Dopo quattro anni di inerzia dalla legge che imponeva al Governo di convocare una cabina di regia con Eni sulla chimica verde in Sardegna, il sindacato ha deciso di intraprendere le vie giudiziarie. Una diffida legale, a firma della Cgil regionale e territoriale di Sassari, alla presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni è partita il giorno 15 luglio via Pec. La cabina di regia serviva ad avviare gli impegni di Eni sulla riconversione del petrolchimico in un hub di chimica green. Il diario del lavoro ha intervistato il segretario generale della Cgil Sardegna, Fausto Durante, per fare il punto sulla situazione.
Durante, perché avete deciso di passare dalla mobilitazione sindacale alla diffida legale nei confronti della Presidenza del Consiglio? Cosa è successo?
Per spiegarle perché abbiamo deciso di intraprendere la strada della diffida legale devo fare qualche passo indietro. Un lungo percorso avviato dall’Eni, nel 2011, si concluse con la firma di un protocollo siglato proprio presso la Presidenza del Consiglio. Il protocollo prevedeva l’istituzione di una cabina di regia. Dopo una serie di varie traversie, incontri e discussioni con le istituzioni e con l’azienda, nel 2022 – ormai più o meno dieci anni dopo l’avvio del protocollo – questo impegno fu trasformato in un vero e proprio provvedimento di legge. Il provvedimento conteneva una serie di disposizioni, tra cui anche l’impegno a costituire presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri una cabina di regia per l’implementazione e la realizzazione degli impegni previsti nel Protocollo per la trasformazione dell’Hub di Sassari in un Centro per la chimica verde livello nazionale ed europeo.
Dopo quanto tempo si doveva convocare la cabina di regia?
Quella legge, approvata all’epoca del governo Draghi, prevedeva che entro un mese dall’approvazione definitiva del provvedimento si convocasse la prima riunione di questa cabina di regia, si cominciasse quindi a ragionare con tutti i soggetti firmatari di quell’intesa.
Poi il Governo Draghi cadde, ci furono le elezioni e arrivò dopo qualche mese il Governo Meloni. Insomma da quel momento in avanti, tutti gli sforzi per ottenere dal Governo la convocazione di questa cabina di regia sono stati semplicemente ignorati. Ci sono state manifestazioni dei lavoratori in protesta pacifica per le strade, c’è stata l’occupazione di una sala consiliare del Comune di Porto Torres, c’è stato uno sciopero, incontri con la Regione sia con la Giunta Solinas e poi dopo con la Giunta Todde. Non c’è stato niente da fare.
Ma non c’è stata propria risposta, silenzio assoluto?
Non c’è stata mai una risposta formale.
Informalmente invece vi hanno comunicato qualcosa?
Ci dicevano che avrebbero sentito l’azienda, avrebbero provato a fare qualcosa insomma. Ma il punto è che gli impegni presi erano del Governo e dell’Eni e nessuno dei due ha chiamato l’altro, o meglio in questo caso doveva essere il Governo a pretendere dall’Eni il rispetto degli impegni sottoscritti e comunque non l’ha mai fatto. La sostanza è che a distanza di ormai quattro anni e oltre dall’approvazione di quella legge e quindi dalla istituzione per legge della cabina di regia e nonostante le iniziative sindacali, gli appelli dei sindaci e della Regione, gli incontri che sono stati fatti, le lettere, non è mai avvenuto nulla.
Quindi, dopo tutti questi tentativi, avete chiamato i lavoratori in Assemblea per chiedere se era il caso di passare alle vie legali.
All’Assemblea del 15 scorso erano presenti i lavoratori iscritti alla Filctem Cgil e alle altre categorie dell’indotto di quel sito industriale, come ad esempio i metalmeccanici. Con i lavoratori avevamo da tempo avviato questo ragionamento sulla necessità di provare a fare qualche cosa di più “contundente” rispetto all’ennesima lettera da inviare, all’ennesima petizione da far sottoscrivere, all’ennesimo incontro magari da organizzare in sede istituzionale a Sassari, a Porto Torres, oppure a Cagliari con la Regione Sardegna. Perché tutti questi tentativi, tutte queste strade erano state già tutte espletate e praticate. Da qui il ragionamento con i lavoratori sulla necessità di alzare il livello dello scontro e provare a fare qualche cosa di più efficace.
