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Home - Approfondimenti - Interviste - Caporalato, dal suicidio di Alagi ai milioni del Pnrr sprecati dal governo: cosi va avanti la vita nei ghetti. Intervista con Mininni (Flai-Cgil)

Caporalato, dal suicidio di Alagi ai milioni del Pnrr sprecati dal governo: cosi va avanti la vita nei ghetti. Intervista con Mininni (Flai-Cgil)

di Tommaso Nutarelli
21 Aprile 2026
in Interviste
Caporalato, dal suicidio di Alagi ai milioni del Pnrr sprecati dal governo: cosi va avanti la vita nei ghetti. Intervista con Mininni (Flai-Cgil)

GIOVANNI MININNI SEGRETARIO FLAI CGIL NAZIONALE

Segretario Alagi si è tolto la vita nel ghetto di Borgo Mezzanone a soli 29 anni. Che cosa ci racconta la sua storia?

Il suicidio di Alagi è stato un po’ oscurato dalle notizie che sentiamo in questo periodo, le guerre, il caro energia. Mi sarei aspettato maggiore attenzione e soprattutto maggiore indignazione. Invece ci siamo abituati al fatto che certe vite non abbiano valore, che certe morti ormai rientrino in un conteggio quasi necessario. Penso ai braccianti sfruttati, a chi muore in mare, alle vittime di Gaza. Alagi aveva 29 anni ed era nel pieno della sua vita. Era venuto in Italia con la speranza di una prospettiva migliore. Viveva nel ghetto già da cinque anni. Quando è morto non aveva documenti, ma è molto probabile che fosse entrato legalmente grazie al decreto flussi, e poi è diventato un invisibile come molti altri che senza un lavoro regolare non possono rinnovare il permesso di soggiorno. Sono state la disperazione e questa condizione di invisibilità a uccidere Alagi, che prima di impiccarsi aveva visto la sua baracca distrutta nuovamente dal fango per l’ennesimo nubifragio. Ma il suo gesto estremo noi lo vogliamo leggere anche come un atto di denuncia verso una condizione disumana che non più essere tollerata, e non vogliamo che passi nel silenzio più totale.

La Flai che impegni sta assumendo?

La Flai da qualche anno ha un presidio dentro Borgo Mezzanone, provando a fare cose che lo stato non vuole fare, cose che normalmente non rientrano nella tradizionale attività sindacale ma che portiamo avanti per un forte impegno politico e civile. Un impegno che negli anni ci ha permesso di portare nei ghetti delegazioni di parlamentari europei, fino alla presidente della Commissione Occupazione e Affari Sociali del Parlamento europeo, Li Andersson, che è venuta nel ghetto di Borgo Mezzanone a fine marzo. In questa visita erano presenti diversi parlamentari, tra cui Chiara Gemma, di Fratelli d’Italia e anch’essa della Commissione Occupazione, che è stata l’unica che non è voluta entrare nel presidio della Flai.

Da queste visite avete ottenuto qualche riscontro concreto?

Sicuramente è cresciuta l’attenzione su questo fenomeno, così come è cambiata la sensibilità. Ma non vogliamo che queste giornate, che sono certamente importanti, restino solo delle passerelle. Alla presidente Andersson abbiamo denunciato il fatto che il governo Meloni non solo non abbia usato ma anche osteggiato l’impiego dei 200 milioni del Pnrr per il superamento dei ghetti. Abbiamo avuto rassicurazioni sul fatto che il Parlamento e la Commissione europea si muoveranno e quello che auspichiamo è una sanzione nei confronti del nostro esecutivo.

Qual è la responsabilità del governo?

La colpevolezza del governo Meloni è doppia: non solo non vuole affrontare il problema ma non lo ha fatto quando c’erano gli strumenti per risolverlo. Con il Pnrr non eravamo più nella fase di dovere reperire le risorse come in passato, ma avevamo 200 milioni da poter spendere. Soldi che avrebbero potuto realmente incidere, togliendo ai caporali anche il business della costruzione e dell’allocazione degli alloggi. Di questi 200 milioni, più della metà erano destinati alla provincia di Foggia e di questi 54 milioni a Borgo Mezzanone. Del totale solo il 10%, 20-21 milioni, sono stati impiegati. Quando potrà ricapitare un’occasione come questa? C’è stato, inoltre, un anno di proroga, che scadrà a fine giugno, e anche questo anno è stato fatto scadere. Tutto questo non è frutto di pura causalità, ma ce la volontà politica di tenere in piedi questi ghetti, perché il caporalato è funzionale al sistema produttivo agricolo italiano. Certamente non mancano le imprese virtuose che operano nel rispetto dei lavoratori e delle leggi e che contribuiscono a tenere alto il made in Italy agroalimentare. Ma dobbiamo ricordare che il caporalato danneggia anche chi agisce correttamente.

