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Home - Approfondimenti - Interviste - Electrolux, Sperti (Uilm): non accettiamo ricatti occupazionali. Serve una politica industriale europea

Electrolux, Sperti (Uilm): non accettiamo ricatti occupazionali. Serve una politica industriale europea

di Emanuele Ghiani
19 Giugno 2026
in Interviste
Davide Sperti è il nuovo segretario generale della Uilm. Palombella conclude 16 anni alla guida del sindacato

DAVIDE SPERTI NEO SEGRETARIO GENERALE UILM NAZIONALE

Al termine del tavolo al ministero sulla vertenza Electrolux, l’amministratore delegato Massimiliano Ranieri ha sospeso per 50 giorni il piano industriale, che prevedeva il licenziamento di 1.700 operai, con l’auspicio di chiudere il confronto prima della pausa estiva. Il Diario del Lavoro ha intervistato Davide Sperti, recentemente eletto segretario generale della Uilm Uil, per chiedergli quali sono i nodi ancora da sciogliere per riuscire ad arrivare a un accordo condiviso sulla vertenza.

 

Sperti, il piano è stato sospeso, quali sono i prossimi passi per affrontare la vertenza?

Vorrei precisare un punto: non è stata una proposta dell’azienda quella di sospendere quel piano. Noi abbiamo detto che non siamo e non saremo disponibili a discutere con il ricatto occupazionale. Quindi qualsiasi problema di competitività, che c’è ed è oggettivo, non può essere scaricato sui lavoratori. Quindi il Governo deve fare la sua parte. E soprattutto il Governo tramite l’Europa deve fare la sua parte.

Avete chiesto soluzioni alternative rispetto al piano di dismissione e chiusura progressiva degli stabilimenti di Electrolux. Quali potrebbero essere?

Il ministro Urso si è detto disponibile ad affrontare il tema e aveva già incontrato il commissario europeo per l’industria e l’imprenditoria, Stéphane Séjourné, per discutere di come aumentare la competitività del settore in Italia e accelerare quelle normative europee che, nel frattempo, risultano ferme ai pit stop. Il Governo ha inoltre dichiarato, per voce del ministro, che finché l’Europa non interverrà il nostro Paese potrà farsi carico del gap competitivo. Anche le Regioni hanno espresso disponibilità a mettere in campo strumenti pubblici di sostegno e incentivazione.

L’indicazione che abbiamo dato come sindacato è quella di non scaricare le criticità sui lavoratori, che non hanno alcuna responsabilità. Tutte le istituzioni ai diversi livelli – dal Governo alle Regioni fino agli enti locali – hanno quindi manifestato la volontà di intervenire, ciascuno secondo le proprie competenze e nel rispetto dei rispettivi vincoli normativi, attraverso un insieme di incentivi e misure di sostegno. Badi bene: queste posizioni sono state espresse alla presenza di tutti i partecipanti al tavolo, compresi alcuni parlamentari. Al momento non si è ancora entrati nel dettaglio, ma l’approfondimento è atteso a breve.

Proprio in ragione di questa disponibilità da parte del governo e del ministero del lavoro le chiedo come mai non sia ancora arrivata una risposta alle continue richieste delle parti sociali di riaprire il tavolo dell’elettrodomestico, chiuso da febbraio 2024.

È un punto che ho ribadito al tavolo. Siccome c’è un problema di competitività che viene da lontano, non esiste solo Electrolux ma nel 2025 c’è stata un’altra vertenza dolorosa che si chiama Whirlpool Beko, noi abbiamo chiesto di affrontare da un punto di vista di tavolo nazionale, quindi agendo su tutta la filiera. Questo tavolo è partito, poi si è interrotto, insomma non è stato alimentato con la giusta incisività istituzionale per trovare soluzioni, sempre istituzionali e attenzione con imprese presenti. Ci troviamo a oggi un problema che rischia di esplodere con dei fattori che sono assolutamente noti da tempo e su cui le istituzioni, e il Governo in primis, non sono intervenute con una politica di settore adeguata a evitare di arrivare a questo momento.

