Le associazioni datoriali promuovono all’unanimità l’impianto del decreto lavoro, in particolare per la scelta di valorizzare la contrattazione collettiva nazionale delle organizzazioni comparativamente più rappresentative come riferimento per la definizione del “salario giusto”, pur chiedendo correttivi su incentivi, rappresentanza e lavoro sulle piattaforme digitali.
“Il giudizio che diamo complessivamente sul decreto è positivo”, ha detto in audizione alla Camera il direttore dell’Area Lavoro, Welfare e Capitale umano di Confindustria, Pierangelo Albini. Secondo Albini, “la debolezza della contrattazione collettiva, la debolezza del modello di relazioni industriali che abbiamo in Italia pone un problema in ordine alla necessità di essere in qualche modo difeso attraverso un intervento anche del legislatore”. Per Confindustria, il punto qualificante del provvedimento è proprio il riconoscimento del ruolo della contrattazione collettiva “come strumento costituzionalmente precostituito a regolare i rapporti di lavoro”. Albini ha inoltre richiamato il lavoro in corso tra legislatore, Cnel e parti sociali, ricordando il confronto aperto con Cgil, Cisl e Uil e quello con le principali organizzazioni datoriali per arrivare a una risposta condivisa sui temi affrontati dal decreto.
Giudizio positivo anche da Confcommercio, che apprezza in particolare la scelta di assumere la contrattazione collettiva nazionale comparativamente più rappresentativa come unico riferimento per la definizione del salario giusto. Nel corso dell’audizione alla Commissione Lavoro della Camera, il vicepresidente Mauro Lusetti ha definito i contratti “leader” uno strumento “insostituibile” per garantire contratti di qualità e contrastare il dumping contrattuale. Per la Confederazione, il concetto di salario giusto deve comprendere anche welfare e bilateralità, nel rispetto del principio di proporzionalità previsto dall’articolo 36 della Costituzione.
Confcommercio ha però indicato alcuni aspetti da chiarire: dalla necessità di criteri oggettivi per la misurazione della rappresentatività, per evitare che il percorso resti “monco”, fino all’esigenza di garantire certezza del diritto nei casi di disapplicazione giudiziale di clausole dei contratti leader, così da scongiurare effetti retroattivi su contributi e risarcimenti a carico delle imprese. Sul fronte della semplificazione burocratica, la Confederazione propone inoltre che nelle richieste di sgravi contributivi all’Inps sia indicato il codice alfanumerico unico del contratto, già potenziato dal Cnel. Quanto agli incentivi occupazionali, Confcommercio sostiene la scelta di riconoscere i bonus solo a chi applica i contratti leader e chiede che questo criterio diventi strutturale per tutti i futuri sgravi alle assunzioni. Più prudente invece la posizione sulle norme dedicate ai riders: pur condividendo le tutele previste, Confcommercio esprime riserve sulla presunzione di subordinazione, ritenuta non sempre coerente con le esigenze del lavoro digitale e delle imprese che operano in mercati evoluti.
Sulla stessa linea Confartigianato, Cna e Casartigiani, che in audizione hanno espresso un “giudizio positivo” sull’impianto del decreto, ritenendo centrale il riconoscimento della contrattazione collettiva nazionale delle organizzazioni comparativamente più rappresentative nella determinazione del salario giusto. Le tre confederazioni hanno accolto favorevolmente anche le misure a sostegno dell’occupazione giovanile, femminile e nella Zes unica, pur manifestando perplessità sulla natura sperimentale dei bonus limitati al 2026. Per consentire una reale programmazione aziendale, chiedono infatti incentivi con un orizzonte almeno triennale e una rapida definizione delle modalità attuative, così da evitare ritardi e incertezze applicative.
Sul salario giusto, gli artigiani promuovono la scelta di non introdurre un salario minimo legale, puntando invece sui contratti sottoscritti dalle organizzazioni più rappresentative come unico strumento efficace contro dumping e contratti pirata e per valorizzare il welfare bilaterale. Restano però dubbi sull’anticipazione economica obbligatoria legata all’Ipca in caso di mancato rinnovo contrattuale, che secondo le organizzazioni rischia di comprimere gli spazi negoziali delle parti sociali. Anche sul lavoro tramite piattaforme digitali le confederazioni invitano alla cautela rispetto alla presunzione di subordinazione derivante dal controllo algoritmico, temendo “insicurezza giuridica e nuovi oneri burocratici”.
Per Confesercenti il decreto segna “un segnale importante” nella lotta al dumping contrattuale perché “abbandona il pericoloso paradigma del contratto maggiormente applicato per ritornare alla storica formulazione dei contratti comparativamente più rappresentativi”. La Confederazione ha sottolineato come nei settori del terziario e del turismo il dumping produca, per alcune figure professionali, disallineamenti retributivi superiori ai 7mila euro. Positivo anche il collegamento tra incentivi e Tec, anche se Confesercenti chiede di chiarire in sede di conversione che il riferimento riguardi il trattamento complessivo applicato in azienda, per evitare effetti limitati sul contrasto al dumping.
Valutazione favorevole infine da Confagricoltura. Il direttore generale Roberto Caponi ha definito positiva “la valorizzazione della contrattazione collettiva leader” per l’individuazione del salario giusto, sottolineando che la definizione degli elementi retributivi deve restare affidata alla contrattazione e non a una previsione legislativa. La Confederazione chiede tuttavia che nella fase attuativa si tenga conto delle specificità della contrattazione agricola, fortemente decentrata e basata sul livello territoriale per la definizione delle retribuzioni. Sugli incentivi per giovani, donne e categorie svantaggiate, Confagricoltura sollecita un migliore coordinamento con le misure già esistenti e una semplificazione dei requisiti richiesti, chiedendo inoltre che gli sgravi siano riconosciuti anche per le assunzioni a tempo determinato reiterate per almeno tre annualità, considerate strutturali nel settore agricolo.




























