Gli infermieri italiani continuano a essere tra i meno pagati dell’area OCSE. In media percepiscono 48mila dollari l’anno, contro i 61mila della media internazionale: 13mila dollari in meno a parità di potere d’acquisto. E mentre gran parte dell’Europa investe sulla professione, l’Italia resta ferma. A certificarlo è l’ultimo Health at a Glance dell’OCSE, pubblicato nel novembre 2025. Il report fotografa un’Europa che accelera sulla valorizzazione infermieristica: Repubblica Ceca, Polonia e Lituania registrano aumenti retributivi reali tra il 9% e l’11% annuo, con stipendi che in diversi casi superano del 50% la retribuzione media nazionale. L’Italia, invece, rimane tra i pochi Paesi OCSE nei quali un infermiere guadagna meno del lavoratore medio del proprio Paese.
“Investire sugli infermieri significa rafforzare la crescita economica, aumentare la produttività, ridurre i costi della carenza di personale e rendere più resilienti i sistemi sanitari. Un principio che però in Italia continua a non tradursi in scelte strutturali”. Così Antonio De Palma, presidente nazionale del Nursing Up, commenta l’ultimo report globale dell’ICN (International Council of Nurses), Our Nurses. Our Future. Empowered Nurses Save Lives, pubblicato nel maggio 2026 dalla federazione mondiale che rappresenta oltre 28 milioni di professionisti.
Ma il nodo non è soltanto salariale. Alle difficoltà economiche si sommano ritardi organizzativi che rischiano di compromettere la stessa riforma dell’assistenza territoriale. La Relazione della Corte dei Conti sul Documento di finanza pubblica, presentata il 28 aprile 2026, rileva infatti che solo il 3,8% delle nuove strutture territoriali previste dal PNRR è pienamente operativo.
Secondo De Palma, i modelli europei dimostrano che una strada alternativa esiste già. L’Irlanda, attraverso il progetto Safe Staffing sviluppato con il programma WHO Europe TSI avviato nel marzo 2025, ha introdotto sistemi che collegano gli organici alla complessità assistenziale dei pazienti e alla reale programmazione del fabbisogno professionale. La Romania, invece, è indicata dal report WHO Europe sulla mobilità sanitaria del settembre 2025 come uno dei Paesi che hanno contenuto l’emigrazione sanitaria intervenendo contemporaneamente su stipendi e condizioni di lavoro.
“L’Italia non può continuare a formare professionisti altamente qualificati senza creare condizioni adeguate per trattenerli”, avverte De Palma. “Servono norme sul calcolo scientifico degli organici, il pieno riconoscimento economico dell’esclusività professionale e lo sblocco delle carriere cliniche autonome, per ridurre il divario che ci separa dai sistemi sanitari più avanzati d’Europa”.