Ma questa diffida legale in cosa consiste nella pratica? Volete obbligarli a rispettare l’accordo che hanno firmato?
Il punto è esattamente questo. Noi ci siamo consultati con dei legali e abbiamo sentito anche la CGIL nazionale, che su questo ci ha dato un parere del suo ufficio legale, e la valutazione è stata: siamo in presenza di una chiara violazione di impegni assunti non solo dal punto di vista dei patti diciamo tra le parti sociali ma proprio in violazione di un provvedimento di legge. Perché è una legge che stabilisce l’istituzione della cabina di regia. Se noi non possiamo avere fiducia nemmeno nella Presidenza del Consiglio dei Ministri, che è il massimo organismo di governo della Repubblica italiana e firmataria di quell’intesa, che non ottempera a una previsione di legge da sé stessa riconosciuta come tale, che cosa possiamo fare?
Da qui la decisione di procedere con la diffida legale.
Si, possiamo chiedere di attivare le procedure legali per costringere la Presidenza del Consiglio a rispettare un obbligo che essa stessa ha assunto a suo tempo. Questa diffida ha un valore legale, perché richiama un provvedimento di legge e l’abbiamo redatta e inviata via PEC alla Presidenza del Consiglio secondo le forme e le procedure che la legge prevede, e inserito in copia conoscenza gli altri ministeri coinvolti come il Mimit, Ministero dell’ambiente, ma anche la Regione Sardegna, i sindaci dei Comuni di Porto Torres, Sassari e Alghero, oltre una serie di altre figure istituzionali.
Qui c’è in ballo la credibilità delle istituzioni insomma.
Si infatti, è non è un punto scontato. Il tema è l’affidabilità di soggetti, non solo quelli negoziali. Cioè l’Eni, come soggetto industriale, fa un accordo che addirittura poi si trasforma, come garanzia offerta dal Governo, in un protocollo firmato solennemente a Palazzo Chigi e successivamente diventa contenuto di una legge per dare ancora più valore e credibilità.
In effetti, più di una legge che garantisce nero su bianco un accordo preso dalla stessa Presidenza del Consiglio dei ministri non si può chiedere. Invece vi trovate di fronte il silenzio.
Esatto! Se nemmeno si riesce a far rispettare una legge alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, ci chiediamo che fiducia si può avere in questo Stato e nelle sue istituzioni. Noi crediamo nello stato di diritto, quindi ci siamo rivolti alla legge per capire se casomai siamo noi dalla parte del torto oppure è dalla parte del torto chi, nella legge stessa, è tassativamente indicato come il soggetto che doveva entro un mese convocare la cabina di regia. Secondo noi ci troviamo chiaramente di fronte a una violazione di legge.
Come vi spiegate questo atteggiamento?
Si possono avere mille idee sul perché. Forse l’Eni ha bluffato, forse lo Stato italiano ha cercato di, come dire, di cavarsi d’impaccio firmando un protocollo a cui però poi dopo non ha mai voluto dare corso, tanti forse. Ma dico io, ma che lo dicessero a un tavolo formale, in modo ufficiale: “l’Eni non vuole più procedere all’investimento sulla chimica verde” oppure “il Governo non crede più che quel passaggio sia obbligatorio e vincolante”, però che ce lo dicano. La cosa che non si può più accettare è che in presenza di una legge, che non è mai stata modificata, quella legge sia stata ignorata.
Sono tanti quattro anni di silenzio, tra l’altro piene delle sollecitazioni che raccontava.