Esiste un problema di competitività del settore elettrodomestico?

Assolutamente sì. Il problema è oggettivo: non riguarda solo l’elettrodomestico ma tutto il settore industriale e i problemi sono quasi gli stessi. Con Electrolux per noi è diventata una vertenza emblematica, cioè rappresenta un Paese che non ha ancora deciso qual è la sua forma e quale deve essere il suo futuro. Perché anche se è vero che, da un punto di vista di vocazione, siamo sulla carta ancora la seconda potenza manifatturiera in Europa, poi nei fatti non abbiamo una politica industriale nazionale in grado di salvaguardare le imprese, la produzione, l’occupazione, l’intera filiera. Inoltre siamo all’interno di una Commissione europea che prende a calci l’industria un giorno sì e l’altro pure.

Quali sono i problemi specifici dell’elettrodomestico?

Nell’elettrodomestico per realizzare i prodotti serve l’acciaio, una filiera logistica per l’energia continua a basso costo eccetera. Se parliamo in particolare dell’acciaio, in Italia non ne stiamo quasi più producendo e solo su questo sarebbe da aprire un capitolo a parte. L’Europa è diventata una discarica a cielo aperto considerando che prende l’acciaio a prezzo stracciato, circa al 30% in meno, dalla Cina che lo produce in dumping. Quindi la grossa fetta di acciaio cinese che andava negli Stati Uniti adesso arriva, per via delle guerre commerciali, ormai in Europa. Certo, ci sono nuove misure di salvaguardia che dovrebbero partire dall’estate, di cui vedremo gli effetti sulle importazioni, ma comunque non tutelano i trasformatori.

Per quanto riguarda il costo dell’energia?

Altro problema oggettivo in Italia. Ci costa molto di più rispetto agli altri Paesi europei e non c’è confronto rispetto ad altri Paesi extraeuropei. Certamente l’Italia non ha investito sulle rinnovabili a sufficienza ma abbiamo anche una distorsione tra produzione e distribuzione di energia. Ci sono dei profitti che si riversano nelle bollette e quindi nei cittadini e nelle imprese. Inoltre, non dimentichiamoci che dipendiamo quasi totalmente dal gas, per più del 60%, dal quale dipende il prezzo elettrico. Importiamo gas dagli Stati Uniti a prezzi alti e il secondo fornitore del gas per l’Europa e per il nostro Paese è il Qatar. Con tutto quello che sta succedendo in Medioriente sappiamo bene come si stiano evolvendo i fenomeni speculativi sul costo del gas. Insomma, tutto questo impatta enormemente sulle famiglie e imprese.

L’Europa potrebbe intervenire su questo tema?

Ma certo, abbiamo sempre detto che su questo serve una risposta coordinata a livello europeo e invece si continuano a rincorrere soluzioni all’interno dei singoli Paesi. Con il risultato che vediamo risposte più vicine a mancette elettorali che vere soluzioni strutturali.

Rimanendo sull’Europa, ma esiste una strategia comune che difende la manifattura di mezzo, cioè quella che non è né di lusso né ultra-low-cost, ma occupa in fondo decine di migliaia di lavoratori?

Al momento assolutamente no. Esiste “Industrial Accelerator Act” che vuole tutelare il made in Europe sia sulla componentistica che sui prodotti ma è ancora poco chiara e tra l’altro va molto a rilento. Se prendiamo come esempio l’industria dell’auto, sappiamo che Stellantis insieme a Renault e Volkswagen hanno scritto alla Commissione europea proprio per cercare di velocizzare questa proposta legislativa e al contempo tutelare l’equazione 70/70: cioè il 70% delle auto vendute dai costruttori di automobili in Europa devono essere legate al 70% dei componenti prodotti all’interno dell’Unione europea, lasciando il 30% ai mercati extra-europei che sono soprattutto quelli asiatici; ad esempio le batterie, dove con la Cina la partita non è che non si gioca ma non è proprio cominciata.

