La multinazionale fintech statunitense InvestCloud ha avviato una procedura di licenziamento collettivo per i 37 dipendenti della sede di Marghera nell’ambito di una riorganizzazione globale del gruppo. L’azienda, che sviluppa piattaforme software per il settore della gestione patrimoniale e dei servizi finanziari, ha motivato la decisione con l’evoluzione tecnologica del settore e con la crescente integrazione dell’intelligenza artificiale nei propri modelli operativi. La scelta comporterà la chiusura della sede italiana e l’avvio del confronto sindacale previsto dalla procedura. Ne parla in questa intervista il segretario generale della Fiom-Cgil di Venezia, Michele Valentini.
Cosa è successo esattamente nella sede Investcloud di Marghera? Qual è la genesi di questa azienda in Italia?
Investcloud conta 37 dipendenti, quindi non è un’azienda di grandi dimensioni. Si tratta di una società controllata da una holding lussemburghese che fa riferimento a un fondo statunitense, precisamente californiano. L’azienda sviluppa software e piattaforme per il mondo finanziario – banche e istituti di credito – con l’obiettivo di semplificare alcune attività. Nel 2021 Investcloud ha acquisito l’azienda informatica Finantix: un’operazione che inizialmente sembrava promettente, viste le professionalità presenti, con lavoratori laureati e competenze di alto livello. Tra i 37 licenziati di Marghera c’è anche l’unico dirigente dell’azienda.
Che motivazione ha portato l’azienda per questi licenziamenti?
La comunicazione, che ci è stata inviata via Pec lo scorso 9 marzo, non lascia spazio a fraintendimenti: non viene citato in alcun modo un problema di competitività dei prodotti o dei mercati globali, né questioni di liquidità o di costi. Si afferma invece chiaramente che i lavoratori verranno sostituiti da software basati sull’intelligenza artificiale. In sostanza il messaggio è che queste professionalità sono diventate obsolete e verranno sostituite da sistemi automatizzati.
Che tipo di profili professionali lavoravano nella sede veneziana?
Si tratta di figure come Financial analyst, Senior treasury analyst, Accounting manager, Financial accountant, Office manager, Senior business intelligence analyst, Enterprise solution engineer, Project manager, Delivery manager e Software architect. In sostanza: tutti i livelli alti del contratto metalmeccanico, quindi professionalità estremamente qualificate.
C’erano state avvisaglie, o questa decisione per i lavoratori è stata una sorpresa?
Nessuno si aspettava un colpo di scena di questo tipo. Si tratta, come ho detto, di professionisti con competenze molto elevate e retribuzioni coerenti con quei profili, che non lasciavano presagire un licenziamento dall’oggi al domani. Ma va anche detto che in Investcloud il sindacato non era presente, quindi non abbiamo potuto intercettare prima eventuali segnali, anche se qualche indicazione in questo senso forse c’era stata.
E per il sindacato?
Nel sindacato circola da tempo il timore – ormai un refrain – che l’intelligenza artificiale possa avere un impatto anche sulle attività cognitive. Ma quando poi queste situazioni si verificano davvero ci troviamo impreparati ad affrontarle. Gestirle con gli strumenti classici diventa complicato. Siamo di fronte a una situazione inedita: non è il prodotto a cambiare, come accade nelle crisi industriali in cui bisogna inventare nuovi impianti più efficienti e produttivi. Qui parliamo invece di lavoratori altamente qualificati, e diventa difficile trovare strumenti adeguati per tutelarli.
Ci sono già state interlocuzioni tra azienda, sindacati e istituzioni locali?
Come previsto dalla procedura, abbiamo chiesto immediatamente un incontro con i rappresentanti dell’azienda, che si terrà giovedì 19 marzo. O meglio, con chi l’azienda deciderà di mandare: quando si ha a che fare con questi fondi non arriva quasi mai un responsabile diretto, ma viene delegato qualche studio di professionisti – quelli che noi chiamiamo “tagliatori di teste” – incaricato di spiegare che non ci sono alternative e che bisogna chiudere, oppure che sono disponibili a fare qualche investimento, che però di solito risulta insufficiente. Come previsto dalla legge, ci saranno 45 giorni di confronto sindacale più ulteriori 30 giorni di confronto istituzionale, in questo caso al tavolo di crisi della Regione Veneto. Una soluzione dovrà essere trovata entro questo lasso di tempo.
E che tipo di soluzione immaginate?
