Negli ultimi tredici anni le città italiane hanno visto sparire 156mila negozi e attività ambulanti secondo i dati dell’Ufficio Studi di Confcommercio. Nei centri storici si è verificata una riduzione superiore al 25%, con alcune categorie merceologiche particolarmente colpite: edicole -52%, abbigliamento e calzature -37%, mobili e ferramenta -36%. Crescono invece le attività legate al turismo e alla ristorazione: ristoranti +35%, gelaterie e pasticcerie +14%, affitti brevi +184%. Nei centri storici del sud i B&B sono quasi quadruplicati dal 2012. Il risultato è una nuova geografia urbana: meno negozi di prossimità, più attività turistiche e ristoranti, e una trasformazione degli spazi cittadini che rischia di creare quartieri-dormitorio e città meno vive, soprattutto per gli anziani e chi ha bisogno dei servizi di vicinato. Sullo spopolamento delle attività economiche nei centri storici è stata presentata una proposta di legge. Ne abbiamo parlato con Alessandro Cavo, consigliere nazionale di Confcommercio incaricato alle Politiche per i centri storici e presidente di Confcommercio Genova.
Consigliere Cavo che segnale arriva da questa proposta di legge?
Già il fatto che ci si ponga il problema dei centri storici è un segnale molto positivo. Il tema è molto reale e vivo come dimostrano i dati del nostro Ufficio Studi.
Come giudicate il testo?
Per noi è molto importante che la proposta di legge presenti un quadro normativo integrato, che tenga conto dell’impatto sociale, economico e culturale che hanno le attività commerciali all’interno dei centri storici. Quello che per noi è imprescindibile è che i corpi intermedi e nello specifico la Confcommercio, che attraverso i suoi associati si occupa di questa tematica da molti anni, venga coinvolta, sia nella sua struttura nazionale sia nelle varie Confcommercio locali, che conoscono il tessuto produttivo e hanno rapporti stretti e consolidati con le amministrazioni. Abbiamo inoltre chiesto un’armonizzazione normativa rispetto ad altri testi che intervengono su questa materia, perché ci sono delle ridondanze, che non sono mai utili, e tendono a creare un po’ di confusione. È importante fare chiarezza anche sull’ambito di applicazione, così come deve essere netta la distinzione tra la lista di imprese permesse da quella delle attività non permesse. Tutto questo per far sì che i provvedimenti siano realmente efficaci e con solide basi normative dimodoché non possano essere impugnati.
Lo spopolamento commerciale dei centri storici avviene in maniera uniforme?
Molto dipende anche dalla collocazione geografica e, per così dire, dalla tipologia del centro storico. Può essere dirimente il fatto che il centro storico si trovi o meno nelle direttrici del turismo, se sia interessato o meno da fenomeni di spopolamento o se la dimensione abitativa non sia strettamente residenziale e quindi con un bisogno inferiore del commercio di prossimità. Dobbiamo pensare a un centro abitato come un organismo vivente e se vogliamo mantenere in vita una certa idea di commercio di vicinanza, che sia di qualità, dobbiamo avere un approccio olistico, che guardi il problema nella sua interezza.
Qual è il valore anche sociale di queste attività?
Quando si parla dell’Italia come del Bel Paese lo si fa pensando al centro storico come cuore pulsante, nel quale le varie attività commerciali costituiscono una componente importante del loro tessuto. Tutelare questa biodiversità commerciale vuol dire tutelare anche una biodiversità culturale e sociale, perché genera una ricaduta positiva all’interno dei quartieri che sono più sicuri e più vivibili.
Crede si possa arrestare questo abbandono?
Penso che sia difficile riportare indietro le lancette dell’orologio. Sicuramente è un qualcosa che possiamo frenare e contenere per preservare un sistema commerciale di qualità. Certo è che quando questo sistema inizia sfaldarsi diventa uno tsunami che è difficilmente contenibile.
Che cosa va fatto per mantenere vive le attività commerciali nei centri storici?
Se vogliamo continuare ad avere questo tipo di commercio ritengo che si debba avere un approccio simile a quello che ha avuto il nostro paese nel dopoguerra per le regioni a statuto speciale, ossia pensare che queste imprese hanno caratteristiche che non si trovano altrove e che hanno un grande valore per il nostro tessuto economico e sociale. Serve un aiuto fiscale. Dobbiamo renderci conto che ci sono dei giganti dell’e-commerce che, rispetto a quanto guadagnano, pagano in proporzione cifre inferiori rispetto a un’edicola o a una merceria. Sono attività che danno lavoro a persone che vivono lì e offrono anche un servizio di prossimità al quartiere. Ovviamente anche l’imprenditore deve fare la sua parte. Come Confcommercio ripetiamo da tempo che un servizio di e-commerce o di comunicazione digitale sono aspetti che non possono essere più trascurati.

