Perché crede che non si voglia intervenire?

Perché, come detto, vedo una chiara volontà politica. C’è poi un tema di controllo e di ordine pubblico. Le istituzioni sanno benissimo cosa avviene nei ghetti, conoscono perfettamente le attività criminali che lì dentro vengono compiute. La Digos ci entra ogni giorno. È la prospettiva politica, che nasce con la legge Bossi-Fini, che sta alla base che è sbagliata, perché vede e inquadra il fenomeno solo in un’ottica securitaria. La competenza non dovrebbe essere del ministero dell’Interno ma del Lavoro, perché qui non stiamo parlando di persone che disturbano la quiete pubblica ma di lavoratori sfruttati. Manca un’impostazione lavoristica e sociale. Anche il tavolo sul caporalato questo governo l’ha affossato, facendolo defluire nel tavolo del sommerso che ovviamente guarda tutto il mondo del lavoro. E non si può più dare la colpa agli esecutivi passati perché ormai sono più di tre anni e mezzo che il governo Meloni è in carica.

Cosa si potrebbe fare subito per contrastare il caporalato?

Già la 199 contiene tutti gli strumenti per intervenire contro il caporalato e non serve che il legislatore intervenga con ulteriori norme. Le risposte sono già tutte nelle leggi: paradossalmente, senza applicare la 199, basterebbe un semplice controllo da parte dei vigili urbani dei furgoni che circolano, che portano questi schiavi nei campi durante la raccolta dei pomodori, perché per far entrare più persone tolgono i sedili e mettono le panche. E questi veicoli non possono circolare banalmente perché violano il codice della strada. Già sarebbe un duro colpo per i caporali perché è come se fosse in corso uno sciopero. Così venne fatto qualche anno fa quando a distanza di tre giorni morirono 16 migranti in due incidenti stradali nel foggiano. Ovviamente non è il singolo vigile o carabiniere che non vuole adempiere al suo dovere ma manca la volontà politica di farlo o la lobby dei produttori di pomodoro, che viene chiamato oro rosso e che nei periodi di raccolta raggiunge prezzi elevatissimi, è così potente da fare pressioni affinché non si cambi nulla.

Sono passati dieci anni da quando è stata approvata la legge contro lo sfruttamento e il caporalato, la 199. Ci sono stati progressi nel paese?

Nonostante le tante ingiustizie che ogni giorno denunciamo e il fatto che il caporalato non è più ascrivibile alla sola agricoltura, ma è presente anche nella moda e nella logistica con i rider, non possiamo dire che non si sia fatto nulla rispetto al passato. I passi in avanti ci sono e il bilancio è positivo. Se ci pensiamo prima la parola caporale neanche veniva usata, non aveva quel significato che oggi le attribuiamo. Già il fatto che si sia passati da un reato unicamente di tipo amministrativo a una fattispecie che contempla anche il penale quando si parla di sfruttamento del lavoro è un salto culturale significativo. All’aguzzino di Paola Clemente, morta per il caldo e gli orari disumani il 13 luglio del 2015 e alla quale si deve anche un’accelerazione per arrivare alla 199, sono stati contestati solo reati amministrativi. Inoltre in questi anni si è accumulata molta giurisprudenza è questo consente oggi alle forze dell’ordine di muoversi d’ufficio quando nelle ispezioni riscontrano delle irregolarità, senza che ci sia una denuncia. Oggi, in modo compatto,  sindacati e parti datoriali chiedono che la 199 trovi una piena e completa applicazione. In passato, invece, alcune sigle datoriali la avevano osteggiata, ritenendola non necessaria. Inoltre è stato importante anche il riconoscimento della condizionalità sociale, introdotta grazie alla Pac nel 2021. Le imprese che vogliono beneficiare di fondi e partecipare ai bandi devono rispettare determinati standard nella tutela del lavoro. Se questa condizionalità entrasse anche nei finanziamenti dati dalle banche, che invece ora guardano unicamente a quella ambientale, ci sarebbe un ulteriore passo in avanti. Quindi di strada ne è stata fatta. Ovviamente non va tutto bene e lo vediamo quando scendiamo al livello territoriale, soprattutto in quelle realtà dove il caporalato ha un radicamento di più lunga data e si intreccia con le organizzazioni criminali.

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

Giornalista de Il diario del lavoro.

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