Abbiamo avuto fiducia nelle istituzioni che hanno firmato quel protocollo e nella massima istituzione della Repubblica che è la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Quindi abbiamo fiduciosamente continuato per tutto questo tempo a rivolgerci al Governo, alla Regione, ai vari ministeri, all’Eni, seguendo le prassi più pacifiche e non conflittuali. Non avremmo mai e poi mai pensato di dover procedere un giorno a una diffida legale al Governo per fargli rispettare una legge da esso stesso voluta. Dopo quattro anni, con i lavoratori, abbiamo detto basta, non ci facciamo più prendere in giro.
Certo che più racconta, più è assurda questa storia. Sicuramente ci sarà una precisa ragione dietro a questa inerzia.
Noi abbiamo avuto un senso di spaesamento che è cresciuto nel corso degli ultimi tempi. Anche perché, da allora a oggi, non solo l’Eni non ha mai dato corso a quegli impegni ma sta continuando un processo generalizzato di “disimpegno” delle produzioni chimiche, anche di chimica di base, in tutta Italia; sta emergendo con sempre maggiore chiarezza che non c’è volontà da parte dell’azienda di continuare a mantenere una posizione di leadership in quel settore nel nostro Paese. Quindi i lavoratori chiedono di essere tenuti in considerazione.
Se la Presidenza del Consiglio continuerà a tacere, nonostante la diffida, che cosa succederà?
Se non ci sarà risposta passeremo alla fase operativa di un provvedimento di carattere giudiziario: i nostri legali citeranno in giudizio presso un tribunale della Repubblica, si vedrà poi quale sarà quello competente, il Consiglio dei Ministri. Chiederemo che venga condannato per la violazione della legge. Una causa legale che farà il suo corso, come succede in tutte le controversie giudiziarie di questo Paese. Il punto politico è che è paradossale che noi dobbiamo ricorrere a uno strumento legale per ottenere un risultato che dovrebbe essere garantito in primis proprio da chi invece lo sta negando attraverso la mancata convocazione di quell’organismo e soprattutto attraverso il silenzio ostinato di tutti questi anni.
In tanti anni di onorata carriera sindacale, le è mai capitata una situazione simile?
Sono in servizio permanente effettivo nel sindacato da ben 35 anni. Ma una situazione paradossale e kafkiana, direi, come quella di cui stiamo parlando, non mi era mai capitato di viverla. Non siamo nemmeno di fronte al classico caso di un’azienda poco affidabile sul piano delle relazioni, oppure davanti a un imprenditore che ti racconta delle balle per uscire da una vertenza complicata. No, siamo di fronte al Governo della Repubblica italiana.
Eppure il ministro Urso si è sempre dimostrato disponibile e in ascolto alle problematiche industriali della Sardegna, non è cosi’?
Si, Urso è stato disponibile a convocare riunioni, senza che poi portassero ad alcun risultato, però almeno le ha convocate. Dal punto di vista formale qualcosa l’ha fatta. Ma qui siamo su un piano diverso, il ministro non è responsabile perché la questione è affidata direttamente alla Presidenza del Consiglio dei ministri; quindi non c’è un sottosegretario, un funzionario, un tecnico del ministero da coinvolgere a cui affidare questo dossier. È la Presidenza del Consiglio che ne se occupa e solamente la Presidenza ha la responsabilità politica e tecnica. Solamente loro devono attivare la cabina di regia, non il Mimit. Non siamo nemmeno di fronte al fatto che la Presidenza del Consiglio abbia ammesso che non ha tempo di occuparsene e abbia dato l’incarico a un ministero, non ha fatto proprio niente e basta. Semplicemente il nulla, si è deciso di ignorare quel protocollo e la legge.
È mai possibile che in tanti anni nessuno sia riuscito a strappare non dico una risposta, ma almeno una frase, una parola, anche negativa, alla presidente Meloni o a qualche funzionario della Presidenza del Consiglio?
Non è stato pronunciato un verbo. Abbiamo fatto incontri di natura sindacale, incontri di natura istituzionale, abbiamo scritto ai prefetti, abbiamo fatto inviare al Governo note e comunicazioni formali da parte della Regione Sardegna e dell’Assessorato dell’industria. Ognuna di queste iniziative, pur essendo appoggiate dalle istituzioni locali, dai sindaci del territorio, si sono scontrate con un muro di silenzio.
