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Home - Approfondimenti - L'Editoriale - Referendum, dopo il No si apre una nuova stagione per sindacati e relazioni industriali

Referendum, dopo il No si apre una nuova stagione per sindacati e relazioni industriali

di Massimo Mascini
30 Marzo 2026
in L'Editoriale
Referendum, “No” a valanga (e non lo hanno visto arrivare). Il ruolo della Cgil nella campagna: Landini, “tutti assieme possiamo imporre il cambiamento”

REFERENDUM GIUSTIZIA 2026

Il sindacato e le relazioni industriali probabilmente si gioveranno della netta vittoria del No al referendum sulla giustizia. La protervia che il governo di Giorgia Meloni ha mostrato su tutto ciò che si riferiva al campo del lavoro, di fronte al risultato inequivoco di domenica scorsa, non potrà non ridursi, e forse, chissà, magari annullarsi. E di conseguenza alle parti sociali, che da qualche mese stanno cercando di trovare un ampio accordo sui temi della contrattazione e della rappresentanza, sarà certamente più facile ottenere un avallo legislativo alle soluzioni che riusciranno a trovare. Una legge sulla rappresentanza che cacci via per sempre il fantasma dei contratti pirata, recependo i contenuti di una forte intesa tra le parti sociali, adesso è un obiettivo concreto, che si può ragionevolmente sperare di raggiungere.

E magari non ci si fermerà alle prime battute. Per esempio, il confronto con il governo sulla politica industriale, in pratica mai partito, presente solo nelle intenzioni e nei programmi delle parti sociali, forse può decollare. Non c’è tempo da perdere, interi settori produttivi primari, come la siderurgia, l’automotive, l’editoria, le Tlc, stanno vivendo una congiuntura molto difficile. Imprenditori e sindacati stanno cercando assieme, con difficoltà, di individuare il sentiero per uscire dalla crisi, ma finora dal governo hanno raccolto per lo più rinvii o indifferenza; adesso forse l’aria può cambiare, l’attenzione tornare.

Se la maggioranza di governo prenderà atto che dal 23 marzo è cambiato qualcosa, e che non si può non tenere nel debito conto le istanze e i desideri delle persone, forse cesserà, tanto per citarne uno, anche il reiterato tentativo dell’esecutivo di sostituire i contratti firmati dalle parti sociali “più rappresentative” con quelli “maggiormente applicati”. Ogni volta che ne ha avuto l’occasione, il governo ha attivato questa trappola, con l’evidente obiettivo di sminuire la rappresentanza sociale e dare spazio ai contratti pirata. E non è bastato che tutti i sindacati più forti e le grandi associazioni datoriali, dell’industria, del terziario, della cooperazione, dell’artigianato, si battessero contro queste pratiche: appena si ripresentava l’occasione, il governo ci riprovava. Forse adesso questi tentativi cesseranno.

Sicuramente il sindacato si troverà, dopo l’esito del referendum, più forte di prima. La Cgil, in particolare, è stata in prima linea in questa battaglia referendaria, di più: è stata l’asse attorno al quale hanno ruotato gli sforzi di imporre le ragioni del No. Lo sforzo organizzativo di raccogliere attorno all’obiettivo la maggioranza degli italiani è stato in gran parte del sindacato di Landini, già forte dell’esperienza dei referendum sul lavoro del 2025.

Si è detto di tutto sull’esito di quei referendum di un anno fa. Per lo più i commenti hanno messo l’accento sul fatto che non era stato raggiunto il quorum, deducendone che allora era stato uno sforzo inutile, uno spreco di risorse. In effetti non è affatto stato così. I voti ottenuti non sono stati sufficienti a validare i quesiti, ma hanno mostrato la possibilità di raccogliere un numero molto alto di persone attorno a un ideale, a un obiettivo considerato importante per l’equità e la giustizia sociale. Quei 14 milioni di cittadini che si sono recati a votare nel 2025 certo non sono gli stessi che hanno votato No domenica, ma guarda caso le cifre coincidono. Ed è allora da credere che l’impegno profuso nel 2025 non sia caduto con il mancato raggiungimento del quorum ma, al contrario, abbia germogliato, aiutando la vittoria del No di quest’anno. E del resto, è lodevole già solo l’impegno profuso dalla Cgil nel tentativo dichiarato di voler portare quanta più gente fosse possibile al voto, quale che questo fosse: perché un popolo che rifiuta le urne ha dei problemi di democrazia.

Resta il rammarico che in questo sforzo la Cgil non abbia trovato al suo fianco la Cisl e la Uil, che sul referendum giustizia non si sono schierate, preferendo lasciare libertà di voto ai loro iscritti. Una battaglia per la democrazia è sempre meritoria, ma i percorsi delle singole confederazioni non sempre coincidono, a volte divergono anche platealmente, e quella che stiamo vivendo non è una stagione caratterizzata dall’unità sindacale. Ma questo non significa che i sentimenti di base del movimento sindacale non siano univoci. Io penso che la cosa più importante, adesso, sia che Cgil, Cisl e Uil si battano tutti i giorni assieme per il rinnovo dei contratti e per la difesa dei diritti dei lavoratori. La cosa più importante, capitale, è che i tre sindacati trattino assieme a Confindustria, Confcommercio, e le altre grandi associazioni di impresa, per mettere a punto un nuovo importante accordo interconfederale. Se si seguono vie diverse per raggiungere lo stesso obiettivo, la diversità dei percorsi non è un problema, al più conferma la varietà di schemi e strategie. Contano i risultati, e tutto il sindacato si varrà di questa bella vittoria del No.

Massimo Mascini

Massimo Mascini

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Direttore responsabile de Il diario del lavoro

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