Nel ventre della Centrale del latte
tremava il ferro e l’alba,
rimasta nelle tute,
odorava di nebbia.
Lui camminava tra i rumori,
si muoveva in una tempesta muta,
mentre il giorno inseriva
chiodi di sole sui capannoni.
La morte ha trovato la sua scorciatoia,
ma non ha guardato le cose che prende,
se lo ha preso in un attimo
come vento che spegne una lanterna nel grano.
Tanti sono i soffioni che volano
sopra le mani rimaste vuote,
tanti sono i fiori ovunque,
inermi sentinelle appoggiate al cemento.
Tanta è la tristezza che si è dondolata
sull’ombra di luce appoggiata a terra.
Una campana lenta non smette di tremare
dentro il petto scucito di chi era presente.
L’incredulità ha inghiottito gli occhi
delle mani che cercavano
sul suo corpo un filo di vita.
Nulla da fare, il tempo
aveva già chiuso le sue porte
e il sangue taceva
sotto il peso del silenzio.
Chi c’era ha visto volare via i ricordi,
non c’erano città o strade,
nulla si è salvato dal crollo del giorno.
Questa poesia è dedicata a Raffaele Settembre, operaio di 47 anni morto il 12 maggio 2026 nello stabilimento della Centrale del Latte di Torino, mentre lavorava tra i rumori del ferro, dei bancali e delle merci in movimento. È dedicata anche a chi gli ha voluto bene, a chi lo ha aspettato senza sapere che il tempo aveva già chiuso le sue porte, ai colleghi presenti, alle mani che hanno cercato sul suo corpo un filo di vita, agli occhi rimasti prigionieri dell’incredulità. Non saranno le pareti della fabbrica a ricordarlo davvero, ma i volti di coloro che hanno visto. E chi ha incontrato il suo ultimo istante non dimenticherà mai quel volto portato via dal silenzio.
Yuleisy Cruz Lezcano



























