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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - Trump come Tafazzi: la guerra che ha colpito soprattutto l’Occidente

Trump come Tafazzi: la guerra che ha colpito soprattutto l’Occidente

di Maurizio Ricci
15 Giugno 2026
in Poveri e ricchi
La calamità Trump nel disinteresse americano

Sembrava difficile superare la figuraccia di Biden e della sua scomposta ritirata dall’Afganistan. Trump ci è riuscito in un solo fiato. Ci sono, infatti, guerre inutili e ci sono harakiri. L’avventura persiana del presidente americano ricade nella seconda categoria, anche se al personaggio, cui manca ogni dimensione tragica, si addice di più il paragone con l’indimenticato Tafazzi. Quando, nei prossimi giorni, Trump si presenterà ai colleghi del G7, spacciandosi per il salvatore che, con la tregua appena raggiunta, ha riaperto lo stretto di Hormuz, Macron, Starmer e, augurabilmente, Meloni dovranno ricordargli il costo delle sue settimane di guerra. Non solo per l’Iran bombardato o per gli arsenali americani di armi e missili svuotati, ma per tutti gli altri spettatori. Il miraggio di azzerare la Repubblica Islamica è già costato a noi europei due punti di inflazione e mezzo punto in meno di Pil, stroncando le velleità di ripresa per quest’anno e oltre. Anche se lo Stretto riaprisse oggi al traffico delle petroliere, ci vorranno mesi, dicono gli esperti, per tornare alla normalità.

E per cosa? Gli obiettivi dell’offensiva israelo-americana, erano: il cambio di regime a Teheran; la fine delle milizie filo iraniane in Libano (Hezbollah), Gaza (Hamas) e Aden (Houthi) che insidiano Israele; l’annullamento della minaccia dei missili iraniani contro Israele e i paesi arabi del Golfo; la totale denuclearizzazione del paese degli ayatollah. Nessuno di questi obiettivi è stato raggiunto.

Risultati zero, tuttavia, è ancora una conclusione troppo benevola per Trump. Il parametro per giudicare l’avventura persiana non sono gli obiettivi mancati, ma i passi indietro rispetto alla situazione precedente. L’Iran prebellico era un paese circondato, isolato e represso sul piano internazionale: costretto dalle sanzioni a trafficare clandestinamente il suo petrolio, al di fuori dai circuiti mondiali, privato di risorse finanziarie, costretto ad affermare ruolo e presenza solo con le sortite delle sue milizie lontane, sottoposto periodicamente (l’ultima volta giusto un anno fa) a dure lezioni da missili e aerei nemici, con scarse possibilità di replicare, guidato da una teocrazia autoritaria.

Il paese che si intravede alla luce del memorandum di intesa che sarà firmato venerdì prossimo, è un paese guidato da una compatta dittatura militare, riammesso, sotto il profilo finanziario e commerciale, nel consesso internazionale, tornato progressivamente in possesso dei miliardi di dollari che gli erano stati congelati, deciso a continuare a proteggere le milizie amiche, ancora dotato di un discreto arsenale missilistico, diventato un attore decisivo e temuto sulla scena mondiale perché può bloccare un quinto del traffico petrolifero mondiale solo alzando un sopracciglio (ci pensano poi le assicurazioni a fermare le navi nel Golfo).

Quello che, in cambio, Trump può rivendicare, davanti al G7, è solo un faticoso e stentato ritorno alla situazione precedente alla guerra. Riaprire Hormuz,  che era sempre stato aperto. Ottenere l’impegno di Teheran a non cercare la bomba atomica, che gli iraniani ribadiscono peraltro da dieci anni, fino ad arrivare ad una vera e propria “fatwah” (ovvero una prescrizione giuridico-religiosa, bollinata dal massimo ayatollah Khamenei) che esclude l’uso militare dell’energia atomica.

La possibilità che il memorandum di intesa che sta per essere firmato si trasformi in un vero trattato di pace nell’arco dei prossimi due mesi si gioca, in effetti, solo sulla partita nucleare, l’unica su cui Trump non abbia già alzato bandiera bianca. Ma i margini perché il disperato tentativo del presidente americano di ottenere garanzie più stringenti di quelle contenute nell’accordo firmato da Obama dieci anni fa (e stracciato subito dopo dallo stesso Trump, bollandolo come una resa a Teheran) sono strettissimi. Siccome il nucleare è fatto, anzitutto, di professionalità, competenze, preparazione scientifica, Trump non può azzerarlo nella testa degli iraniani. Il negoziato si riduce, dunque, ai futuri controlli dell’Aiea sul nucleare civile del paese (che Obama aveva già assicurato) e alla sorte dell’uranio arricchito (circa 400 chili, a due terzi del processo necessario per renderlo utilizzabile in una bomba). Trump vorrebbe portarlo fuori dal paese. Gli iraniani sono disposti, piuttosto, a consentire solo che venga impoverito a livelli lontani da quelli militari, a patto che resti in Iran per essere usato nelle centrali: una concessione minima, che ribadisce il diritto dell’Iran a gestire autonomamente un programma nucleare, sia pure civile.

Come finirà? Ancora una volta, Trump si trova ad essere l’interlocutore più debole. Riprendere una guerra impopolare, con inevitabile nuova chiusura dello Stretto e balzo della benzina, giusto a ottobre, a pochi giorni da elezioni cruciali per il suo destino? Nessuno, tanto meno a Teheran, ci crede. Più probabile una fragile tregua, destinata a protrarsi e a tenere tutti con il fiato sospeso. Pirro avrebbe fatto di meglio.

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Giornalista

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