La crescita economica di un Paese non è qualcosa che caschi dal cielo. Al di là di congiunture storiche più o meno fortunate, dovrebbe essere uno dei principali obiettivi della politica economica. Questo lo sanno tutti quelli che si occupano dell’argomento. Solo che da noi, attualmente, è proprio l’argomento a essere uscito dal dibattito politico. Infatti, non solo tale crescita è sostanzialmente bloccata, ma anche lo specifico dibattito sui temi della politica economica tende a impigliarsi in questioni particolari e contingenti, senza riuscire ad affrontare il tema di fondo: l’assenza di crescita.
D’altra parte, non è incomprensibile che ciò accada se, “ad animare un dibattito surreale”, concentrato solo su alcuni “elementi di finanza pubblica” è il Governo stesso. Un Governo che “ha come ossessione” quello di diventare “il più longevo” tra i Governi italiani, mentre sarebbe meglio se avesse “l’ossessione della crescita” del nostro Paese.
Abbiamo preso queste ultime parole dall’intervento con cui l’on. Lia Quartapelle, deputata Pd, ha concluso un incontro che ha avuto luogo, la settimana scorsa, in una sala posta all’interno di Palazzo Madama, sede del Senato. Incontro promosso dai riformisti dello stesso Pd e intitolato, appunto, “Tornare a crescere”.
Al dibattito hanno partecipato economisti come Marco Leonardi e Francesco Giavazzi, parlamentari europei come Giorgio Gori, e parlamentari italiani, come il sen. Filippo Sensi, promotore dell’iniziativa. Da sottolineare, l’intervento dell’on. Antonio Misiani, il responsabile Economia della Segreteria nazionale Pd, che è stato invitato a prendere parte all’incontro. E che ha ribadito, da un lato, la centralità del tema della produttività, e, dall’altro, il principio secondo cui la crescita è la base di ogni seria politica sociale che voglia raggiungere obiettivi significativi in campi come quelli della sanità e della scuola.
Tornando a Lia Quartapelle, per lei la questione della crescita, o meglio quella della “assenza di crescita”, è dunque il grande tema rimosso dal dibattito politico. E ciò avviene mentre “stiamo discutendo di improbabili uscite unilaterali dal patto di stabilità”.
Se abbiamo ben compreso il senso dell’iniziativa di cui stiamo parlando, le cose da fare sono quindi due. Prima: riportare al centro dell’attenzione la questione della crescita. Seconda: cominciare a riempire di ipotesi di lavoro il “che fare” volto a stimolare tale crescita.
Al primo posto sta qui l’intreccio fra politica industriale e politica fiscale. Ponendo la seconda al servizio della prima. Ovvero ritornando all’esperienza, da molti giudicata positiva, di Industria 4.0, e cioè fissando incentivi fiscali volti a favorire gli investimenti in innovazione delle imprese. In pratica, gli investimenti specificamente vocati a far crescere la produttività.
Al secondo posto c’è invece la questione energetica o, per dir meglio, la questione dei costi di un fattore produttivo, l’energia, che è sempre più indispensabile per ottenere un accettabile livello di competitività, ma che, in Italia, è troppo caro.
Giorgio Gori, nel suo intervento in collegamento da Bruxelles, ha poi dedicato particolare attenzione alla tematica salariale, sottolineando che, se i salari continuano a rimanere “al di sotto del livello del 2019”, è poi difficile che la domanda interna torni a crescere. Cosa, questa, che sarebbe tanto più necessaria se avesse ragione Marco Leonardi quando afferma, come ha fatto nel corso dell’incontro, che oggi “il modello del Made in italy è assediato”, che “il nostro posto nel mondo sta cambiando” e che “occorre quindi pensare a un nuovo modello di sviluppo interno”.
Tornando a Giorgio Gori, per far crescere il potere d’acquisto occorrerebbe assumere misure differenziate a seconda dei segmenti del mondo del lavoro cui si intende riferirsi. Da un lato, occorrerebbe introdurre il salario minimo, allo scopo di far crescere le retribuzioni dei lavoratori attualmente collocati al di sotto dei livelli protetti dalla contrattazione. Dal lato opposto, si dovrebbe invece agire per sterilizzare quel fiscal drag che, con la crescita dell’inflazione, e quindi dei salari nominali, sottrae reddito, e quindi potere d’acquisto, alla parte più avvantaggiata del mondo del lavoro, senza peraltro far crescere le risorse economiche reali drenate dal fisco e rese quindi disponibili per il bilancio pubblico.
Morale della favola: tornare a crescere potrebbe far bene a tutti: lavoratori, imprese, Stato, cittadini. Restare fermi, invece, nell’attuale, sempre più complessa situazione economico-politica internazionale potrebbe essere semplicemente impossibile. Aprendo la strada verso uno scivolamento all’indietro.
Fernando Liuzzi





