Non lo sappiamo ancora, ma sicuramente l’inedita natura della vicenda merita la massima attenzione da parte di tutti i soggetti coinvolti: parti sociali, impresa, istituzioni e Governo. Bisogna evitare che in futuro queste situazioni possano esplodere in modo incontrollato. Nel caso di Investcloud si parla “solo” di 37 dipendenti – anche se dal nostro punto di vista anche un solo licenziamento è un dramma – ma quando l’intelligenza artificiale inizierà a impattare sulle grandi realtà industriali dell’ICT dovremo essere preparati.
Fino a pochi anni fa il settore ICT veniva considerato inattaccabile dall’intelligenza artificiale. Cosa dobbiamo aspettarci? Temete che questo caso possa diventare un precedente?
È esattamente così. L’intelligenza artificiale può essere d’aiuto sia nella vita personale sia in quella professionale, ma va usata in modo critico perché non è una tecnologia lineare. C’è stata un’accelerazione che facciamo fatica a comprendere fino in fondo e ci si aspettava che gli effetti si sarebbero visti nel lungo periodo. La situazione di Marghera è emblematica, perché nessuno aveva colto segnali di questo tipo. Ci sono stati casi isolati. A Roma, ad esempio, una lavoratrice è stata licenziata perché l’azienda voleva sostituire la sua mansione con un chatbot. La lavoratrice ha intentato una causa che ha perso, anche se il giudice le aveva dato ragione su alcuni aspetti. Questo dimostra che siamo di fronte a novità anche sul piano giuslavoristico.
Servono nuove regole per governare l’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro?
C’è sicuramente bisogno di strumenti nuovi e di una legislazione che tenga conto di questi aspetti e dia più tempo alle parti sociali per trovare soluzioni adeguate. Se le attività cognitive verranno affidate alle macchine, questi lavoratori cosa faranno? Chi li assumerà? Possono sentirsi davvero al sicuro?
Casi come questo cambiano anche il modo in cui il sindacato guarda al rapporto tra tecnologia e lavoro?
Fermare il progresso è come fermare l’acqua con le mani. Esistono regole che tutelano il lavoro manuale, che non smetterà di esistere, ma le nuove metodologie di lavoro impongono un ripensamento da parte del legislatore. È importante che le istituzioni abbiano piena consapevolezza dei processi in corso e della direzione che stiamo prendendo. Se banalizziamo il tema, rischiamo di essere impreparati a gestirlo e di essere travolti dall’esplosione del fenomeno. Bisogna approfittare di questo precedente, ma in Italia spesso i segnali di allarme non riescono ad accendere davvero le preoccupazioni, anche perché il Paese sconta un certo ritardo nello sviluppo e nell’integrazione delle nuove tecnologie.
L’azienda ha motivato la chiusura parlando di una riorganizzazione basata sull’intelligenza artificiale. Ma quanto pesa davvero l’AI in questa decisione?
L’assessore regionale allo sviluppo del Veneto ha affermato, in una nota stampa, che potrebbe esserci stato un equivoco e che il vero tema non sarebbe l’intelligenza artificiale ma un processo di delocalizzazione. Al netto del fatto che entrambe le cose potrebbero essere vere, dal confronto con i lavoratori emerge che alcune posizioni potrebbero effettivamente essere sostituite dall’intelligenza artificiale, mentre altre riguardano programmi e piattaforme che necessitano ancora di controllo e gestione umana. La mentalità statunitense non può essere trapiantata di sana pianta nel nostro contesto industriale: lì, se servi, ti pagano molto bene, ma nel momento in cui non sei più necessario ti mandano via senza tanti complimenti. Non esiste una “mano invisibile” che regola il mercato e che automaticamente crea nuovi posti di lavoro dove altri vengono eliminati. Il rischio è arrivare a una polarizzazione del lavoro: pochi professionisti altamente specializzati nelle tecnologie, una fascia intermedia sostituita dai sistemi automatizzati e, alla base della scala sociale, attività a basso valore aggiunto e con salari molto bassi.
Cosa chiedete concretamente all’azienda in questa fase? Ci sono margini per fermare o ridurre i licenziamenti?
Finché non parleremo direttamente con l’azienda è difficile fare anche solo una previsione. Cercheremo di salvare i posti di lavoro con l’approccio adottato nelle classiche crisi aziendali: lasciare l’azienda libera di andarsene, ma non prima di aver individuato un advisor nel settore ICT in grado di assorbire le competenze dei lavoratori. Siamo consapevoli che questo significherebbe rinviare il problema, ma visto l’approccio di questo tipo di fondi non siamo particolarmente fiduciosi.
Elettra Raffaela Melucci




























