In concomitanza con l’incontro previsto per il tavolo di verifica del piano di riorganizzazione di Eni Versalis, la Cgil e la Filctem Cgil hanno organizzato un presidio davanti al Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Il sindacato è stato escluso dal tavolo poiché, come è noto, Cgil e Filctem non hanno sottoscritto il protocollo Eni Versalis del 10 marzo 2025.
Durante il presidio con i lavoratori, il segretario confederale della Cgil Gino Giove e il segretario generale della Filctem Cgil Marco Falcinelli, megafono alla mano, hanno denunciato come l’Eni, mentre “chiude stabilimenti, cancella posti di lavoro e compromette l’autonomia strategica del Paese”, continua ad aumentare dividendi con gli azionisti e buyback. I dati sul secondo trimestre diffusi ieri, spiegano, raccontano una storia di grande successo finanziario, con utili in forte crescita, risultati superiori alle attese, dividendi in aumento e un programma di riacquisto di azioni proprie “portato fino a 3,4 miliardi di euro”. Secondo i due dirigenti sindacali si tratta di “una sorta di Robin Hood al contrario”: l’azienda non prende ai ricchi per sostenere il Paese in cui è nata, ma riduce la presenza industriale per distribuire sempre più risorse ai mercati finanziari.
“Da Porto Marghera a Porto Torres, da Brindisi a Priolo, Eni sta progressivamente dismettendo la chimica di base. Impianti che hanno costruito sviluppo, lavoro, competenze e filiere – spiegano i dirigenti sindacali – vengono chiusi o avviati alla dismissione, mentre migliaia di lavoratrici e lavoratori, insieme alle imprese dell’indotto e ai territori, vengono lasciati davanti a un futuro sempre più incerto”.
“L’Italia – proseguono – sta diventando il primo grande Paese industriale europeo a rinunciare alla produzione di chimica di base, trasformandosi da produttore a paese sempre più dipendente dalle importazioni. Scelta che non solo è sbagliata dal punto di vista industriale, ma che è un grave errore strategico, perché aumenta la dipendenza dall’estero proprio in una fase segnata da guerre, crisi energetiche, tensioni commerciali e crescente instabilità delle catene di approvvigionamento”.
“È questa – si chiedono Giove e Falcinelli – la missione di una grande impresa a controllo pubblico? E il governo, che si proclama patriottico, può accettare arrendevolmente un tale piano, rinunciando ad esercitare il proprio ruolo di indirizzo e controllo? Un’azienda partecipata dallo Stato dovrebbe contribuire a rafforzare la capacità produttiva nazionale, difendere le filiere strategiche, garantire occupazione e accompagnare la transizione industriale. Anche perché – sottolineano – Eni continua a beneficiare delle condizioni determinate dalla crisi internazionale, che ha aumentato i prezzi dell’energia e delle materie prime, e a trasformare una parte consistente di questi risultati in dividendi e riacquisti di azioni. Il tutto mentre il Governo celebra qualche intervento sul prezzo del diesel: ai cittadini qualche centesimo di sconto, agli azionisti miliardi”.
Per Cgil e Filctem, aggiungono i due segretari, il problema non è che un’impresa produca utili, ma cosa si decida di fare di quegli utili e quale idea di sviluppo si intenda perseguire. Ritengono infatti che “un’impresa pubblica non può diventare una macchina finanziaria che impoverisce il territorio da cui è nata per arricchire sempre di più i mercati”. Secondo Giove e Falcinelli, potrebbe essere proprio questa posizione la ragione dell’esclusione dal tavolo di confronto presso il MIMIT. “Ma non accettiamo che il dissenso venga trasformato in colpa e che chi non ha sottoscritto un protocollo venga tenuto fuori dalle sedi nelle quali si discutono il futuro delle lavoratrici e dei lavoratori e il destino di interi territori. Per questo – concludono – oggi siamo davanti al Ministero, per questo continueremo a difendere il lavoro, la produzione industriale e l’autonomia strategica del Paese”.
Emanuele Ghiani



























