Crescono i fenomeni illegali ai danni del commercio e dei pubblici esercizi. Nel 2025 l’illegalità è costata alle imprese del settore 41 miliardi di euro, mettendo a rischio 284mila posti di lavoro regolari, in aumento rispetto ai 39,2 miliardi e ai 276mila occupati a rischio registrati nel 2024. È quanto emerge dall’Indagine di Confcommercio sui fenomeni illegali, diffusa in occasione della Giornata “Legalità ci piace!”.
Tra i principali fenomeni, l’abusivismo commerciale ha generato danni per 10,5 miliardi di euro, mentre l’abusivismo nella ristorazione pesa per 8,5 miliardi. La contraffazione vale 5 miliardi, il taccheggio 5,4 miliardi e gli altri costi legati alla criminalità – tra ferimenti, assicurazioni e spese difensive – ammontano a 7,4 miliardi. La cybercriminalità incide invece per 4,2 miliardi.
Secondo l’indagine, il 29% delle imprese del terziario di mercato ha percepito nel 2025 un peggioramento dei livelli di sicurezza. I furti restano il fenomeno criminale percepito in maggiore aumento dagli imprenditori (26%), seguiti da atti vandalici e vetrine rotte (24,1%), aggressioni e violenze (24,1%) e rapine (24%).
Tre imprenditori su dieci (30,2%) temono che la propria attività possa essere esposta a furti, truffe informatiche, vandalismi, rapine o aggressioni. I furti rappresentano la principale preoccupazione per il 32% degli intervistati. Il 22,8% delle imprese segnala inoltre episodi legati alle baby gang nelle aree in cui opera e, tra queste, quasi la metà (49,6%) si dichiara preoccupata per la propria attività. Un’impresa su tre teme invece la cosiddetta “mala movida”, soprattutto per il degrado urbano (50,3%) e gli atti vandalici (45,5%).
Sul fronte del taccheggio, oltre sei imprese del commercio su dieci (62,3%) dichiarano di subirlo e, tra queste, quasi una su cinque (19,8%) ne è vittima più volte a settimana o quotidianamente. I prodotti più rubati sono profumi e cosmetici (19,7%), abbigliamento e calzature (18,9%), accessori moda (16,7%), piccola elettronica e accessori tecnologici (14,1%), alimentari confezionati (13,4%) e alcolici e vino (13,1%).
Per contrastare il fenomeno, le imprese ricorrono soprattutto a sistemi antitaccheggio (74,5%) e videosorveglianza (73,4%). Più in generale, quasi nove imprese su dieci (87,3%) hanno investito in misure di sicurezza, destinando in media l’1,1% del fatturato a strumenti come videosorveglianza e allarmi antifurto.
L’indagine evidenzia anche il legame tra sicurezza e vitalità urbana. Per sei imprenditori su dieci una città con molti negozi aperti è più sicura, mentre oltre la metà ritiene che la presenza di locali sfitti o chiusi favorisca microcriminalità e vandalismo. A peggiorare la vivibilità dei quartieri sono soprattutto microcriminalità (43,2%) e atti vandalici (41,7%).
Tra i soggetti considerati più vicini agli imprenditori minacciati dalla criminalità figurano le forze dell’ordine (66%), le organizzazioni antiusura (47,7%) e le associazioni di categoria (34,6%). Il 65,1% degli imprenditori sostiene che chi subisce episodi criminali dovrebbe sporgere denuncia, mentre quasi il 20% dichiara di non sapere cosa fare in questi casi.
Per far fronte al fenomeno, Confcommercio ha avanzato una serie di proposte per rafforzare sicurezza e legalità. Tra queste, il ritorno del poliziotto di quartiere, maggiori pattugliamenti nelle aree commerciali e una presenza più intensa delle forze dell’ordine nelle fasce orarie considerate più critiche.
L’associazione guidata da Carlo Sangalli propone inoltre crediti d’imposta e contributi per sostenere gli investimenti privati in sicurezza, come videosorveglianza, allarmi, sistemi antitaccheggio e illuminazione esterna, con particolare attenzione alle piccole imprese di prossimità.
Tra le richieste anche il rafforzamento del contrasto al taccheggio, con procedure più rapide di segnalazione e intervento, e la creazione di piani territoriali nelle aree commerciali più esposte, attraverso tavoli permanenti tra Prefetture, Comuni, forze dell’ordine e associazioni di categoria. Obiettivo: contrastare furti, “spaccate”, mala movida, abusivismo e degrado urbano.
Per Confcommercio, infine, sicurezza urbana, rigenerazione delle città e tutela del commercio di prossimità devono procedere insieme: “La chiusura delle attività genera insicurezza e l’insicurezza genera altre chiusure”.


























