“Allarme rosso”. È questa l’espressione che Rita Querzè, giornalista del Corriere della Sera, ha usato per sintetizzare il messaggio inviato al mondo economico e politico italiano dall’Assemblea nazionale dei delegati della Fiom-Cgil, che si è svolta a Bari il 13 e 14 maggio. Intendendo, con questa espressione sintetica, che l’allarme lanciato dalla Fiom riguarda, in particolare, l’industria metalmeccanica del nostro Paese. Ma intendendo anche che, data la centralità che questo macrosettore si è conquistato da tempo nella struttura industriale del nostro Paese, riguarda necessariamente l’insieme della nostra vita economica, produttiva e occupazionale.
L’ Assemblea ha preso vita attraverso una serie di momenti successivi che hanno consentito, a chi vi ha preso parte, di ascoltare le analisi, i ragionamenti, e anche i racconti, sia di singoli delegati e singole delegate Fiom, sia di Amministratori locali, studiosi e dirigenti sindacali di settori e Paesi diversi, nonché quella del Presidente di Federmeccanica, Simone Bettini.
Nell’intervento iniziale, Michele De Palma, segretario generale della Fiom, ha affermato che “l’industria metalmeccanica, e conseguentemente il nostro Paese, sono a un passo dal collasso economico”, ricordando che, dal 2008 a oggi, “si sono persi oltre 100.000 posti di lavoro”, mentre, nei soli primi mesi del 2026, la somma delle ore di Cassa integrazione erogate corrisponde a “132mila lavoratrici e lavoratori a rischio”.
In precedenza, Matteo Gaddi, responsabile del Centro studi Fiom, aveva ricordato, sempre a proposito dell’industria metalmeccanica del nostro Paese, che la ripresa occupazionale del periodo del dopo-crisi di inizio anni 2000, “è ancora inferiore ai livelli del 2008”. Ciò “a causa di un’evidente debolezza strutturale” che va affrontata “attraverso adeguate politiche industriali”. Aggiungendo poi che “la produzione industriale mostra un arretramento di lungo periodo in quasi tutti i settori”, tra cui, in particolare, “nella siderurgia, nell’automotive, nell’elettrodomestico”.
Va anche detto, però, che il dibattito svoltosi a Bari non è rimasto chiuso entro i confini, pur relativamente ampi, dell’industria metalmeccanica italiana. Da questo punto di vista, vanno ricordati, fra gli altri, tre interventi svoltisi nella prima giornata. Quello di Marco Falcinelli, segretario generale della Filctem-Cgil, che ha arricchito il dibattito parlando delle problematiche e dell’esperienza di altri importanti sub-settori della nostra industria manifatturiere, ovvero chimica, energia e tessile-abbigliamento. Quello di Judith Kirton-Darling, segretaria generale del sindacato industriale europeo IndustriAll Europe, che ha parlato dell’esperienza e degli obiettivi perseguiti attualmente dal movimento sindacale a livello continentale. E, in ultimo, quello di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, che ha collocato le tematiche affrontate a Bari in un più ampio quadro – economico, industriale, sociale e politico -, ovvero tra le molte e diverse crisi che caratterizzano questi tormentati Anni 20 del secolo in corso.
Morale della favola. Nel documento approvato alla fine dei lavori si può leggere, fra l’altro, che “con l’obiettivo di rimettere al centro dell’agenda politica del Governo e del Paese il lavoro industriale”, nonché “per impedire nuove delocalizzazioni e nuovi licenziamenti” e “per rilanciare gli investimenti produttivi, l’ Assemblea nazionale delle delegate e dei delegati di Bari impegna e dà mandato alla Segreteria della Fiom di avviare, sulla base delle analisi e delle proposte ivi dibattute, un confronto sia in categoria con Fim e Uilm, che all’interno della Confederazione”.
L’evento clou del secondo giorno è stato poi costituito dal confronto a due fra De Palma e Simone Bettini, ovvero fra i massimi vertici di Fiom e Federmeccanica, moderati dalla succitata Querzè. Entrambi i protagonisti di questo dibattito sono apparsi consapevoli, come ci si poteva aspettare, di rappresentare interessi diversi. Interessi che, comunque, hanno trovato una composizione dinamica nel recente rinnovo contrattuale. Ciò che invece era meno prevedibile è il fatto che sia Bettini che De Palma si sono mostrati anche consapevoli di rappresentare imprenditori e lavoratori che portano avanti le stesse produzioni all’interno delle stesse fabbriche. Lavoratori e imprenditori che hanno lo stesso bisogno di combattere le stesse crisi. E quindi, per adesso, possiamo concludere provvisoriamente dicendo: chi vivrà, vedrà.
@Fernando_Liuzzi



























