Secondo le Nazioni Unite, entro il 2050 circa il 70% della popolazione mondiale abiterà in aree urbane. Il processo di urbanizzazione, dunque, non è certo una novità recente: le città continuano a concentrare popolazione, servizi, infrastrutture, impianti produttivi, opportunità di lavoro e relazioni sociali. Ma insieme alle possibilità aumentano anche le contraddizioni: disparità economiche, esclusione sociale, inquinamento, precarietà abitativa e tensioni sempre più evidenti. Eppure una discussione concreta e strutturale sulla crisi della casa sembra non essere mai davvero iniziata. Nel frattempo, il diritto all’abitare — riconosciuto da molte costituzioni nazionali, dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, dalla Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali e persino dal Trattato di Lisbona — viene sistematicamente eroso.
Alla base di questo processo, secondo Città in affitto, l’inchiesta del collettivo di giornalismo d’inchiesta IrpiMedia Gessi White (Laterza, 216 pagine, 14,00€), c’è la convergenza tra un settore pubblico sempre più debole e la crescita del potere di fondi immobiliari, società finanziarie, grandi imprese edilizie e piattaforme digitali che trasformano le città in strumenti di rendita. In pratica, suggeriscono gli autori, l’Italia rischia di diventare un enorme albergo diffuso in mano ai privati. Attraverso i casi di Bologna, Roma e Milano, il libro ricostruisce i meccanismi che stanno ridefinendo lo spazio urbano, osservando i conflitti tra residenti e “transitari” – turisti, studenti, lavoratori temporanei. È una competizione per lo spazio urbano che restringe progressivamente le possibilità di permanenza degli abitanti storici, di fatto espellendoli ai confini in costante dilatazione, e amplia, allo stesso tempo, i margini della speculazione finanziaria.
Sulle trasformazioni urbane pesano due narrazioni spesso fuorvianti: la gentrificazione e la riqualificazione urbana. La prima indica il progressivo ingresso di classi più benestanti e nuovi capitali in quartieri popolari, con il rischio di espellere chi li abitava originariamente rendendo gli spazi economicamente inaccessibili. Il termine mette quindi in evidenza il conflitto sociale prodotto dal cambiamento, anche se talvolta finisce per idealizzare situazioni precedenti segnate da degrado o marginalità. La “riqualificazione urbana”, invece, insiste sul recupero di aree abbandonate e sul miglioramento della qualità abitativa e ambientale, soprattutto nelle periferie. Tuttavia, essa tende a presentare il processo come neutrale e inevitabilmente positivo, ignorando spesso che questi interventi possano favorire soprattutto investitori e sviluppatori privati, aumentando i costi della vita e aggravando le tensioni abitative. Per evitare che la rigenerazione urbana si traduca in esclusione sociale, sostengono implicitamente gli autori, sarebbe decisivo il ruolo di mediazione e pianificazione del settore pubblico.
Uno dei concetti centrali del libro è quello della finanziarizzazione della casa: l’abitazione smette di essere principalmente un luogo da vivere e diventa un asset su cui investire. Gli autori ricostruiscono come, a partire dagli anni Ottanta, il mercato immobiliare sia stato progressivamente inglobato nelle logiche finanziarie globali, fino a trasformare le città in enormi dispositivi di valorizzazione economica. La costruzione e la gestione dello spazio urbano passano sempre meno dagli strumenti della pianificazione pubblica e sempre più dagli interessi di investitori, fondi e operatori privati. Le città diventano così “immateriali”, dominate da dinamiche speculative che ridefiniscono quartieri e relazioni sociali.
In questo scenario, anche lo spazio pubblico cambia natura. I centri urbani si riempiono di bed & breakfast, dehors, marchi globali e attività commerciali pensate soprattutto per il consumo rapido e il turismo. Lo spazio urbano si privatizza lentamente e gli abitanti finiscono per essere respinti tanto direttamente – attraverso espulsioni via sfratto – , quanto indirettamente – tramite l’aumento dei costi dell’abitare. Persino l’identità culturale dei quartieri diventa valore economico da estrarre: la vitalità sociale e la memoria collettiva vengono trasformate in un prodotto da vendere a turisti e investitori.
Le tre città analizzate incarnano tre diverse forme della stessa crisi. A Bologna gli studenti, parte integrante della città da secoli, rischiano di essere espulsi dall’espansione del turismo e degli affitti brevi. A Roma il Giubileo ha accelerato processi di precarizzazione abitativa già profondi, in una città attraversata da sfratti, emergenza abitativa e insufficienza cronica di edilizia pubblica – in questo senso, interessante l’approfondimento sulla dismissione del patrimonio immobiliare degli enti previdenziali. Milano, invece, rappresenta il modello più avanzato della città-finanza: una metropoli costruita attorno alla valorizzazione immobiliare e alla crescita continua, dove però il diritto alla permanenza sembra sempre più subordinato alle possibilità economiche individuali.
Particolarmente significativo è il capitolo dedicato al ruolo del PNRR. Il libro mostra come anche misure nate formalmente per affrontare la carenza di alloggi universitari abbiano finito per rafforzare il ruolo dei privati attraverso partnership pubblico-private e grandi investimenti destinati agli operatori dello student housing. Il rischio, sottolineano gli autori, è che risorse pubbliche vengano utilizzate per alimentare un sistema che continua a trattare l’abitare come occasione di profitto più che come diritto sociale.
Da qui emerge il vero nodo politico del libro: la progressiva ritirata del pubblico dalla pianificazione urbana. Città in affitto assume quasi i toni di “un requiem per il diritto all’abitare”, come recita il sottotitolo, e per l’idea stessa di città come spazio collettivo governato nell’interesse comune. Fondi immobiliari, piattaforme digitali, società di gestione del risparmio e grandi gruppi finanziari acquisiscono un peso crescente nella definizione degli spazi urbani, mentre il welfare urbano e l’edilizia residenziale pubblica arretrano. L’urbanistica diventa così non più uno strumento di redistribuzione e progettazione sociale, ma un meccanismo che legittima processi di valorizzazione economica e attrazione di capitali.
Il merito principale del libro sta forse proprio nella capacità di collegare fenomeni spesso raccontati separatamente — overtourism, gentrificazione, affitti brevi, student housing, crisi del welfare urbano — mostrando come facciano parte di un unico processo di trasformazione della città contemporanea. Ne emerge il ritratto di metropoli sempre più efficienti nel produrre valore economico e sempre meno capaci di garantire stabilità, accessibilità e permanenza ai propri abitanti.
Elettra Raffaela Melucci

Titolo: Città in affitto – Un requiem per il diritto all’abitare
Autore: Gessi White – Collettivo IrpiMedia
Editore: Laterza
Anno di pubblicazione: 2025
Pagine: 216 pp.
ISBN: 978-88-581-5772-5
Prezzo: 14,00€



























