È stato uno spettacolo inusuale vedere assieme, la settimana scorsa sul palco del Teatro Italia a Roma, Maurizio Landini e Emanuele Orsini intervistati da una giornalista de la Repubblica. Il segretario generale della Cgil e il presidente di Confindustria. Non proprio il diavolo e l’acqua santa, perché stanno trattando da mesi cercando un grande accordo sui temi della rappresentanza e della contrattazione, ma qualcosa che ci va molto vicino. E la memoria è subito saltata al “patto dei produttori”, molto in voga negli anni Settanta e Ottanta.
Era la ricerca di una linea di condivisione, di una vicinanza di interessi che avrebbe potuto far saltare le distanze di classe. Capitale e lavoro alla ricerca di un sentiero da percorrere assieme per rimediare ai problemi che l’Italia cominciava ad affastellare. Tra i produttori c’erano certamente i lavoratori, e c’erano anche gli industriali. Non c’era il commercio, la produzione di valori non era ancora di moda, la linea si attestava all’industria, che era largamente dominante. Hanno attribuito questa strana locuzione, il patto dei produttori, a Gianni Agnelli, che nel 1975, da presidente di Confindustria, cambiò il segno del confronto (o del non confronto) tra industriali e sindacato con un accordo divenuto pietra miliare delle relazioni industriali, il patto per il valore unico del punto di scala mobile. Un accordo che causò non pochi problemi al paese, ma che allora, a metà decennio dall’autunno caldo del 1969, segnò un notevole cambiamento di rotta delle relazioni industriali, che, nei fatti, ripresero quota.
Gianni Agnelli, ma anche suo fratello, Umberto, che più o meno in quegli anni lasciò la Fiat per scendere in politica, senatore della Dc, e si fece supportare dalla Fondazione Agnelli e dalla neonata Arel, proprio alla ricerca di una terza va. La tesi era chiara, la contrapposizione di interessi non esiste, tutti hanno bisogno che l’economia cresca, che l’industria, nerbo della realtà economica del paese, si rafforzi, diventi più produttiva, per cui è bene lavorare tutti assieme per cogliere l’obiettivo. Non fece molta strada questa suggestione, combattuta un po’ da tutti, forse troppo eterodossa per affermarsi. Le relazioni industriali, da allora dominate dal problema della scala mobile, percorsero altre strade, le parti si allontanarono, si divisero anche al loro interno, creando gravi danni.
Adesso la suggestione sembra tornare e abbiamo questo scambio amoroso di caro Maurizio, caro Emanuele, che non fa pensare a una contrapposizione. Del resto, abbiamo alle spalle trent’anni e più dall’accordo del 1993, quando nacque la concertazione. Dove le parti sociali si trovarono assieme, ma non perché, come negli anni Settanta, pensassero che la politica non fosse all’altezza, ma perché la politica non c’era più, risucchiata da Tangentopoli, che fu del resto un grande fallimento generazionale un po’ di tutti i protagonismi. Si salvarono solo le parti sociali, che trovarono la forza di scegliere la concertazione.
Una stagione però, tutto compreso, abbastanza breve, che non è stata in grado di attecchire, di mettere radici salde e profonde. La politica è tornata a farla da padrone, ha scelto la disintermediazione, esplicitamente o nei fatti. E capitale e lavoro si sono ritrovati deboli e alla ricerca di un via di uscita da un vicolo cieco. Allearsi sembra adesso doveroso, perché l’ossigeno sta per finire e così si va solo verso un default, che sia politico o solo economico non importa, la realtà è questa. E di fronte al fallimento della politica economica del governo le parti sociali, quei produttori, che hanno accanto stavolta e con forza, anche il terziario, provano a indicare alla politica, ma in generale all’insieme dei partiti, quali siano le decisioni di fondo che occorre prendere, meglio se velocemente. Le transizioni premono, la geopolitica impazzisce, le guerre devastano il mondo, qualcosa bisogna fare e anche in fretta.
Ma il limite da non superare è sempre lo stesso. Gli interessi delle parti possono anche coincidere, ma perseguirli senza rendersi conto della realtà in cui viviamo porta solo alla corporazione. L’obiettivo da non dimenticare deve essere necessariamente la difesa del bene comune, il corporativismo rasenta l’egoismo, non importa se di una persona o di una parte, anche ingente, del paese. E allora quando Landini e Orsini, doverosamente, indicano al governo alcune scelte di fondo che loro ritengono necessarie, ogni decisione va presa pensando sempre al bene comune.
Massimo Mascini






















