La procedura di licenziamento collettivo avviata da Ericsson mette a rischio 131 posti di lavoro a Genova: 110 nella divisione Bnew e 21 nella Bcss. Una decisione che colpisce in particolare attività di ricerca e sviluppo e che, secondo la Slc Cgil, rischia di avere conseguenze che vanno ben oltre il perimetro aziendale, indebolendo uno dei principali presìdi tecnologici della città e il progetto del polo degli Erzelli. Questa mattina i lavoratori si sono riuniti in assemblea per discutere della procedura e delle iniziative da mettere in campo. Il diario del lavoro ha intervistato Sonia Montaldo, segretaria generale della Slc Cgil di Genova, per fare il punto sulla situazione.
Montaldo, partiamo dall’assemblea di questa mattina: che cosa è emerso dal confronto con i lavoratori e qual è il clima all’interno di Ericsson dopo l’annuncio dei 131 licenziamenti?
Il clima è molto teso. Le persone sono molto preoccupate perché parliamo di 131 famiglie, oltre che di 131 esuberi, come li definisce l’azienda. C’è molta preoccupazione, molto sconforto e molta rabbia. Subito dopo l’assemblea siamo usciti per un presidio davanti al palazzo di Ericsson e abbiamo fatto un piccolo corteo fino alla prima rotonda. In assemblea ci siamo poi dati degli appuntamenti per i prossimi passaggi che ci saranno nei prossimi giorni.
Quali indicazioni sono arrivate dall’assemblea e quali iniziative sindacali avete deciso di mettere in campo?
Domani saremo ricevuti dal Consiglio comunale e dal Consiglio regionale, mentre mercoledì ci ha convocato la sindaca di Genova. Stiamo cercando di richiamare tutta l’attenzione possibile su questa vicenda, che è molto pesante e molto dolorosa. Abbiamo inoltre aperto le procedure di raffreddamento e proclamato lo stato di agitazione. Questi lavoratori sono soggetti alla legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali e quindi dobbiamo rispettare tutti i passaggi previsti prima di poter scioperare. Non possiamo proclamare uno sciopero da un giorno all’altro.
Ericsson motiva la procedura anche con la “costante e progressiva involuzione del mercato italiano delle telecomunicazioni”. Quanto pesano realmente le difficoltà del mercato italiano e quanto, invece, siamo di fronte a una scelta strategica del gruppo?
Secondo me siamo di fronte a una scelta strategica. Lo scrivono anche loro: è una strategia per cercare di efficientare ulteriormente l’organizzazione aziendale e quindi essere più competitivi. Che poi ci sia un mercato delle telecomunicazioni in Italia in sofferenza nessuno lo mette in dubbio. C’è, per esempio, tutta la vicenda dei call center, per la quale nei mesi scorsi abbiamo aperto lo stato di agitazione e fatto degli scioperi, perché anche lì l’intelligenza artificiale sta sostituendo gli operatori con i robottini. Quindi che ci sia un problema nel mercato italiano non ci sono dubbi. Anche le tariffe sono molto basse e tutte le aziende di telecomunicazioni piangono miseria, diciamola così.
Questa vertenza riguarda Ericsson, ma denunciate da tempo una situazione di sofferenza dell’intero settore delle telecomunicazioni. Il caso genovese è un episodio isolato oppure rischia di anticipare ulteriori riduzioni dell’occupazione e degli investimenti?
Quello che temiamo è che non sia un caso isolato. Ericsson ci ha abituato nel corso del tempo a queste procedure, perché praticamente ogni anno ne arriva una. È interessata soltanto al vile denaro e al business. Le altre aziende del settore, per fortuna, non sono così aggressive, però ci sono comunque diversi segnali di difficoltà. Abbiamo visto la vicenda di Tim, che ha ceduto la rete a un’altra azienda di proprietà di un fondo americano. Wind Tre non riesce, o non vuole, rinnovare il contratto integrativo di secondo livello perché dice di non avere i soldi da dare ai lavoratori. Anche in quel caso abbiamo aperto le procedure di raffreddamento e andremo verso lo sciopero del 12 ottobre.
