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Home - Approfondimenti - La nota - Sanità privata e rappresentatività: quelle troppe anime che ancora rendono difficile un sistema univoco. Il dibattito organizzato da Costantino&partners

Sanità privata e rappresentatività: quelle troppe anime che ancora rendono difficile un sistema univoco. Il dibattito organizzato da Costantino&partners

di Tommaso Nutarelli
24 Aprile 2026
in La nota
Sanità, dagli infermieri arriva l’allarme sui Pronto soccorsi

Rappresentatività nella sanità privata. È questo il tema della tavola rotonda “Regolamentazione della rappresentatività sindacale. Un modello per il settore sanitario e sociosanitario privato”, organizzata dallo studio legale COSTANTINO&partners alla quale hanno partecipato esponenti del mondo sindacale, dirigenti della sanità e professori universitari.

Quello della sanità privata si presenta come un settore che si trova in mezzo al guado. Da un lato le aziende sono private a tutti gli effetti ma erogano un servizio di rilievo sociale, centrale per la collettività, riconosciuto e protetto dall’articolo 32 della Costituzione. Si muovono in un’economia di mercato ma un mercato tutelato, nel quale i fondi pubblici occupano una voce importante per le strutture accreditate con il sistema sanitario nazionale. Mentre nel pubblico esiste un sistema oggettivo per misurare la rappresentatività sindacale, che si calcola come media ponderata tra il dato associativo e il dato elettorale, che viene poi certificato dall’Aran e che permette ai sindacati, se il loro essere rappresentativi arriva alla soglia del 5%, di accedere al tavolo delle trattative, nel privato non esiste un sistema di questo tipo.

Il tema della rappresentatività e delle sua misurazione è oggi centrale nell’interlocuzione tra le parti sociali. Un punto sul quale anche il governo è tornato più volte, come con la legge 26 dello scorso settembre che  introduce deleghe all’esecutivo, che poi ha deciso di non esercitare, per la riforma della rappresentatività sindacale e datoriale, e spostando il criterio per la pesatura dalla “maggiore rappresentatività comparata” alla “maggiore applicazione” dei contratti. Una formulazione che ha suscitato la levata di scudi da parte delle principali forze sociali. Il timore è che con questa formulazione si dia campo ai contratti in dumping, più applicati perché meno costosi sotto il profilo economico e anche con meno tutele e diritti per i lavoratori. Il recente riordino dell’archivio dei contratti da parte del Cnel ha, tuttavia, messo in luce come, sui quasi mille contratti depositati, i 90 firmati da Cgil, Cisl e Uil coprono la quasi totalità dei lavoratori.

“Siamo in assenza di un sistema certo di rappresentatività. Rappresentanza sindacale e rinnovo dei contratti sono due temi connessi” ha detto Mauro Mattiaci, direttore generale Aris. “Il tema delle risorse centrale per affrontare il rinnovo e Aris chiede un meccanismo di incremento delle tariffe di budget e questo ci obbligherebbe a rinnovare i contratti alla scadenza e non andare in ultra vigenza. Oggi non siamo nella condizione di sostenere costi così importanti”.

“Negli anni 90 – ha spiegato Federico Bozzanca, segretario generale della Fp-Cgil – è iniziata una fase di frammentazione del lavoro è questo ha comportato la proliferazione dei contratti al Cnel. Cosa che è avvenuta anche nel socio sanitario assistenziale. Contratti molto spesso nati non in funzione delle attività ma del moltiplicarsi delle parti datoriali. Anche sulla dinamica salariale abbiamo una grande responsabilità, perché quando una parte datoriale non riusciva a chiudere un contratto con Cgil, Cisl e Uil allora si rivolgeva a sindacati meno rappresentativi. Dopo anni la Cgil si è convinta che la legge sia la soluzione migliore per affrontare il nodo della rappresentatività. Una legge che dia forza all’accordo che però prima le parti devono trovare. Il sistema presente nel pubblico potrebbe essere preso come modello per la sua certezza”.

“La Cisl da sempre preferisce la via pattizia, salvaguardando l’autonomia del sindacato. La legge, se c’è, deve essere una legislazione di supporto. Nel pubblico esiste l’Aran che misura in modo oggettivo la rappresentatività, ma ciò non avviene nella sanità privata”, ha detto il segretario generale della Fp Cisl Roberto Chierchia. “Con dei dati certi troveremmo come Cgil, Cisl e Uil e forse poche altre sigle rappresentino effettivamente i lavoratori. La riforma dell’archivio del Cnel ha dato dati inequivocabili. Nei mille contratti 90 sono firmati da Cgil, Cisl e Uil che rappresentano tra il 97-98% dei lavoratori. A questi  90 contratti si aggiungono circa un’ulteriore sessantina firmati da altre associazioni abbastanza radicate nel tessuto produttivo. E da questi numeri dobbiamo partire. Tutelando la  contrattazione collettiva che è una peculiarità e una risorsa del nostro paese. Nel contesto della sanità privata, che si fa carico di attuare l’articolo 32 della Costituzione, andare a cercare contratti al massimo ribasso non è proprio un bene”.

Per Daniele Piacentini, direttore generale della Fondazione del Policlinico Gemelli, quello della sanità privata è un “sistema piccolo ma solido e centrale per ciò che fa. Non siamo mai arrivati a una regolamentazione dell’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori, che ha sempre garantito un certo ordine, perché pragmaticamente il sistema aveva un suo equilibrio e funzionava. La sanità privata non è un settore prettamente privato, perché viene offerto un servizio pubblico ma con regole societarie private. C’è il mercato ma anche l’universalismo, c’è dualismo tra i costi e l’efficienza e l’attenzione nel dare una risposta al paziente. All’interno del settore poi ci sono anime diverse. La sanità  – ha proseguito – ha una componente religiosa ancora molto forte, rappresentata dall’Aris, mentre l’Aiop rappresenta strutture diverse e anche queste diverse caratteristiche, queste diverse logiche sono ulteriori ostacoli nel trovare regole comuni per la rappresentatività. Ci sono poi molte professionalità, che non sempre trovano risposte nella rappresentanza collettiva, si affidano a sindacati professionali, molto incentrati sulle singole figure, ma che non danno risposte che tengano conto della complessità dell’intero perimetro”.

Il parametro numerico per determinare la rappresentanza è stato criticato da  Carmela De Rango, segretaria nazionale della Cimop, che rappresenta la dirigenza medica. “Una regolamentazione basata su un parametro numerico non è da noi condivisa, perché riduttiva” ha detto. “L’articolo 39 della Costituzione apre a una regolamentazione ma non dice che debba essere principalmente numerica. Può capitare che delle sigle cavalchino un dissenso nelle aziende, creando un danno, aumentando gli iscritti per partecipare ai tavoli negoziali per poi svanire. Serve dunque, prima di tutto, un vero radicamento tra i lavoratori”.

“Per la rappresentatività servono regole certe. Quanto alle modalità sarà davvero difficile individuare un percorso che sia unanimemente condiviso da tutte le parti sociali. La Corte costituzionale dà un’indicazione abbastanza esplicita e perentoria attribuendo al legislatore l’onere di riscrivere le norme sulla rappresentatività, anche se non sembra che le parti sociali e il governo siano indirizzati verso questa soluzione. A dimostrarlo anche le recenti dichiarazioni del sottosegretario Claudio Durigon, secondo cui le parti sociali dovranno giungere quanto prima a un accordo per risolvere il problema del dumping contrattuale” ha concluso Giovanni Costantino, giuslavorista e capodelegazione Aris.

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

Giornalista de Il diario del lavoro.

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