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Home - Approfondimenti - Interviste - Dalla mancanza di una vera politica di integrazione alla necessità di un dialogo interreligioso soprattutto con l’Islam. Intervista al filosofo Adriano Fabris sui fatti di Modena

Dalla mancanza di una vera politica di integrazione alla necessità di un dialogo interreligioso soprattutto con l’Islam. Intervista al filosofo Adriano Fabris sui fatti di Modena

di Tommaso Nutarelli
22 Maggio 2026
in Interviste
Semplificazione, un’esigenza imprescindibile

Professore che idea si è fatto del tragico avvenimento di Modena?

L’evento è molto tragico e brutto perché è la prima volta che in Italia si registra un attacco a persone innocenti attraverso l’uso di un’automobile. Era avvenuto in Germania qualche anno fa, così come in altri paesi. Nel nostro paese questa modalità di attentare alla vita delle persone non era stata mai usata. Se a questo si aggiunge che chi ha compiuto questo orribile gesto è un italiano di seconda generazione di religione musulmana, lo cosa ha creato istantaneamente un corto circuito, memori anche di quello che era successo negli altri paesi, senza andare ad approfondire, parlando subito di attentato di matrice terroristica con motivazioni religiose, anche se quello che sta emergendo indica altre motivazioni. Inoltre tra le molte persone che hanno dato aiuto ai feriti e hanno provato a fermare chi guidava l’auto non ci sono solo italiani. Quindi usare questo episodio per alimentare la comunicazione contro l’immigrazione è del tutto sbagliato in quanto non conforme alla verità dei fatti.

Si è poi accesso un dibattito molto duro su quello che è avvenuto, che ha assunto i toni dello scontro? Che segnale è?

È un segnale da analizzare da un punto di vista comunicativo. Ci stiamo avvicinando alle elezioni e purtroppo quello che sta avvenendo è la necessità di farsi riconoscere, di marcare sempre più nettamente determinate posizioni nella forma della polarizzazione estrema, quindi dell’esagerazione comunicativa. C’è una sorta di gara a chi si pone nella maniera più estrema perché si ritiene che solo così ci si può far riconoscere. Credo che questo non sia il modo di fare politica né di fare comunicazione politica, perché la politica, e la comunicazione che è al suo servizio, dovrebbero indentificare le situazioni e provare a trovare delle soluzioni per la convivenza civile. Invece qui si mira al contrario, creando conflitti e contrapposizioni.

Molti hanno parlato di un esempio di integrazione fallito. Ma c’è mai stata secondo lei una vera politica dell’integrazione?

In Italia, purtroppo, a differenza di altri paesi, una vera politica di integrazione non c’è mai stata. Si è preferito lasciar fare, da una parte, ad associazioni no profit di varia natura, e su questo il lavoro migliore lo hanno fatto le realtà collegate alla chiesa cattolica, dall’altra si è lasciato fare al lavoro meritorio della scuola e degli insegnanti, non dando neanche a loro gli strumenti per gestire classi multiculturali e multietniche. E poi si è lasciato fare al senso di accoglienza delle singole persone. Si è quindi determinata la polarizzazione tra due soluzioni non percorribili: l’accoglienza a ogni costo, senza sottolineare la necessità che l’integrazione si deve realizzare all’interno di una cornice di regole condivise, o retoriche assolutamente irrealizzabili come quella della remigrazione. Altri stati hanno provato a governare questo fenomeno, attraverso l’insegnamento della lingua o l’inserimento professionale. L’Italia non ha fatto sostanzialmente nulla, con il rischio di alimentare il comunitarismo nell’accezione peggiore, ossia bolle etniche o religiose assolutamente chiuse in sé stesse che continuano a seguire le loro leggi e continuano a fare cose che nel nostro paese sono assolutamente condannabili, come nel caso dell’uccisione di Saman Abbas. Oppure si arriva alla stigmatizzazione e demonizzazione di un singolo individuo isolato, come se fosse l’origine di tutti i mali della nostra società, sviluppando fenomeni di razzismo o innescando nelle nuove generazioni delle risposte che conducono anche all’assassinio, come nella storia di Sako Bakari, il bracciante ucciso e realmente lasciato solo perché ha provato a chiedere aiuto in un bar e non è stato accolto. Sono queste le cose sulle quali intervenire culturalmente se si vuole fare una reale integrazione. Anche perché qual è sennò l’alternativa? Per chi professa la remigrazione qual è l’alternativa? La ricerca di una purezza etnica, del tutto priva di qualsiasi fondamento e irrealizzabile, visto che siamo tutti frutto di incroci?