Insomma, tutto il settore è in crisi e lo denunciamo da tempo. L’intelligenza artificiale sicuramente non ha migliorato le cose e soprattutto nei call center rischia veramente di falcidiare migliaia di posti di lavoro. Però Ericsson ci mette del suo.
Avete chiesto un intervento compatto di politica e istituzioni e sono già state annunciate interrogazioni parlamentari. Che cosa chiedete concretamente al Governo e alle istituzioni?
Chiediamo innanzitutto una maggiore attenzione al settore e al comparto in generale, a partire dalla necessità di governare meglio l’impatto che avrà l’intelligenza artificiale. Chiediamo maggiori investimenti e una politica industriale più attenta e più mirata. Nel caso specifico di Ericsson chiediamo sicuramente il ritiro dei licenziamenti.
La procedura di licenziamento è ormai formalmente aperta: quali margini ci sono per fermare o ridurre gli esuberi e quale sarebbe, dal vostro punto di vista, una soluzione accettabile della vertenza?
La soluzione accettabile è il ritiro dei licenziamenti. Non è che se anche li riducessero da 130 a 100 noi potremmo ritenerci soddisfatti. Il nostro obiettivo è cercare il più possibile di annullare, di azzerare questi licenziamenti. Metteremo in campo tutte le iniziative sindacali che conosciamo, quindi scioperi e manifestazioni, e cercheremo di alzare il tiro.
Metteremo in campo tutte le iniziative possibili, compreso il coinvolgimento della politica. Si sta già muovendo e speriamo che riesca a ottenere qualche risultato. Noi almeno ci proveremo fino in fondo.
Nella peggiore delle ipotesi, se l’azienda non dovesse rivedere la propria posizione, quali possibilità esistono di ricollocare professionalità così qualificate?
Se dovesse andare male tutto quello che stiamo mettendo in piedi, speriamo almeno di riuscire a ricollocare questi lavoratori. Già in passato avevamo costituito un tavolo permanente con Regione, Comune e Confindustria per la ricollocazione dei lavoratori di Ericsson e qualche risultato lo aveva portato, perché alcuni lavoratori licenziati erano stati ricollocati in aziende del territorio.
Lo chiederemo anche in questo caso, perché dobbiamo avere un piano B. Se l’azienda dovesse rivelarsi rigida sulle proprie posizioni, dovremo sicuramente chiedere l’aiuto delle istituzioni per ricollocare questi lavoratori. Non è facilissimo, perché parliamo di ingegneri e di professionalità molto specifiche. Confidiamo però nella disponibilità a trovare una sistemazione per queste persone. La maggior parte di loro è ancora lontana dall’età pensionabile e deve continuare a lavorare almeno per una decina d’anni. Dovremo quindi trovare delle soluzioni alternative se l’azienda non dovesse rivedere la propria posizione.
Avete definito questa decisione una sconfitta anche per il polo tecnologico degli Erzelli. Che cosa significa perdere una parte così importante della ricerca Ericsson per il futuro del polo e, più in generale, per Genova?
Per Genova è una sconfitta totale, anche per la politica. Quando nel 2012 è nato il polo degli Erzelli, l’obiettivo era proprio quello di creare un polo tecnologico su una collina che era sempre stata un deserto. In questi anni sono nate realtà e aziende importanti, come Siemens ed Esaote. Adesso, però, parliamo di 130 persone in meno in Ericsson e soprattutto viene meno il core business della società. Temiamo quindi che Ericsson possa scomparire completamente da Genova e che l’obiettivo sia quello di disinvestire totalmente. Questo, per noi, è un ulteriore motivo di allarme.
Emanuele Ghiani


























