Confcommercio esprime un giudizio positivo sull’impianto del Decreto lavoro, apprezzando in particolare la scelta di porre la contrattazione collettiva nazionale comparativamente più rappresentativa come unico riferimento per la definizione del “salario giusto”. È quanto emerso nel corso dell’audizione informale del vice presidente di Confcommercio, Mauro Lusetti, presso l’XI Commissione Lavoro pubblico e privato della Camera dei Deputati.
Secondo la Confederazione, la valorizzazione dei contratti “leader” è lo strumento insostituibile per garantire contratti di qualità e contrastare il dumping contrattuale. Il concetto di “salario giusto” deve però comprendere anche il welfare e la bilateralità, nel rispetto del principio di proporzionalità sancito dall’art. 36 della Costituzione. Tuttavia, Confcommercio ha evidenziato alcuni punti che richiedono ulteriori interventi per garantire la piena efficacia della norma: misurazione della rappresentatività, il percorso rischia di rimanere “monco” senza la definizione di criteri oggettivi di misurazione individuati dalle Parti nei rispettivi settori; certezza del diritto, è necessario individuare soluzioni equilibrate per i casi di disapplicazione giudiziale di clausole dei contratti leader, onde evitare effetti retroattivi che esporrebbero le imprese a pesanti oneri contributivi e risarcitori nonostante il corretto comportamento adottato; semplificazione burocratica, in un’ottica di trasparenza, si propone che le circolari attuative prevedano l’obbligo per il datore di lavoro di indicare il codice alfanumerico unico del contratto (già potenziato dal CNEL) al momento della richiesta di sgravi contributivi all’INPS.
In merito agli incentivi occupazionali contenuti nel decreto, il vice presidente Lusetti ha promosso il riconoscimento dei bonus esclusivamente a chi applica i contratti leader, auspicando che tale criterio diventi strutturale per tutti i futuri sgravi alle assunzioni.
Infine, pur accogliendo positivamente le tutele per i riders, Confcommercio ha espresso riserve sulla presunzione di subordinazione, che potrebbe non rispondere pienamente alle reali esigenze del lavoro digitale e delle imprese strutturate che operano in mercati evoluti, come il trasporto pubblico non di linea.

























