“I centri storici italiani stanno perdendo negozi e servizi e con essi una parte della propria identità. Questa proposta di legge va nella direzione giusta: restituisce ai Comuni strumenti reali per governare la qualità dell’offerta commerciale e può diventare il veicolo attraverso cui le esperienze più avanzate si diffondono su tutto il territorio nazionale. È opportuno, però, che le rappresentanze delle imprese siano parte attiva di questo processo, perché è proprio dove le nostre associazioni hanno avuto un ruolo di costruzione, insieme alle Amministrazioni, che si sono ottenuti i risultati migliori”: così Alessandro Cavo, Consigliere nazionale incaricato alle Politiche per i centri storici e presidente di Confcommercio Genova, nel corso dell’audizione di oggi alla Commissione Attività produttive della Camera dei deputati, nell’ambito dell’esame della proposta di legge C. 362 recante disposizioni per la tutela e la valorizzazione delle attività commerciali nei centri storici.
I numeri fotografano un’emergenza reale. Secondo l’Ufficio Studi di Confcommercio, negli ultimi 13 anni l’Italia ha perso circa 129 mila attività del commercio in sede fissa. Nei soli centri storici, si è verificata una contrazione superiore al 25 per cento, con alcune categorie particolarmente colpite: le edicole hanno perso il 50 per cento della propria presenza, i negozi di abbigliamento e calzature il 37 per cento. Un fenomeno che non è solo quantitativo ma anche qualitativo: un centro storico può avere le serrande alzate ma apparire comunque impoverito, se le attività che vi si svolgono non dialogano con la comunità che ci vive. Confcommercio esprime una valutazione complessivamente positiva sul nuovo testo base, in quanto si muove in un ottica di rafforzamento dell’autonomia regolamentare dei comuni in materia di urbanistica e commercio. Nel corso dell’audizione – conclude la nota – sono stati evidenziati alcuni aspetti su cui è auspicabile intervenire per rendere il provvedimento più efficace: l’intesa con le associazioni di categoria comparativamente più rappresentative; il coordinamento con la normativa già esistente; la necessità di garantire le stesse regole per categorie di operatori che svolgono attività sostanzialmente analoghe evitando disparità di trattamento.



























