Non un fenomeno statico, ma un processo in continua evoluzione. E nonostante i numeri incoraggianti sull’occupazione femminile, in Italia le diseguaglianze di genere continuano a crescere. Esse sono alimentate dall’intreccio tra fattori culturali, istituzionali e organizzativi, i cui effetti appaiono contenuti all’inizio della carriera lavorativa, ma si rivelano fortemente penalizzanti sul lungo periodo, fino a tradursi in un gap pensionistico del 28,7% a sfavore delle donne. A ciò si aggiunge il fatto che la condizione femminile è fortemente condizionata dal contesto di provenienza: le donne con maggiori risorse riescono a sopperire alle carenze del sistema con mezzi propri, mentre quelle più fragili sono indotte a scelte più limitanti, che condizionano autonomia e carriera. Uno scenario che (tristemente) non sorprende, ma che torna centrale nella nuova edizione del rapporto Italia generativa, realizzata dal Centre for the Anthropology of Religion and Generative Studies (Arc) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e promossa da Fondazione Poetica con il supporto di Unioncamere.
A contribuire al divario c’è anche la provenienza territoriale. Nel Mezzogiorno il tasso di mancata partecipazione femminile al lavoro supera il 25% in diverse regioni, con punte del 38,3% in Calabria e del 36,8% in Campania. Nel Nord, invece, i valori scendono sotto il 10%, fino al 3,8% della Provincia autonoma di Bolzano e al 6,6% di Trento. Differenze simili emergono anche sul fronte delle retribuzioni: si passa da una media annua di 28.603 euro a Milano a poco più di 10.000 euro in alcune province del Sud, come Vibo Valentia, dove il reddito medio si ferma a 10.463 euro.
Le conseguenze sono a cascata, in particolare nella distribuzione dei carichi di cura. Le donne svolgono il 61,6% del totale delle attività domestiche, quota che sale al 70,4% nel Sud e al 68,4% nelle Isole. La maternità – nonostante un forte calo demografico che nel 2025 ha portato il tasso di fertilità a 1,14 figli per donna – continua a rappresentare un passaggio critico nelle carriere lavorative femminili, comportando rallentamenti, ridimensionamenti o cambi di traiettoria. Parallelamente, aumenta il peso della cura degli anziani: in Italia il 58% delle attività di assistenza è rivolto a genitori o suoceri, contro appena l’8% destinato ai figli. Una pressione che grava soprattutto sulle donne nella fase centrale della vita lavorativa, limitandone opportunità e progressione di carriera.
Salari più bassi, carriere più lente e discontinue, minore accesso ai ruoli apicali e maggiore concentrazione in settori meno tutelati producono uno svantaggio cumulativo che aumenta la vulnerabilità economica, soprattutto nei momenti più fragili. A questo si aggiunge un welfare ancora insufficiente. Nel 2024 i bambini iscritti all’asilo nido hanno raggiunto il 39%, in linea con la media Ue ma ancora lontano dai livelli di Francia, intorno al 60%, e Spagna, al 55%. Restano inoltre forti i divari territoriali, con una copertura che sfiora il 50% in Emilia-Romagna e scende a circa il 23% in Calabria. La carenza di servizi e il limitato ricorso ai congedi parentali da parte degli uomini continuano così a mantenere sbilanciata la distribuzione dei carichi di cura.
Le disuguaglianze, sottolinea il rapporto, si costruiscono anche dentro le coppie, attraverso decisioni quotidiane sulle traiettorie di carriera che producono effetti cumulativi nel tempo. Per questo, affrontare il problema in modo strutturale richiede un insieme coordinato di interventi: rafforzare i servizi per l’infanzia e per la non autosufficienza, ridurre i divari territoriali nell’accesso al lavoro e ai servizi, promuovere modelli organizzativi più flessibili e inclusivi, incentivare la condivisione dei carichi di cura e agire anche sui fattori culturali e sugli stereotipi di genere.
Elettra Raffaela Melucci
























