Guido Baglioni, graande sociologo del lavoro, non è più con noi. A 97 anni è uscito di scena. Fosse un attore potremmo dire tra gli applausi del pubblico, certamente tra il dolore di quanti lo hanno conosciuto e lo hanno apprezzato. Noi de Il diario del lavoro gli abbiamo sempre voluto bene, del resto contraccambiati. Per il suo carisma, per il suo sguardo buono, per l’altezza del suo ragionamento, sempre attento, mai stanco. Gli dobbiamo tanto perché ci è sempre stato vicino, ogni volta che avevamo bisogno di un aiuto, un consiglio, non si tirava mai indietro, sempre in prima linea. Ma gli dobbiamo molto perché negli anni 90, quando era presidente del Cesos, uno dei centri studi della Cisl di quegli anni, direttore Domenico Paparella, altro caro amico arrivato direttamente dalla segreteria Fim di Pierre Carniti, ebbe una idea importante. Dette vita a un Annuario del lavoro che era finanziato dal Cnel ed ebbe la bontà di chiamarmi per scrivere le cronache di quanto facevano, anno dopo anno, le grandi associazioni datoriali, Confindustria in primis. Per me fu una droga, mi divertivo tantissimo a scrivere quelle note e ci misi poco a capire che era il modo migliore per ripercorrere la cronaca degli avvenimenti e così capire davvero cosa stava effettivamente accadendo. Quell’avventura durò qualche anno, non pochi, naufragò quando il Cnel smise di funzionare e lo trasformò radicalmente togliendogli quella funzione vitale. Io smisi di scrivere quelle note, ma mi dispiaceva proprio, e spesso pensavo di recuperare l’iniziativa. Alla fine ci sono riuscito, quando nel 2008 ho avviato la pubblicazione dell’Annuario del lavoro, che tuttora resta come la testimonianza, direi unica, della cronaca delle relazioni industriali nel nostro paese.
Guido Baglioni ci aveva incoraggiati a riprendere quel filo e ha contribuito spesso alla redazione con suoi contributi. L’ultimo fu del 2020 quando ci mandò a sorpresa un saggio sulla partecipazione che faceva il punto su tutte le iniziative avviate in questi anni nel campo della partecipazione. Era la persona giusta per parlare di questa materia perché per unanime giudizio era lui il vero padre della partecipazione nel nostro paese. La persona che più amava la partecipazione e che più di tutti si è sempre speso per farla praticare. Lui, grande sociologo, parlava di tutto e su tutto riusciva a dire sempre cose intelligenti, ma la sua materia specifica era quella. Il suo salotto milanese, dove era solito invitare amici e colleghi con una cadenza precisa, era il vero cenacolo dove si poteva parlare liberamente di tutto, ma soprattutto di partecipazione.
Adesso non c’è più, ci ha lasciati, un vuoto che non sarà facile sopportare. Ma non perderemo mai un’occasione per ringraziarlo mentalmente di quanto ci dato in cultura, sapienza, amicizia. Resterà sempre con noi, in prima linea.
Massimo Masscini

