Ma neanche nessun parlamentare, in quattro anni, ha mai chiesto una parola alla Presidenza del Consiglio?
A me risulta che in varie occasioni in cui si è discusso dei problemi industriali della Sardegna, non alla Presidenza del Consiglio ma magari al Mimit e al Ministero dell’ambiente, in audizione alle Commissioni parlamentari, sia stato posto il tema di volta in volta delle crisi industriali nel Sulcis, oppure della crisi di Porto Torres, problemi del sughero, della ceramica; ma oltre questa dimensione di carattere puramente informativo e di audizione non si è mai andati.
L’assemblea dei lavoratori è stata molto partecipata?
È successo un fatto, durante l’assemblea, che le farà comprendere come la situazione sia ingarbugliata. La direzione aziendale non ha permesso lo svolgimento dell’assemblea all’interno della sala mensa dell’azienda a tutti i lavoratori delle imprese dell’indotto, contravvenendo a una prassi che da anni abbiamo sempre praticato. Anche l’anno scorso abbiamo fatto, senza che emergesse nessuna contestazione aziendale, un’iniziativa simile con le stesse caratteristiche.
Come spiega questa scelta dell’azienda?
Per noi ovviamente denota nervosismo e diciamo in qualche modo anche una ammissione di responsabilità, perché era diventato di dominio pubblico che noi stessimo per organizzare un’assemblea per chiedere ai lavoratori se concordavano sulla necessità di attivare una procedura legale. Di fronte a questa possibilità concreta l’azienda ha risposto impedendo a quei lavoratori di entrare a fare l’Assemblea sindacale. Non è mai stato messa in discussione la possibilità ai lavoratori delle ditte in appalto di partecipare all’Assemblea indetta dai lavoratori diretti.
Hanno impedito una attività sindacale, pensate abbiano contravvenuto in senso legale a qualche norma?
Stiamo valutando anche questo, e abbiamo chiesto ai nostri legali di approfondire se ci sono gli estremi di una violazione dei diritti sindacali. Sicuramente i lavoratori non l’hanno presa bene, era evidente la delusione di fronte a un comportamento aziendale che veniva messo in atto con un chiaro scopo ritorsivo e con un atteggiamento ostile nei confronti della CGIL, contravvenendo per la prima volta a una prassi che negli ultimi anni è sempre stata applicata senza alcuna contestazione.
Inoltre siamo arrivati a un paradosso: secondo le disposizioni della direzione aziendale, siccome l’accesso alla sala mensa e la partecipazione all’assemblea sindacale poteva essere consentita solo ai lavoratori diretti di Eni, le signore che lavorano nella mensa per preparare e distribuire i pasti, se volevano assistere all’assemblea sindacale, dovevano uscire dal loro luogo abituale di lavoro.
E dove dovevano andarsene?
Fuori, all’aperto, dove siamo stati costretti a fare l’assemblea per tutti. Perché, a fronte di questo atteggiamento dell’azienda, anche gli stessi lavoratori diretti di Eni sono usciti: l’assemblea è di tutti.
Come all’aperto? Il 15 luglio, in Sardegna?
Siamo stati obbligati a fare l’assemblea all’aperto sotto il sole. In uno dei giorni più torridi, alle 15 del pomeriggio, in una regione dove si sono registrate le temperature più alte di tutta Italia. Eravamo in una strada asfaltata che costeggia l’edificio della mensa, cercando di sfruttare l’ombra che derivava dal muro dell’edificio, visto che il sole batteva dalla parte opposta dal lato dove stavamo noi e si era creato un filo d’ombra, oltre le fronde di un albero vicino.
Forse questo fatto ha incrinato le relazioni industriali con l’azienda?
Certamente non è non è una cosa che ha agevolato i rapporti, mettiamola così.
Emanuele Ghiani


