In sostanza, ci sono dichiarazioni di intenti ma poi non ci sono soluzioni effettive. Inoltre l’Unione europea non agisce come potenza, ma risponde come mercato e neanche unico. Per di più è un mercato terribilmente permeabile agli interessi di due super-potenze che, a seconda dei momenti tra conflittualità e spartizione dei business, dominano i mercati: sono Stati Uniti e Cina.

L’Europa ha inoltre numerose normative in tema ambientale, come le valutate rispetto al settore industriale?

Così come sono state costruite rischiano di mettere in difficoltà l’industria europea senza produrre risultati sufficienti sul piano ambientale. La transizione è necessaria, ma deve essere accompagnata da una vera politica industriale e dalla tutela dell’occupazione. Ad esempio, le emissioni di gas climalteranti dominano gli obiettivi della transizione ecologica: l’impatto dell’Europa è dell’8% a livello mondiale e l’Italia è l’1%, mentre i maggiori emettitori come Stati Uniti e Cina fanno quello che gli pare. Il risultato è che, da un lato, si penalizza il sistema industriale europeo senza però ottenere un reale beneficio globale in termini di riduzione delle emissioni. Insomma, il pianeta brucia e l’industria muore: quella europea però. Siamo ormai diventati un mercato di consumo di prodotti che si fanno all’estero.

In questo contesto si inseriscono anche le normative europee, che prevedono dal gennaio 2026 una tassazione sul carbonio per i produttori europei. L’introduzione del CBAM rischia di aumentare i costi di alcune importazioni strategiche per l’industria europea. Occorre evitare che questo produca nuovi svantaggi competitivi per chi continua a produrre in Europa. I lavoratori, davanti a tutto questo, che cosa possono fare?

A proposito dei lavoratori di Electrolux lei ha ricordato, uscendo dal tavolo ministeriale, che circa dodici anni fa gli operai avevano fatto dei sacrifici, delle lotte per salvare gli stabilimenti proprio per non essere “traditi”. Che cosa era successo?

Fino a maggio 2014, quando si fece l’accordo, esisteva un problema di competizione interna all’Unione europea, soprattutto con la Polonia, perché Electrolux improvvisamente voleva chiudere gli stabilimenti, partendo da Porcia. L’azienda voleva effettuare tagli salariali lineari, abbattendo il costo del lavoro e anche “annientando”, di fatto, gli accordi integrativi, quindi i salari premiali, ecc. Le lotte dei lavoratori permisero di evitare chiusure e di effettuare dei piani di riorganizzazione non impattanti, nel corso degli anni. Quindi si trovarono soluzioni non traumatiche, anche con incentivi all’esodo, arrivando in dieci anni a perdere circa 1.200 lavoratori. Ripeto, soluzioni trovate in maniera corretta e con accordo tra le parti, ma rimane il fatto che comunque sono stati fatti dei sacrifici da parte dei lavoratori e responsabilità dei sindacati per trovare soluzioni alternative a quelle che l’azienda chiedeva all’epoca.

E adesso che cosa è cambiato?

La competizione all’interno dell’Unione europea è rimasta. È ovvio che c’è ancora la competizione con Polonia e Romania, ma adesso si estende a un dumping commerciale dei mercati asiatici, partendo dalla Cina. Quindi le persone quale tipo di influenza possono avere, da sole, rispetto alla globalizzazione dei mercati? Che cosa devono fare di più i lavoratori rispetto a tutto quello che negli anni è stato fatto per salvaguardare gli stabilimenti? Ecco perché, quando siamo usciti dal tavolo al ministero, ho parlato di tradimento dell’azienda. Le persone non sono solo generatori di stipendi ma anche luoghi di inclusione, sono sacrifici, il pane quotidiano, storie di generazioni, non si cancellano con un colpo di spugna appena succede un guaio sul mercato che non dipende da loro. Ricollegandomi al ragionamento iniziale, serve che ogni pezzo faccia la sua parte: i lavoratori hanno fatto la loro.

Emanuele Ghiani

Emanuele Ghiani

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Giornalista de Il diario del lavoro.

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