronte alla prospettiva di impugnare la lettera di avvio della procedura, poi, il rappresentante legale dell’azienda ha reagito con indifferenza. Eppure, nota Valentini, secondo la giurisprudenza le comunicazioni relative ai licenziamenti collettivi devono essere dettagliate e verificabili, proprio per evitare che la procedura venga contestata. Tuttavia, un’eventuale impugnazione rischierebbe di avere effetti limitati: l’azienda potrebbe ritirare la comunicazione e riavviare la procedura con una nuova lettera più articolata.

Il problema sta a monte. Secondo alcune sentenze della Cassazione e norme di diritto europeo, non è così semplice chiudere un’azienda senza conseguenze, anche se poi spesso accade. “Se siamo ancora una Repubblica fondata sul lavoro, a quale lavoro ci riferiamo? Quello delle macchine?”, domanda fuor di retorica Valentini. “È un paradosso che rende bene la direzione che stiamo prendendo”.

La richiesta unitaria dei sindacati è il ritiro della procedura di licenziamento e l’apertura di un confronto su soluzioni alternative. Paradossalmente, spiega ancora Valentini, non c’è nemmeno motivo di ricorrere alla cassa integrazione, perché il lavoro c’è e l’andamento è positivo.

C’è poi un altro aspetto portato all’attenzione delle parti e che i sindacati ribadiranno anche al tavolo di crisi della Regione Veneto. InvestCloud è presente in Italia da quando nel 2021 ha acquisito Finantix, un’eccellenza del territorio nel campo dello sviluppo di software per il settore finanziario, che contava quasi 70 dipendenti. Secondo il sindacato, questa realtà è stata progressivamente “cannibalizzata” da InvestCloud: il personale è stato ridotto per ottimizzare i costi mentre aumentavano i risultati economici, fino ad arrivare a un utile molto più elevato rispetto agli anni precedenti, ottenuto con circa la metà degli addetti, fino a dismettere le attività.

Nel corso del tavolo non sono mancati momenti di tensione anche con Confindustria. In una recente intervista, il vice presidente per l’organizzazione e i rapporti con territori e categorie, Vincenzo Marinese, ha criticato con vigore operazioni come quelle intraprese da InvestCloud. Tuttavia, al tavolo, la rappresentanza di Confindustria Veneto Est non ha preso posizione, limitandosi ad accompagnare il processo senza difendere il mantenimento di una presenza industriale sul territorio. “Ancora una volta, si ha l’impressione che si difendano le imprese a prescindere, anche quando non si comportano correttamente: privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite”, commenta Valentini.

Il sindacalista della Fiom ribadisce che l’azienda sta registrando risultati economici molto positivi. E allora, “se il criterio diventa quello di inseguire sempre margini più alti, si potrebbe arrivare a chiudere ovunque per spostarsi dove si guadagna anche solo un euro in più. In questo caso, poi, non esistono nemmeno vincoli materiali: non ci sono impianti da spostare né problemi logistici, perché tutto avviene attraverso infrastrutture digitali. Basta spegnere un interruttore”. La domanda posta a Confindustria è chiara: “È questo il modello che si vuole per il Paese? Multinazionali che arrivano, sfruttano competenze e poi chiudono trasferendo tutto altrove?”.

I 75 giorni di interlocuzione previsti dalla procedura scorrono e la scadenza del 24 maggio si avvicina. Entro quella data dovrà essere trovato un accordo. Al prossimo incontro, fissato per il 30 marzo, verrà ribadita la disponibilità a un’uscita dell’azienda, ma a condizione che venga ceduta a soggetti interessati a mantenere attività e occupazione sul territorio, anche attraverso il coinvolgimento di un advisor per verificare l’interesse di eventuali investitori.

Nel frattempo i lavoratori resteranno in forza, continuando a lavorare senza ricorrere alla cassa integrazione. Va inoltre ricordato che, anche in assenza di un accordo, non è detto che tutti i licenziamenti avvengano immediatamente: la procedura consente ulteriori 120 giorni per completare le cessazioni, che potrebbero quindi avvenire in momenti diversi, anche per consentire la chiusura delle attività in corso.

Resta infine un nodo di fondo: in un sistema economico come quello attuale, intervenire normativamente in modo incisivo a tutela del lavoro è complesso. L’introduzione di vincoli troppo stringenti al disinvestimento potrebbe scoraggiare nuovi investimenti. Si tratta quindi di un problema che riguarda non solo il singolo caso, ma l’intero sistema Paese, e la sua capacità di governare questi processi in modo autonomo.

Elettra Raffaela Melucci

Elettra Raffaela Melucci

Elettra Raffaela Melucci

Giornalista de Il diario del lavoro

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