È evidente che ipotizzare la via di una remigrazione è del tutto impossibile. Eppure è una retorica che attrae le persone. Come mai?

Oggi il racconto della realtà ha preso il sopravvento sull’esperienza della realtà stessa. Le persone credono a Google Maps anche quando davanti ai loro occhi c’è una strada sterrata che non avrebbe senso di percorrere. È una trasformazione della nostra mentalità, che ha cancellato il nostro gusto della verità, ossia la capacità di critica e il mettere a confronto quello che viene detto con i fatti.

Nella vicenda di Modena è emerso che uno dei motivi che abbaino spinto Salim El Koudri a compire questo folle atto sia stata la difficoltà nel trovare lavoro. Ai fini dell’integrazione quanto è centrale trovare una buona occupazione?

Il lavoro è, insieme alla scuola, il primo motore per un’integrazione. Permette l’inserimento nella nostra società, la quale da un punto di vista istituzionale, come ci ricorda la Costituzione, è una Repubblica fondata sul lavoro. Bisogna però favorire e promuovere tale inserimento. Lo si può fare attraverso percorsi di formazione che qualifichino i lavoratori stranieri, anche tenendo conto delle esigenze del mercato. Se il lavoro non è qualificato, infatti, lo sfruttamento è molto più facile. Quanto al ragazzo di Modena, il quale aveva una laurea triennale in economia e viveva in un’area geografica in cui le possibilità di lavoro non mancano, bisognerebbe capire perché non aveva trovato opportunità d’impiego.

Sempre nella discussione nata dopo i fatti di Modena è stata ritirata fuori la possibilità di togliere la cittadinanza in presenza di crimini molto gravi? Che cosa ne pensa di questa posizione?

Anche questo mi sembra più uno slogan che una cosa fattibile. Esistono leggi molto precise e sarebbe bene applicarle e farle rispettare. E non sempre vengono applicate perché si considerano come attenuanti certe situazioni, l’origine o il disagio di un migrante e quindi si giustifica il fatto che possa delinquere. Ecco, questo è un atteggiamento che può provocare dei danni. La legge è uguale per tutti quindi in questo modo deve essere amministrata, senza inventarsi norme speciali per ogni categoria. In merito alla cittadinanza quello che non sempre teniamo presente è che le persone che arrivano in Italia sono cittadini dei loro stati, non sono apolidi e quindi valgono tutte quelle regole che determinano i rapporti tra persone di nazionalità diverse.

Alla luce di quanto è accaduto quanto è importante il dialogo tra le religioni?

Il dialogo interreligioso è particolarmente importante, ed è particolarmente importante praticarlo con le comunità e le varie associazione islamiche del nostro paese, legate a specifici filoni dell’Islam o a precisi stati che in qualche modo supportano queste comunità e le moschee di riferimento. Sarebbe apprezzabile un rapporto fatto di trasparenza e regole comuni. In questo momento stiamo vedendo le pubblicità dell’otto per mille, dove ad esempio l’Unione buddisti italiani è molto presente, anche se non è una comunità così diffusa in Italia, mentre lo è molto di più quella islamica, benché non nella percentuale temuta da alcuni. La molteplicità delle associazioni islamiche può essere un problema perché sono realtà che non si parlano e che alimentano una diffidenza reciproca. Ciò ha creato una certa difficoltà ai governi, anche se ci sono stati dei tentativi negli ultimi anni, di costituire un tavolo unitario con l’Islam. Se si riuscisse a trovare uno o più interlocutori comuni sarebbe veramente un passo in avanti considerevole, mettendo sul piatto un’intesa che arrivi non solo a un riconoscimento come per le altre religioni, ma anche a un accordo per stabilire forme di sostentamento economico. Se non si giunge a questo, il rischio risiede nel sommerso di queste comunità, soprattutto nel caso in cui questo sommerso ci fossero rapporti e legami non limpidi. Se invece tutto fosse fatto alla luce del sole e ci fosse sia una forma di autosorveglianza sia da parte delle comunità, sia da parte del controllo pubblico, ciò gioverebbe a tutti.

Tommaso Nutarelli

Tommaso Nutarelli

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Giornalista de Il diario del lavoro.

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